Alcuni commenti – in aula e on line – tendono a dipingermi impropriamente come un integralista del “computer”. Non è così. A mia discolpa (sic!) riporto questo ormai vecchio articolo partorito in occasione del numero zero di S.MO.O.L. (il giornalino on line degli studenti della provincia di Modena). In quella occasione, su mia proposta, la redazione aveva scelto come idea chiave attorno a cui far ruotare il progetto, lo scriptorium, proprio per allontanare dall’ipotetico pubblico l’idea di un acritico integralismo digitale.
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In epoca medievale, prima dell’invenzione della stampa, i testi antichi venivano riprodotti manualmente nei monasteri. I monaci copiavano diligentemente i manoscritti lavorando in un’apposita stanza del monastero chiamata scriptorium.
Abbiamo scelto lo scriptorium come icona principe di questo numero per diversi motivi.
Il primo, lo confessiamo, perché ci piace l’idea un po’ provocatoria di accostare la presuntuosa tecnologia contemporanea (computer, internet…) con la giurassica tecnologia medioevale.
Proprio perché ci troviamo troppo spesso a lavorare con topi e tastiere, reti e internet, html e php… non volevamo dare l’idea di essere integralisti delle nuove tecnologie: la rivoluzione digitale rappresenta un indiscusso progresso per l’umanità, ma non è di per sé la panacea di tutti mali. Indipendentemente dalle tecnologie adottate – lo stilo, la penna o il computer… – ciò che conta veramente è l’idea, il pensiero critico, l’autonomia creativa.
Amiamo le cose belle prodotte con l’arte digitale, ma amiamo altrettanto le belle cose prodotte con le penne, i pennelli, lo scalpello…
Il riferimento allo scriptorium, poi, ci piace per un altro motivo: spesso l’amanuense medievale non si limita a tracciare monotone righe di testo, ma si trasforma in un virtuoso del segno grafico, si distingue per l’eleganza del tratto, la precisione del carattere (font), l’originalità dei capolettera, la raffinatezza delle miniature che sposano il testo… Certi codici miniati prodotti nei grandi monasteri sono veri e propri capolavori artistici scaturiti da perfette alchimie di immagini e parole. La pagina diventa allora una delizia per gli occhi indipendentemente dal contenuto del testo.
Anche il moderno scrittore non deve limitarsi a partorire anonime litanie di parole, ma deve scegliere il carattere adatto (font), disporre i blocchi di testo con grazia ed equilibrio, coniugare il testo con immagini adeguate, progettare layout equilibrati. La pagina deve essere una delizia per gli occhi, prima che per l’intelletto. Deve essere goduta come un paesaggio visto dall’alto, prima che interpretata nei suoi simboli verbali. Il web writer, come l’amanuense medievale, deve essere un artista, oltre che uno scrittore.
Le analogie però potrebbero fermarsi qui. E potremmo finire magari con l’esaltare invece una differenza fra lo scrivano medioevale e il nostro giornalista: spesso l’amanuense si limitava a copiare pedissequamente il testo, senza sforzarsi di capire il contenuto, il significato delle parole che vergava, le inferenze che il testo provoca nel suo antico o nuovo contesto. Il nostro giornalista, invece, non deve limitarsi a copiare, riprodurre testi, magari abbellendoli con decorazioni posticce ed effetti speciali: il nostro giornalista deve cercare le idee, produrre le idee, creare, costruire il suo pezzo. E se proprio si dovesse trovare nella condizione di riprodurre idee altrui, dovrebbe farlo almeno con spirito critico.
Il protagonista del nostro scriptorium ideale conserva dunque il fascino dell’artigianato antico, ma non rinuncia alla coscienza critica e alla libertà creativa.