La scuola è bella perché è [poco] varia

Dopo il ponte quasi rilassante (passato a scorazzare figli, a macinare vasche, a pedalare in salita, a cucinare, a scrivere ed un po’ a leggere) la giornata è stata un po’ pressante: 5 ore di lezioni (voto: 7,5), 4,5 ore di consigli di classe (voto: 3,5), partita di campionato del figlio (voto: 9,5: il cucciolo è tornato a giocare da dio, dominando la sua area e segnando uno splendido goal su punizione), partitona del Milan (voto: 9: che detto da uno iuventino…).

Non ho quindi tempo né energie per quei post creativi che giacciono quasi plasmati nella mia mente (il blog immilla l’anima; il blog immilla la scrittura…).

Riprendo allora l’argomento prosaico delle TIC nella scuola. E voglio farlo riproducendo pari pari (copia incolla) il frammento di una introduzione ad una sorta di bibliografia più o meno ragionata sulle Tecnologie Educative (e non solo) che ho partorito alcuni anni fa, ben prima della gloriosa scoperta del web 2.0.

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Scrivevo: aperte le virgolette…

…ma è alla terza parte [della bibliografia proposta] che vi prego di prestare uno scampolo di attenzione in più: quella che propone squarci di riflessioni critiche su una rivoluzione che ha investito la società, ma che non ha scalfito più di tanto le ataviche mura della scuola.

Le ex nuove tecnologie hanno rivoluzionato il modo di lavorare di imprenditori e impiegati, di bancari e magazzinieri, di viticultori e casalinghe… Computer, Internet, videogiochi, telecomandi, MP3, DVD… interagiscono con noi nelle case, negli uffici, nelle automobili, nei magazzini… ma spesso non superano i ponti levatoi che separano le aule scolastiche dal mondo.

L’essenza della nostra scuola è ancora incarnata da lunghi corridoi sui quali si affacciano fughe di aule con file rigorose di banchetti e… una lavagna. L’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica è infatti ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla.

Lo so. Quasi tutti voi mi state mandando a quel paese ricordando le decine di computer arrivate a scuola in questi anni e confinati in quei bei laboratori in fondo al corridoio. O semplicemente perché ritenete – forse anche giustamente – che la scuola sia il tempio della conservazione e della parola. O anche perché pensate – giustamente – che il compito della scuola non sia quello di rincorrere tutte le ultime mode tecnologiche. O ancora perché, semplicemente, fate parte di quei pochi alchimisti del web che, grazie alle nuove tecnologie, hanno abbandonato le comode spiagge della didattica basata sulla logica simbolico-ricostruttiva per abbracciare percorsi formativi fondati sulla logica percettiva-motoria…

Ma il mondo è bello perché è vario, e il mondo della scuola pubblica è bello perché ogni insegnante è libero di pensare – e di insegnare – come vuole.

Parliamone, però! Confrontiamoci.

Abbiamo avuto la ventura – o la sventura? – di assistere in diretta ad una rivoluzione epocale ed il minimo che la scuola può fare è di aprire qualche finestra per guardare quello che è accaduto. Perché se computer, palmari, cellulari, Play Station, Game Boy, SMS, DVD, C D, e-book, chat, videoclip, webgrafica, MP3… sono rimasti fuori dalle aule scolastiche, sono entrati ormai irrimediabilmente nei cervelli dei nostri ragazzi, dei nostri figli, dei nostri alunni. E se è giusto – forse – che la scuola non adotti in toto le tecniche comunicative di MTV per dialogare con i suoi studenti, è altrettanto giusto che almeno cominci a riflettere seriamente sui nuovi media e sui nuovi alfabeti.

Per inciso: non sono così sprovveduto da pensare che basti introdurre un computer in classe per rigenerare la didattica: può essere più rivoluzionario un nuovo modo di usare la lavagna che un modo qualsiasi di usare Internet. E non sono nemmeno così integralista da ritenere che le nuove tecnologie siano sempre e comunque più efficaci e meritorie di quelle tradizionali: prendo appunti con la penna, mi faccio la barba con la lametta, amo i pizzoccheri valtellinesi e preferisco il Morellino di Scansano con il caro vecchio tappo di sughero.

Ritengo però che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo…

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E questa è la prima domanda basilare, appunto: siamo ancora sicuri che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo?

E non è forse una fortuna – e questa è già la seconda domanda – che l’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica sia rimasta ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla?

Internet e uncinetto

(NB: nel Liceo di Alice, il laboratorio informatico giace sull’ultimo piano dell’antica torretta, ben isolato dalle aule e dagli umani flussi dei corridoi)

Nel vecchio liceo ospitato nel vecchio convento il vecchio prof s’aggira nella vecchia piccionaia dove s’accumulano ossimoriche le polveri sottili di nuove tecnologie. Orchestra ipermedia partoriti in gruppo dai ragazzi, aggiorna il sito della scuola, corregge i compiti su Moodle, studia le nuove possibilità dei social network, discute on line con un collega trentino sullo spauracchio dell’autismo digitale, traduce lento con Babylon l’ultimo articolo di de Kerckove, dà un’occhiata on line all’ennesimo sproloquio contro la scuola (Ernesto Galli della Loggia, Addio ai padri; ndr), impreca perché l’acces point fa i capricci, prepara il portatile per la lezione su Dante che dovrà fare fra qualche minuto ai piani di sotto…

Ogni tanto le colleghe (nella scuola di Alice, i docenti sono quasi tutte femmine, ndr) giungono in pellegrinaggio fin lassù: lanciano uno sguardo di compatimento al vecchio che s’affanna fra tastiere e topi, infilano le chiavette usb nelle apposite fessure, fingono di saperci fare con finestre e link… qualcuna tenta persino di sbadigliare addosso a quel romito epigono di Bill (Gates, Ndr) qualche tentativo di flaccida seduzione… pur di ottenere uno scampolo di similoro:

  • Mi daresti una mano: non mi ricordo come si fanno andare le fotografie con PowerPoint?
  • Mi puoi dire come faccio a vedere le foto che mia figlia mi manda su messenger?
  • È libero il laboratorio? Voglio fare vedere un DVD ai ragazzi!
  • Ma come faccio a scaricare i film da Internet?
  • La mia stampante di casa non stampa più, secondo te…
  • Una mia amica dice di avermi mandato delle foto nella posta, ma…

Talvolta – ma sempre più raramente – il vecchio tenta di rispondere, di spiegare, di convincere… Sempre più spesso, però, si abbandona all’elemosina di risposte politicamente scorrette:

- Lascia perdere l’informatica: perché non provi l’uncinetto?

La battuta – che trasuda comunque acredine e frustrazione – rivela però un bisogno di utile schiettezza.

Come quel vecchio, anch’io penso che tante colleghe (e tanti colleghi) farebbero meglio a lasciar stare topi, tastiere e popular tags.

Voglio dire: se le poverette s’affannano a capire la logica di e-mule e degli allegati mail per uso personale (rispettando naturalmente il vincolo etico della modica quantità), nulla di grave: ognuno ha il diritto di tentare di sconfiggere il proprio analfabetismo tecnologico!

Ma quando certe docenti s’avvicinato alle tecnologie con la convinzione messianica che imparare a far girare tre slides con un paio di frecce e qualche clipart sia la premessa indispensabile per la loro redenzione pedagogica, allora…

… allora è meglio che si diano all’uncinetto, appunto!

Le tecnologie educative non ammettono sperimentazioni casalinghe e dilettanti allo sbaraglio. La scuola non dovrebbe essere la corrida di Gerry Scotti dove qualche beghina s’improvvisa esperta di comunicazioni solo perché ha imparato a scrivere il titolo di una presunta lezione con una originalissima wordart.

Se non si padroneggiano le tecnologie, meglio lasciar perdere. Se non si regge il vino, meglio continuare a bere l’acqua.

Ci si risparmia brutte figure, si evitano danni formativi e si contribuisce all’equilibrio gastrico di quel vecchio prof che proprio non sa più come farvi capire che non può spiegarvi la logica della folksonomy o delle animazioni flash in pochi minuti.

Meglio dunque una buona lezione frontale con sano ausilio dei buoni vecchi libri e della polvere di gesso piuttosto che un’improvvisata webquest alla ricerca dell’ovvio (quando va bene).

(temo però – in sintonia sempre col vecchio prof – che gli improvvidi hobbisti delle nuove tecnologie non siano poi tanto padroni nemmeno delle tecnologie vecchie).

Libri, astuccio e computer

Qualche giorno fa, mentre osservavo inquieto una classe di liceali che si recava in pellegrinaggio nella riserva indiana dell’informatica per ricevere la dose mensile di Excel, sono stato attratto da un ragazzino americano che, con il suo portatile sotto il braccio, faceva il tragitto opposto. E per un attimo ho sognato che la normalizzazione delle ex nuove tecnologie potesse essere dietro l’angolo.

Nonostante la rivoluzione digitale, buona parte della scuola italiana appare ancora legata al rito della tecnologia cartacea e della trasmissione orale. Gli insegnanti parlano dalla cattedra e i ragazzi ascoltano, rispondono, prendono appunti arroccati sui loro banchettini allineati e coperti.
Poi, ogni tanto, qualche docente illuminato o stanco della routine, accompagna i “suoi” ragazzi nel laboratorio informatico dove vengono gelosamente custodite, come in un enfatico reliquiario, le icone della ex nuove tecnologie.

Alcune scuole hanno riserve di lusso, con desktop colorati, monitor lcd, sistemi operativi trendy e l’ADSL superveloce… E per quasi un’oretta i ragazzi incasellano cifre, colorano grafici, cercano notizie sulla vita di Giovannino Pascoli o ricopiano in Word la futura tesina. Quindi, tornano in classe, dove la loro creatività è spesso relegata ai graffiti sul banco e agli SMS digitati di nascosto sotto il banco.

I due mondi – la didattica curricolare e l’iniziazione informatica – vivono da separati in casa e solo di rado si incontrano per una qualche sensuale contaminazione.
La colpa – dicono molti docenti – è della mancanza di mezzi, del fatto che ci sono pochi laboratori, e che i laboratori sono spesso occupati dai soliti insegnanti di…
Così anch’io – che ritengo grottesco continuare a parlare di alfabetizzazione informatica – mi affanno per fare in modo che non siano le classi ad andare alle tecnologie (laboratori-riserve), bensì le tecnologie ad andare nelle classi per farsi naturale strumento di didattica quotidiana. Con modesti risultati, per la verità. E con crescente disincanto.

Ma la quotidiana visione di Brad, un ragazzino americano appena catapultato nella mia scuola, mi fa intravedere il futuro attraverso lenti un po’ più edulcoranti.
Brad arriva tutti i giorni con l’immancabile cappellino dei NYY, pochi libri nello zaino ed il fedele Mac sotto il braccio. Entra in classe, saluta in inglese e accende il portatile. E con il portatile prende appunti, pianifica i suoi impegni, registra spezzoni di lezioni, scrive le verifiche, consulta il dizionario, traduce, visualizza la cartina dell’Iraq mentre la prof. parla degli Assiri, scova rapidamente sinonimi, elabora al volo statistiche e grafici, tabula i dati emersi da una piccola inchiesta condotta della prof di Scienze Sociali su…

Pochi giorni fa è venuto a chiedermi se poteva in qualche modo connettersi alla nostra rete per andare in Internet. Quando gli ho detto che sul piano della sua classe è attivo un Access Point, mi ha dato un cinque, ha chiesto i parametri per la configurazione e se ne è andato sorridendo.
Ora Brad, nella sua classe, senza nemmeno i vincoli dei cavi, può andare in rete quando vuole. E quando l’insegnante di religione invita i ragazzi a riflettere sulla guerra, Brad può vedere in tempo reale i servizi della CNN, può recuperare articoli dal Times e da L’Espresso, può zummare con cartine satellitari sui luoghi del conflitto, può cercare un approfondimento nell’archivio della RAI o nella Biblioteca del Congresso… Può partecipare al forum della scuola, aggiornare il suo blog, scrivere al mouse friend, chattare con i suoi ex compagni di San Diego per vincere i momenti di nostalgia…

Internet e il computer non sono la panacea di tutte le ignoranze. Né le bacchette magiche che trasformano le nostre aule in ambienti di apprendimento aperti e costruttivi. Ma non ritengo nemmeno che debbano continuare ad essere relegate in lontani laboratori degni solo di sporadiche visite guidate (previo regolare prenotazione e preavviso al tecnico-custode).
Io non penso che le nuove tecnologie debbano fagocitare le “vecchie” tecnologie, ma che possano semplicemente affiancarle, integrarle, amplificarle. Io credo che sia tempo ormai che la rete e il computer abbiano a scuola gli stessi diritti della penna, della squadra e della lavagna. E che i nostri ragazzi mettano nello zaino, assieme a qualche libro e all’astuccio, anche il computer.

PS: purtroppo Brad è solamente una mia proiezione onirica.

Articolo già apparso in www.ted.scuole.provincia.modena.it

Etilismo digitale?

Quando leggo tutte tutte le belle cose sulle NT (web 2, e-learning, web content manager, web writer, regista multimediale…) mi monto alquanto la testa e sono quasi fiero di sentirmi un poco parte di questo bel mondo.
Ma temo che simili attacchi di etilismo digitale siano dovuti soprattutto al fatto che mi immergo in tali studi nei momenti di vacanza: con montagne di libri adagiate sul prato, il portatile sulle ginocchia e un fondale dipinto da pini marittimi è più facile sognare.

Quando si torna a scuola, la sbornia svanisce: ricomincia il tragicomico gioco a rimpiattino fra infilate di aule allineate e coperte dove rugose vestali del verbo presidiano assonnate il regno della didattica monomediale.

Per inciso: non sono così sprovveduto da pensare che basti introdurre un computer in classe per rigenerare la didattica: può essere più rivoluzionario un nuovo modo di usare la lavagna che un modo qualsiasi di usare Internet.
E non sono nemmeno così integralista da ritenere che le nuove tecnologie siano sempre e comunque più efficaci e meritorie di quelle tradizionali: prendo appunti con la penna, mi faccio la barba con la lametta, amo i pizzoccheri valtellinesi e preferisco il Morellino di Scansano con il caro vecchio tappo di sughero.

Ritengo però che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo.

O no?