Web 2.0, bufale e acqua calda

27 06 2007


Gianni Marconato invita alla riflessione sulla possibile bufala del web 2.0. Ci provo, al volo.

Le etichette modaiole di fenomeni complessi sono per forza generiche e forzate, ma economiche e comode sul piano comunicativo (quando – in un determinato contesto e fra addetti ai lavori – citiamo il web 2, sappiamo di che cosa parliamo, zone d’ombra comprese).

Il web 2.0 non è una bufala: lo dimostrano i milioni di utenti consapevoli e le radicali trasformazioni formali (riprogettazione delle interfacce ) e concettuali (wiki, folksonomie, ontologie…).

Il web 2.0 sta probabilmente vivendo (o ha già vissuto) il suo punto di massimo successo mediatico e quindi è inesorabilmente destinato a declinare, almeno a livello lessicale (capita più spesso di incontrare esperti saccenti che, se ti scappa la parolina – web 2, appunto – ti danno – magari solo con lo sguardo – del povero provinciale).

Non credo nemmeno che il web 2 possa rivelarsi una bufala sul terreno dell’apprendimento per il semplice motivo che per la scuola il web 2 non esiste.

Io mi muovo nella scuola reale (non quella virtuale dei convegni) ed incontro colleghi reali: nessuno sa nulla di web 2, pochissimi sanno muoversi in Internet, uno su venti usa qualche volta l’e-mail, uno su cento sa cos’è veramente un blog.

Il web 2 scivolerà sulla scuola italiana come acqua tiepida sul marmo. Come è scivolato via inutilmente il web 1. Come scivolerà senza lasciare tracce il web 3.





Già: chi paga?

19 06 2007

Una delle domande inquietanti che aleggiano sulle promesse di agorà nel nuovo corso del web l’ha fatta un mio simpatico sissino…

In un pomeriggio di febbraio tentavo di colorare l’uggiosa aula universitaria con un’arzilla lezione sul web 2.0 (Time – Person of the year, democrazia virtuale, blogs, mySpaces, Flickr, Youtube…) quando un baldo neodocente dal simpatico pizzetto mi ha fatto questa semplice domanda:

- Chi paga?

Naturalmente mi sono subito tuffato in una serie scontata di considerazioni pseudoeconomiche (l’immagine, la pubblicità, la conquista di quote di mercato…) che sfociavano infine nell’auspicio che la natura “anarchica” della rete ci avrebbe comunque immunizzati dalla sindrome da grande fratello.

Ma ogni tanto il mio ottimismo s’incrina quando faccio un pur rapido bilancio dei servizi “gratuiti” che utilizzo: Google (cercatore, consigliore, traduttore, correttore, guida stradale…), Flickr, YouTube, Gmail, Yahoo, Virgilio, Blogger, Splinder, WordPress, Messenger, Slidesheare, Picasa…

E allora la domanda riecheggia più intensa…

- Chi paga?

E soprattutto: – Perché?

(ricordando sempre lo scontato monito dello zio Bigiola: A questo mondo nessuno ti da qualcosa per niente)





La scuola è bella perché è [poco] varia

2 05 2007

Dopo il ponte quasi rilassante (passato a scorazzare figli, a macinare vasche, a pedalare in salita, a cucinare, a scrivere ed un po’ a leggere) la giornata è stata un po’ pressante: 5 ore di lezioni (voto: 7,5), 4,5 ore di consigli di classe (voto: 3,5), partita di campionato del figlio (voto: 9,5: il cucciolo è tornato a giocare da dio, dominando la sua area e segnando uno splendido goal su punizione), partitona del Milan (voto: 9: che detto da uno iuventino…).

Non ho quindi tempo né energie per quei post creativi che giacciono quasi plasmati nella mia mente (il blog immilla l’anima; il blog immilla la scrittura…).

Riprendo allora l’argomento prosaico delle TIC nella scuola. E voglio farlo riproducendo pari pari (copia incolla) il frammento di una introduzione ad una sorta di bibliografia più o meno ragionata sulle Tecnologie Educative (e non solo) che ho partorito alcuni anni fa, ben prima della gloriosa scoperta del web 2.0.

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Scrivevo: aperte le virgolette…

…ma è alla terza parte [della bibliografia proposta] che vi prego di prestare uno scampolo di attenzione in più: quella che propone squarci di riflessioni critiche su una rivoluzione che ha investito la società, ma che non ha scalfito più di tanto le ataviche mura della scuola.

Le ex nuove tecnologie hanno rivoluzionato il modo di lavorare di imprenditori e impiegati, di bancari e magazzinieri, di viticultori e casalinghe… Computer, Internet, videogiochi, telecomandi, MP3, DVD… interagiscono con noi nelle case, negli uffici, nelle automobili, nei magazzini… ma spesso non superano i ponti levatoi che separano le aule scolastiche dal mondo.

L’essenza della nostra scuola è ancora incarnata da lunghi corridoi sui quali si affacciano fughe di aule con file rigorose di banchetti e… una lavagna. L’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica è infatti ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla.

Lo so. Quasi tutti voi mi state mandando a quel paese ricordando le decine di computer arrivate a scuola in questi anni e confinati in quei bei laboratori in fondo al corridoio. O semplicemente perché ritenete – forse anche giustamente – che la scuola sia il tempio della conservazione e della parola. O anche perché pensate – giustamente – che il compito della scuola non sia quello di rincorrere tutte le ultime mode tecnologiche. O ancora perché, semplicemente, fate parte di quei pochi alchimisti del web che, grazie alle nuove tecnologie, hanno abbandonato le comode spiagge della didattica basata sulla logica simbolico-ricostruttiva per abbracciare percorsi formativi fondati sulla logica percettiva-motoria…

Ma il mondo è bello perché è vario, e il mondo della scuola pubblica è bello perché ogni insegnante è libero di pensare – e di insegnare – come vuole.

Parliamone, però! Confrontiamoci.

Abbiamo avuto la ventura – o la sventura? – di assistere in diretta ad una rivoluzione epocale ed il minimo che la scuola può fare è di aprire qualche finestra per guardare quello che è accaduto. Perché se computer, palmari, cellulari, Play Station, Game Boy, SMS, DVD, C D, e-book, chat, videoclip, webgrafica, MP3… sono rimasti fuori dalle aule scolastiche, sono entrati ormai irrimediabilmente nei cervelli dei nostri ragazzi, dei nostri figli, dei nostri alunni. E se è giusto – forse – che la scuola non adotti in toto le tecniche comunicative di MTV per dialogare con i suoi studenti, è altrettanto giusto che almeno cominci a riflettere seriamente sui nuovi media e sui nuovi alfabeti.

Per inciso: non sono così sprovveduto da pensare che basti introdurre un computer in classe per rigenerare la didattica: può essere più rivoluzionario un nuovo modo di usare la lavagna che un modo qualsiasi di usare Internet. E non sono nemmeno così integralista da ritenere che le nuove tecnologie siano sempre e comunque più efficaci e meritorie di quelle tradizionali: prendo appunti con la penna, mi faccio la barba con la lametta, amo i pizzoccheri valtellinesi e preferisco il Morellino di Scansano con il caro vecchio tappo di sughero.

Ritengo però che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo…

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E questa è la prima domanda basilare, appunto: siamo ancora sicuri che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo?

E non è forse una fortuna – e questa è già la seconda domanda – che l’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica sia rimasta ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla?





Per un uso laico delle piattaforme

9 01 2007

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Anch’io come Gianni Marconato ritengo francamente eccessiva – e non di rado grottesca – l’esaltazione nostrana delle così dette “piattaforme” per la formazione – LMS (Learning Management System) o VLE (Virtual Learning Environment). Se non altro perché – concordo sempre con Marconato – l’irrigidirsi dei riflettori su queste ipersponsorizzate tecnologie di e-learning rischia di lasciare in un cono d’ombra le potenziali/reali rivoluzioni in atto: il dilagare degli MP3, la condivisione on line di musica e filmati, i blog, i wiki, messenger… il traboccare dei siti “sociali” (My Spaces, Live Spaces…)… Senza contare il social bookmark, le folksonomie…

D’altro canto anche l’ennesima esaltazione per i neo-neofenomeni mediatici rischia ancora una volta di buttare a mare quanto di buono comunque le piattaforme possono ancora offrire, soprattutto se vengono utilizzate con spirito laico, un pizzico di ironia, tanta flessibilità e… in sinergia con tutte le altre potenzialità comunicative e formative che la maturità del Web 2 ci sta regalando.

Io, ad esempio, nella mia quotidiana [buona] azione formativa utilizzo con profitto Moodle che si sta rivelando uno strumento duttile e persino divertente per ampliare in maniera intelligente – e quindi non sacrale – il tempo-scuola sempre più sacrificato da rigidi meandri direzionalburocratici.