Sassolini: sono una foglia di fico

1 08 2007

In un commento ad un post di Sergio Maistrello (il post, da non perdere, contiene i video di una deliziosa conversazione di Sergio con Luisa Carrada a proposito del suo bel libro “La parte abitata della rete”) ho fatto un goffo tentativo di richiamare l’attenzione sul fatto che per anni l’incapacità della scuola italiana di rinnovare la sua didattica è stata in parte mitigata dallo sfoggio – in convegni, congressi, pubblicazioni – di millanta coraggiose sperimentazioni.

Il mio non del tutto felice commento si deve probabilmente al fatto che sono ipersensibile al problema in quanto io stesso mi sento in qualche modo vittima e colpevole di questo gioco.

Sulle orme di maestri come Don Milani, Freinet, Morin, Papert ho sempre pensato che un uso consapevole delle nuove tecnologie potesse curvare la didattica verso pratiche costruttivistiche se non addirittura costruzionistiche. E così buona parte dei miei percorsi educativi si sono sviluppati all’insegna del “cooperative learning” e del “learning by doing”, sfruttando di volta in volta le potenzialità messe a disposizione dagli ipertesti, dalla rete, da moodle, dai social software… Con grandi risultati per i ragazzi, per le famiglie e per le stesse istituzioni.

Così mi capita talvolta di essere invitato a convegni per illustrare che belle cose fa la scuola italiana con le nuove tecnologie. Solo un paio di mesi fa, ad esempio, un nutrito gruppo di docenti trentini che partecipano ad un percorso di aggiornamento sugli LMS mi ha tributato un sincero applauso dopo che ho fatto vedere loro quanto sono bravo ad usare moodle (e non solo, ovviamente) per integrare e amplificare il percorso curriculare di letteratura italiana. Ed il prossimo settembre Luigi Guerra – con cui collaboro da tempo – manda una delegazione di docenti universitari palestinesi nella mia scuola per far vedere come siamo (sono) bravi(o) a sfruttare le tecnologie educative.

Ecco: in queste occasioni – che pure alimentano il mio ego – mi sento un po’ come una birichina foglia di fico che tenta di coprire le disarmanti vergogne della scuola italiana.

Il mio, dunque, voleva essere l’ennesimo, timido invito ai nostri intellettuali di riferimento (come Maistrello, appunto) ad esaltare giustamente le sperimentazioni intelligenti (anzi il ruolo degli intellettuali, dei convegni e dei pionieri è proprio quello di volare alto, di farci sognare, di indicarci la cometa…), ma senza perdere occasione per sottolineare che al di là di qualche rara, meritoria isola felice le nostre scuole – lo ripeto alla noia – sono rimaste il regno dell’istruzionismo, dell’auditorium (io parlo e tu ascolti), della comunicazione unidirezionale (lezioni frontali spesso aggravate da powerpointivite), dei banchini allineati e coperti dentro aule allineate e coperte popolate da alunni (spesso poco allineati e molto coperti) che sempre meno s’interfacciano con vecchi docenti (allineati? Coperti?).





fs4te: ultimate edition 2.0

10 06 2007


Post paludato, ma…

La mia mancata performance al Collegio mi ha costretto ad elaborare una minirelazione scritta sul ruolo di Funzione Strumentale per le Tecnologie Educative (fs4te). E visto che cmq una FS deve rispondere al Collegio – e non alla direzione – ho distribuito il foglietto sabato a tutti i colleghi che ho incontrato.

Riporto qui introduzione e conclusione di detto foglietto, perché magari può essere utile per qualche riflessione in proposito…

Giuro cmq che, per un bel po’ di tempo, non torneremo sulla questione.

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Premessa

Consapevole che la relazione finale sull’operato di una funzione strumentale non è il genere di lettura più ambito da colleghi & affini, cercherò di essere estremamente sintetico. L’eccessiva stringatezza, però, rischia di produrre qualche passaggio criptico – interpretabile magari come snobistico ammiccamento per adepti – e di incartare con una patina di superficialità gli spunti riflessivi. Per questo, fin da subito, invito a consultare il mio blog dedicato alle tecnologie educative: www.agatimario.blogspot.com .

Il ruolo di una funzione strumentale

Prima di snocciolare un po’ di dati, voglio provare ad impostare un ragionamento sul ruolo che una funzione strumentale dovrebbe ricoprire.

Io credo che una funzione strumentale dovrebbe operare sostanzialmente in tre direzioni:

· dovrebbe dare il suo contributo alla costruzione – o al rafforzamento – della mission (e della vision) della scuola;

· dovrebbe dare il suo contributo ai piani di formazione e aggiornamento del personale;

· dovrebbe svolgere la sua funzione “strumentale” nel senso etimologico del termine.

Funzione strumentale e mission

Ritengo che il nostro Liceo dovrebbe caratterizzarsi come una scuola della complessità e della contemporaneità in grado di offrire ai propri ragazzi gli strumenti culturali, linguistici e professionali necessari per muoversi con competenza ed autonomia critica nell’attuale società della conoscenza. È del tutto evidente – in tale contesto – che le nuove tecnologie dovrebbero giocare un ruolo fondante.

Funzione strumentale e aggiornamento

I piani di aggiornamento promossi e supportati da una funzione strumentale dovrebbero agire in due direzioni:

· aggiornamento culturale

· aggiornamento tecnico e metodologico

Aggiornamento culturale

Ho sempre sostenuto che nella scuola italiana – a proposito di nuove tecnologie – serve più un investimento culturale che tecnologico. Riempire le scuole di computer senza una seria riflessione sul modo di usarli è poco utile, ed assai spesso dannoso. Sparare luoghi comuni sulle balbuzie cognitive dei digital native senza una seria riflessione su come il diluvio digitale abbia riplasmato il loro corpo e la loro mente, è pedagogicamente immorale.

Una funzione strumentale per le tecnologie educative ha quindi il dovere di promuovere attività multiple di aggiornamento sulla rivoluzione digitale in atto sottolineandone potenzialità (social software, social network, secon life, folksonomie, ontologie, e-learning 2, wiki, web semantico, comunità di conoscenza, comunità di pratica…) e rischi (autismo digitale, abulia cognitiva, frammentazione dei saperi, sindrome da copia-incolla…).

Perché se gli insegnanti (digital immigrant, se va bene) vogliono interfacciarsi con gli alunni (digital native) devono appropriarsi di qualche coordinata (antropologica, sociologica, psicologica…) del contesto cognitivo nel quale nuotano i ragazzi.

Aggiornamento tecnico e metodologico

Più intuitivo e praticato l’aggiornamento tecnico e metodologico.

La funzione strumentale deve se mai stare attenta a non confondere le iniziative mirate a fornire ai docenti gli strumenti e metodologie indispensabili per renderli minimamente autonomi in un contesto di lavoro che non può più prescindere da alcune competenze “informatiche” di base (videoscrittura per elaborare verbali, verifiche, programmi…; un minimo di Internet per accedere al sito del Ministero, per controllare il proprio cedolino, per inserire i voti nel registro elettronico…; la posta elettronica…), dalle iniziative volte all’aggiornamento sulle tecnologie per la didattica.

In questo secondo caso la funzione strumentale deve stare particolarmente attenta a far passare il messaggio che non basta una infarinatura qualsiasi per introdurre le nuove tecnologie nella didattica: internet ed i computer in genere sono strumenti molto potenti, ma anche pedagogicamente “pericolosi”: per utilizzarli con profitto occorre un notevole training tecnico e culturale.

Funzione strumentale e… basta

È il risvolto meno intrigante. La funzione strumentale addetta alle nuove tecnologie deve infatti preoccuparsi di fornire gli strumenti del corretto operare (reti, ambienti integrati, hardware, software…) e deve a sua volta essere essa stessa strumento di operazioni ormai standardizzate (gestire il sito web, aiutare i colleghi in panne per qualche problemino tecnico…).

Anche in questo caso però la funzione strumentale deve muoversi entro coordinate strategiche e logistiche ampie e perennemente aggiornate: accumulare computer in una laboratorio ricavato nel sottoscala non è la stessa cosa che puntare su portatili wireless; come non è la stessa cosa operare in ambiente Microsoft o Linux, puntare su un sito statico o dinamico, promuovere il blended learning o…

Il bilancio di un anno

Funzione strumentale e mission: bicchiere quasi vuoto

Utilizzando la contata metafora del bicchiere, direi che per quanto riguarda il questo punto il bicchiere è quasi vuoto (o in via di prosciugamento).

Se in un recente passato, infatti, il nostro Liceo si è dato da fare per svecchiare l’immagine da “vecchia magistrale” promuovendo iniziative aperte al territorio (corsi ForTic, formazione insegnanti elementari in collaborazione con Memo, corsi serali per adulti in collaborazione con MOFO, seminari per le funzioni obiettivo in collaborazione con il CSA…) e rendendosi protagonista di varie sperimentazioni di livello (Progetto TED, blended learning, portatili in classe) che ci ha consentito di entrare fra le BestPractice nell’osservatorio tecnologico MIUR e di conquistare una piccola fama di scuola tecnologicamente avanzata, oggi non appare più così attivo in questa direzione.

Ultimamente, infatti, sono praticamente cessate le iniziative aperte al territorio, sono diminuite di intensità le sperimentazioni interne e non mi pare che Consiglio di Istituto e Collegio Docenti abbiano intenzione di utilizzare più di tanto la forza delle nuove tecnologie per promuovere la mission del Sigonio (ne è la prova che anche nell’orientamento in entrata non si punta più, come in passato, sui Linguaggi Non Verbali e Multimediali che, oltretutto, sono stati sminuiti anche nell’orario).

… omississsssss…

Che fare?

Se il Collegio Docenti decide di mantenere questo profilo di funzione strumentale, credo che chiunque ne interpreti il ruolo dovrebbe, per il prossimo anno:

· Organizzare momenti di aggiornamento sulle implicazioni culturali (psicologiche, pedagogiche, didattiche…) della rivoluzione tecnologica in atto;

· Migliorare l’offerta per la formazione tecnico-metodologica (corsi? Sportelli? Consulenze on line?);

· Rendere più vivace ed interattivo il sito del Sigonio integrandovi alcuni blog

Per quanto riguarda poi la dotazione tecnologica, occorre ricordare che nei prossimi anni il Sigonio si trova di fronte ad una difficile sfida: rinnovare, migliorare e moltiplicare gli ambienti di apprendimento integrati (laboratori informatici, linguistici, multimediali…) nonostante l’impossibilità pratica di poter usufruire di nuovi e più adeguati spazi.

La mia idea, quindi, è quella di puntare su una potente e versatile dotazione strumentale che occupi pochissimo spazio, ma che sia in grado di trasformare – con pochi gesti e poco tempo – qualsiasi luogo in uno stimolante e moderno ambiente di studio e lavoro.

Sto pensando, ovviamente, all’acquisizione ed alla configurazione di un numero significativo di computer portatili (wireless) che in pochi attimi possono trasformare qualsiasi luogo – raggiunto da acces point – in un ambiente di apprendimento integrato.

Grazie per la cortese attenzione





voliAMOinAlto?

31 05 2007

Ho sempre sostenuto che nella scuola italiana – a proposito di nuove tecnologie – serve più un investimento culturale che tecnologico.

Riempire le scuole di computer senza una seria riflessione sul modo di usarli è poco utile, ed assai spesso dannoso.

Sparare luoghi comuni sulle balbuzie cognitive dei nativi digitali senza una seria riflessione su come il diluvio digitale abbia riplasmato il loro corpo e la loro anima, è pedagogicamente immorale.

Anche parecchi anni fa, quando facevo formazione “informatica” a colleghi bramosi di appropriarsi delle eclatanti magie di PowerPoint o delle rutilanti animazioni di Flash, non mancavo mai di inserire nelle artigianali dispensine qualche consiglio per acquisti intelligenti (De Kerkove, Lévy, Virilio, Formenti, Luhmann, Maldonado, Longo, Morin, Negroponte, Weinberger…) e frammenti di riflessioni sulle mutazioni antropologiche provocate dalla sommessa velocità dei bit.

I colleghi fingevano per un po’ affinità elettive con i miei voli concettuali, ma subito dopo mi azzannavano con le loro vere, impellenti esigenze: come faccio a cambiare la RAM? Come faccio a far terminare la musica alla ventitreesima diapositiva? Come si fa a far venire la freccia senza il click del mouse? Come si fa a programmare l’autorun in un cd? Eccetera eccetera.

Non è cambiato nulla.

Mi capita spesso di deambulare nel mio liceo per seminare un po’ qua e un po’ là qualche scampolo di riflessione sui social software piuttosto che sull’autismo digitale, il digital divide, la folksonomia, la bulimia cognitiva, le ambigue opportunità delle agorà virtuali…

I colleghi non si sforzano nemmeno di ostentare un po’ di affinità elettive con i miei voli concettuali, e se proprio qualcuno decide di farsi illuminare dalla mia presunta competenza… lo fa con quesiti di raro spessore culturale: come faccio a masterizzare un cd musicale protetto? Mi insegni a configurare e-mule? Mi aiuti ad inserire la musichetta in PowerPoint? Come si fa a guardare il tagliandino dello stipendio in Internet? Mi dai il portatile con il viedeoproiettore per guardare un film in classe? Eccetera eccetera.

Io? Esperto di tecnologie educative?

No: aiuto tecnico informatico (aspirante bidello!)

Buona vita.





Vade retro PC!

17 05 2007
Mentre con Gianni si pensa ad un processo alle TE (o TD = Tecnologie Didattiche o TnD = Tecnologie nella Didattica), negli USA (loro sono sempre + next)…

vi consiglio questo articolo del CdS: Contrordine: il pc non aiuta a studiare

Eccone un estratto:

Il dipartimento dell’Educazione Usa: fa crescere la disattenzione in classe

Contrordine: il pc non aiuta a studiare

Nessuna differenza d’apprendimento fra chi può usarlo e chi no. E e le scuole cominciano a tagliare i fondi per l’informatica

[...] una battuta di riflessione ci viene, però dagli Stati Uniti, dove il mese scorso il dipartimento dell’educazione ha terminato un ampio studio comparativo.
Ne è emerso che non esiste differenza alcuna nel profitto medio in matematica e in scrittura, tra gli studenti che frequentano scuole ben munite di portatili individuali e i loro coetanei che, invece, frequentano scuole del tutto prive di tali costose apparecchiature.

Non solo, ma emerge che una gran quantità di studenti, invece di prestare attenzione alle lezioni, trincerati dietro i loro schermi, giocano, si passano i compiti, si inviano messaggini o addirittura esplorano siti porno. Nello Stato di New York, il vasto distretto scolastico di Liverpool ha deciso di assottigliare progressivamente i fondi destinati all’informatica individuale nelle scuole, tornare alla lavagna, carta e matita, o all’unico computer di classe a grande schermo. Simili iniziative di progressiva «uscita» dai portatili individuali in classe sono già state decise da distretti scolastici in Virginia e in California.

Nelle università americane, dove il perenne «paper» scritto costituisce l’unico tipo di compito assegnato settimanalmente e poi l’unico tipo di esame di fine corso, la tentazione di copiare pezzi, o interi testi, dalle immense risorse disponibili in rete è tale che si moltiplicano i programmi specializzati nell’individuare i plagi. Non pochi colleghi americani esplicitamente e tassativamente proibiscono l’uso dei portatili durante le lezioni. Disposizioni giustamente drastiche contro il plagio vengono diffuse ogni semestre. [...]

Capperi: e pensare che ho appena spedito un progetto per ottenere i fondi per avere altri 20 portatili a disposizione dei “miei” studenti!!! Che faccio: ritiro il progetto?

NO! Come i cani, le tecnologie non sono cattive: sono loro padroni che…

Dopo l’articolo, dai un’occhiata al solito lucido commento di Gianni Marconato, di cui riporto solo la conclusione:

“La letteratura documenta chiaramente che quando le tecnologie sono usate sulla base delle precedentemente citate “condizioni”, il loro valore aggiunto è bene evidente.

Non mettiamo, per favore, sotto processo l’utilità didattica delle tecnologie, ma:

  • lo sciocco entusiasmo per il potere benefico delle stesse,
  • il loro uso incompetente ed inappropriato,
  • la propaganda che i venditori di tecnologie da sempre fanno (vedi, ad esempio, la questione delle lavagne interattive),
  • la carità pelosa, come ad un recente convegno la ha definita il ministro Fioroni, fatta dall’industria.

I risultati della citata indagine, li leggerei, quindi, come una conferma delle critiche, che da tante parti si levano, sugli usi impropri, inadeguati ed incompetenti delle tecnologie nella scuola.”





Processo alle tecnologie nella didattica

6 05 2007

Forse ispirato in parte anche dal mio provocatorio intervento del 12 aprile (che a sua volta tentava di giustificare un mio ancor più antipatico post) Gianni Marconato propone nel suo blog un intrigante “processo alle tecnologie nella didattica”. Gianni ha illustrato la proposta anche con un intervento allo Zenacamp di cui puoi vedere le slide.

In occasione di un simile processo, dovremmo provare a rispondere a domande tipo:

  • Qual è la reale ricaduta didattica degli enormi investimenti di energie e danaro (fortic, bdp, formazioni on line…) che le istituzioni hanno profuso per la diffusione delle nuove tecnologie?
  • Quali sono i risultati reali di anni di sperimentazioni didattiche delle nuove tecnologie?
  • Quali sono i risultati concreti delle centinaia e centinaia di ricerche universitarie, pubblicazioni specialistiche, convegni, congressi… finalizzati a sensibilizzare gli addetti ai lavori sulle rimarchevoli potenzialità formative delle nuove tecnologie?
  • Siamo di fronte all’ennesimo fallimento dell’uso didattico delle tecnologie?
  • Possiamo parlare di usi diversificati (modelli, strategie didattiche, strategie organizzative) delle tecnologie che sono problematici/fallimentari ed altri che non lo sono?
  • Qualcuno sa indicare esperienze quantitativamente e qualitativamente significative sull’uso efficace ed innovativo (sul piano didattico e pedagogico) delle nuove tecnologie?

Può darsi che alla fine del processo – mi ripeto – scopriamo semplicemente che le nostre scuole sono rimaste il regno dell’istruzionismo, dell’auditorium (io parlo e tu ascolti), della comunicazione unidirezionale (lezioni frontali spesso aggravate da powerpointivite), dei banchini allineati e coperti dentro aule allineate e coperte popolate da alunni (spesso poco allineati e molto coperti) che sempre meno s’interfacciano con vecchi docenti (allineati? Coperti?). E non è detto che ciò sia necessariamente un male.

Ma, fatta questa disanima (pars destruens), dovremmo poi ricominciare a porci quelle domande necessarie per rivedere e, spero, per rilanciare (pars construens) il nostro impegno intellettuale:

  • La scuola deve fare i conti con le nuove tecnologie? Come?
  • La scuola deve rincorrere le modalità comunicative e formative tipiche della net gen, o deve insistere sulle modalità comunicative e formative tradizionali?
  • Le nuove tecnologie possono migliorare il rapporto educativo? Come?
  • Quali nuove tecnologie si prestano (di più, meglio, in parte…) ad innovare il dialogo educativo?
  • Le nuove tecnologie possono curvare la didattica verso il costruttivismo (costruzionismo)? Come?
  • Le nuove tecnologie DEVONO curvare la didattica verso il costruttivismo (costruzionismo)? Come?





Dal gesso al dito?

3 05 2007

Temo che la scuola italiana sia ancora quella scolpita nel mio post precedente: l’imperturbabile regno di vestali e sacerdoti della parola che perpetuano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla. E lo resterà per qualche lustro.

Un grande plauso, dunque a quelle esimie avanguardie di illuminati missionari che provano caparbiamente a dissodare questo agro terreno con cadenzate ondate di messianiche proposte.

C’è chi confida nelle poetiche promesse dei social software, e c’è chi predica le taumaturgiche virtù delle lavagne interattive.


Quest’ultima crociata mi pare particolarmente attiva.

Da mesi ricevo regolari visite – in qualità di responsabile informatico del mio liceo – di avvenenti signorine che magnificano le doti sociopsicopedagogiche di questi schermi intelligenti.

Di recente, poi, ho avuto la ventura di lavorare un poco nella ricca – di cultura e competenza – provincia autonoma di Trento e di vedere coi miei occhi la generosa profusione di smart board in ogni scuola.

Lo stesso pare accada quotidianamente nell’altrettanto giovanile provincia di Bologna. Come sembra sottolineare Scuola 8.0 (VIII Rassegna biennale sulle tecnologie didattiche) dedicata appunto alle Lavagne Interattive Multimediali.

L’iniziativa – prromossa dalla Direzione Scolastica Regionale dell’Emilia-Romagna, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale di Bologna – pare proprio puntare molto sulla diffusione di questa relativamente nuova tecnologia:

“La Lavagna Interattiva Multimediale è un grande schermo bianco che, grazie a specifici software, è sensibile al tatto (come i monitor touch screen) sul quale un videoproiettore proietta l’immagine del PC (portatile o fisso) possibilmente collegato a Internet. Con il tocco di un dito/penna – che equivale al clic del mouse – si attivano icone-funzioni per scrivere, selezionare, disegnare, aprire documenti, eseguire giochi didattici, simulazioni, test di valutazione, collegarsi ad Internet, cioè per eseguire tutto ciò che è possibile da PC. In pratica si unisce la potenzialità dei software che già si utilizzano al software della Lavagna.

L’utilizzo delle Lavagne Interattive Multimediali, molto intenso in altri Paesi europei, negli USA e in Canada, si è avviato in Italia da poco tempo, soltanto in alcune aree del Paese, e assume ancora un carattere sperimentale.

Le potenzialità delle lavagne possono consentire una vera e propria rivoluzione nella didattica, rappresentando l’evoluzione del rapporto scuola e tecnologie fino ad ora centrato sull’uso del PC.

La Rassegna si propone di verificare e confrontare fra scuole italiane, europee e americane e fra esperti il “valore aggiunto” a sostegno della lezione frontale, dell’attività didattica in particolare in relazione:

  • alla migliore qualità della comunicazione dei contenuti disciplinari e al relativo incremento della motivazione degli studenti;
  • all’interattività strumentale che favorisce l’efficienza mediante l’ottimizzazione di risorse come il riutilizzo e la trasferibilità del materiale didattico e l’integrazione di tecnologie già da tempo disponibili nelle nostre scuole;
  • all’interattività relazionale che favorisce il lavoro cooperativo in aula.

Una prima valutazione delle esperienze del nostro territorio conferma la validità del nuovo approccio didattico e la sua capacità di rapportarsi all’interesse dei ragazzi di oggi, sempre più proiettati verso l’uso delle tecnologie informatiche.”

Che facciamo? Ci uniamo a questa nuova crociata (che promette una nuova vera e propria rivoluzione nella didattica)?





La scuola è bella perché è [poco] varia

2 05 2007

Dopo il ponte quasi rilassante (passato a scorazzare figli, a macinare vasche, a pedalare in salita, a cucinare, a scrivere ed un po’ a leggere) la giornata è stata un po’ pressante: 5 ore di lezioni (voto: 7,5), 4,5 ore di consigli di classe (voto: 3,5), partita di campionato del figlio (voto: 9,5: il cucciolo è tornato a giocare da dio, dominando la sua area e segnando uno splendido goal su punizione), partitona del Milan (voto: 9: che detto da uno iuventino…).

Non ho quindi tempo né energie per quei post creativi che giacciono quasi plasmati nella mia mente (il blog immilla l’anima; il blog immilla la scrittura…).

Riprendo allora l’argomento prosaico delle TIC nella scuola. E voglio farlo riproducendo pari pari (copia incolla) il frammento di una introduzione ad una sorta di bibliografia più o meno ragionata sulle Tecnologie Educative (e non solo) che ho partorito alcuni anni fa, ben prima della gloriosa scoperta del web 2.0.

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Scrivevo: aperte le virgolette…

…ma è alla terza parte [della bibliografia proposta] che vi prego di prestare uno scampolo di attenzione in più: quella che propone squarci di riflessioni critiche su una rivoluzione che ha investito la società, ma che non ha scalfito più di tanto le ataviche mura della scuola.

Le ex nuove tecnologie hanno rivoluzionato il modo di lavorare di imprenditori e impiegati, di bancari e magazzinieri, di viticultori e casalinghe… Computer, Internet, videogiochi, telecomandi, MP3, DVD… interagiscono con noi nelle case, negli uffici, nelle automobili, nei magazzini… ma spesso non superano i ponti levatoi che separano le aule scolastiche dal mondo.

L’essenza della nostra scuola è ancora incarnata da lunghi corridoi sui quali si affacciano fughe di aule con file rigorose di banchetti e… una lavagna. L’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica è infatti ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla.

Lo so. Quasi tutti voi mi state mandando a quel paese ricordando le decine di computer arrivate a scuola in questi anni e confinati in quei bei laboratori in fondo al corridoio. O semplicemente perché ritenete – forse anche giustamente – che la scuola sia il tempio della conservazione e della parola. O anche perché pensate – giustamente – che il compito della scuola non sia quello di rincorrere tutte le ultime mode tecnologiche. O ancora perché, semplicemente, fate parte di quei pochi alchimisti del web che, grazie alle nuove tecnologie, hanno abbandonato le comode spiagge della didattica basata sulla logica simbolico-ricostruttiva per abbracciare percorsi formativi fondati sulla logica percettiva-motoria…

Ma il mondo è bello perché è vario, e il mondo della scuola pubblica è bello perché ogni insegnante è libero di pensare – e di insegnare – come vuole.

Parliamone, però! Confrontiamoci.

Abbiamo avuto la ventura – o la sventura? – di assistere in diretta ad una rivoluzione epocale ed il minimo che la scuola può fare è di aprire qualche finestra per guardare quello che è accaduto. Perché se computer, palmari, cellulari, Play Station, Game Boy, SMS, DVD, C D, e-book, chat, videoclip, webgrafica, MP3… sono rimasti fuori dalle aule scolastiche, sono entrati ormai irrimediabilmente nei cervelli dei nostri ragazzi, dei nostri figli, dei nostri alunni. E se è giusto – forse – che la scuola non adotti in toto le tecniche comunicative di MTV per dialogare con i suoi studenti, è altrettanto giusto che almeno cominci a riflettere seriamente sui nuovi media e sui nuovi alfabeti.

Per inciso: non sono così sprovveduto da pensare che basti introdurre un computer in classe per rigenerare la didattica: può essere più rivoluzionario un nuovo modo di usare la lavagna che un modo qualsiasi di usare Internet. E non sono nemmeno così integralista da ritenere che le nuove tecnologie siano sempre e comunque più efficaci e meritorie di quelle tradizionali: prendo appunti con la penna, mi faccio la barba con la lametta, amo i pizzoccheri valtellinesi e preferisco il Morellino di Scansano con il caro vecchio tappo di sughero.

Ritengo però che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo…

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E questa è la prima domanda basilare, appunto: siamo ancora sicuri che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo?

E non è forse una fortuna – e questa è già la seconda domanda – che l’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica sia rimasta ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla?





Moodle, treni e ristoranti

24 04 2007

Torniamo seri, direbbe qualcuno. E allora dopo qualche concessione alla blogghite catartica, riprendo uno dei principali focus di questo blog: le (nuove) tecnologie educative, ed in particolare la discussione sull’uso di LMS. E, ancor più in particolare, l’uso di LMS nei licei e nelle altre scuole “superiori”.

Lo faccio proponendovi una triangolazione intrigante fra Agati (una vita da mediano!) il bel post di Corrado e la risposta di Gianni (che per altro riprende il motivo conduttore del suo blog).

Corrado pone il problema della possibile (auspicabile?) convivenza (DICO?) fra social software e LMS, e conclude auspicando una sperimentazione in cerca di equilibrio. Gianni ribadisce che LMS e S_Sw) sono “oggetti” che servono a cose differenti. Ciò che può fare l’uno non può fare l’altro e viceversa.

E Agati…

Ripassando mentalmente la fiumana di riflessioni che vado facendo da mesi dentro e attorno al mio lavoro di insegnante con ragazzi dei primi anni (Liceo delle Scienze Sociali), devo ammettere che la parola a cui mi sto affezionando di più è equilibrio (pur sempre precario): un equilibrio fra lezioni frontali (persino esasperate da utilizzo strategico di P.Point), lezioni dialogate, momenti di cooperative learning (molto strutturati), uso sistematico di Moodle (soprattutto come amplificatore del tempo scuola) e uso – per il momento piuttosto estemporaneo – dei social software.

Il tutto, avendo sempre presente… l’apprendimento!!!

Da tempo ormai sostengo che le tecnologie (vecchie e nuove) vanno utilizzate senza integralismi ed in base a solide strategie didattiche (sempre supportate da un consapevole progetto pedagogico, sia pure problematico): io non rinuncerei mai all’affabulazione, alla lettura espressiva di Dante, all’analisi di un sonetto minore in diretta… Mentre per distribuire contenuti, per certe discussioni, per certi approfondimenti, per un monitoraggio sistematico dei tempi di apprendimento, per feedback rapidi ed efficaci… mi affido a Moodle…

E quando ho bisogno di ricerche articolate, di sfruttare sinergie, di sollecitare la serendipità mi affido al rischio (calcolato, guidato, monitorato, suggerito…) delle avventure nel mare aperto della rete (non ho mai amato, comunque, le Web Quest troppo strutturate).

L’azione dunque può per il momento essere finalizzata dal goal (rete!) di Gianni che in conclusione del suo post ribadisce come “non ci sia alcuna necessità di “integrare” né, se proprio si vuole, di “abbattere” gli LMS. Se devo andare a Bolzano, prendo il treno, se ho fame vado al ristorante (quando posso permettermelo)”.

Se devo distribuire contenuti, Moodle è perfetto (rapido, docile, economico…), se devo costruire emozioni…





Dal libro stampato al libro stampato?

12 04 2007

Tento di tornare sull’argomento del 10 aprile anche se so benissimo che il blog non è adatto alle discussioni in quanto cristallizza posizioni che in un dibattito live sarebbero più sfumate – o più accese – ma comunque facilmente argomentabili e modificabili a seconda dei feedback (verbali e non) degli interlocutori. Senza contare, poi, che certi post proiettano nel web un inquietante e distorto simulacro della tua presunta personalità.

È quello che mi è successo – ma non è la prima volta – rivisitando appunto il post di venerdì alla luce di alcuni commenti dei passanti, e soprattutto alla luce delle sensate osservazioni di Gianni Marconato.

Rileggendo quella pagina, insomma, vi intravedo anch’io l’immagine di un vecchio prof. ricurvo su se stesso, annegato nella psicopatologia della didattica quotidiana, un po’ patetico nella sua retorica e piuttosto acido con gli accademici arrivati.

Non è così (almeno spero).

Quel post aveva solo l’intenzione di ammettere – ma è la scoperta dell’acqua calda! – lo iato talvolta fastidioso fra l’inebriante – e comunque vitale – poesia dei convegni e la prosa della realtà scolastica nostrana.

Non ho nulla contro i convegni (anzi…) né contro gli illuminati cattedratici (anzi…), ma credo sia opportuno ogni tanto cercare di fermarsi per fotografare la realtà effettuale del mondo scolastico senza filtri edulcoranti, né pessimismi di maniera.

Credo infatti che le elaborazioni accademiche più raffinate ed i convegni più dotti debbano dispensare sogni e disegnare fughe, ma debbano anche disseminare negli operatori finali idee e strumenti concreti per migliorare le proprie strategie educative. E questo è possibile solo se riusciamo a vedere la realtà delle cose, e non solo una proiezione più o meno letteraria delle cose stesse.

E per cominciare a ri-disegnare la mappa reale della nostra scuola potremmo partire da qualche semplice domanda…

Nell’ultimo decennio (e un po’ di più) sulla scuola italiana sono state riversate quintalate di meritorie attività (piano informatico 1, 2, 3… fortic 1, 2, 3… puntoedu, bdp, formazione on line delle fo, convegni, congressi, workshop…) volte a diffondere l’uso delle TE nei percorsi di apprendimento; qual è la reale ricaduta didattica di cotanta profusione di energie e danaro?

Nell’ultimo decennio (e un po’ di più) non vi è stato convegno, congresso, seminario, corso di formazione (esemplari, a questo proposito i programmi e i contenuti dei fortic B), pubblicazione… sulle Tecnologie Educative (e dintorni) che non abbia in qualche modo decantato le pedagogie di ispirazione – approssimo per brevità – costruttivista (costruzionismo, cooperative learning, lerning by doing, comunità di pratica, comunità di conoscenza…) e che non abbia fatto balenare l’idea che le nuove tecnologie rendessero possibili i sogni di antichi pedagoghi (Don Milani, Freinet, Papert…); qual è la reale consistenza quantitativa e qualitativa delle attività didattiche ispirate a tale afflato di “neo-attivismo”?

Nell’ultimo decennio (e un po’ di più) decine e decine di studiosi di chiara fama ci raccontano di come il nuovo universo tecnologico (telecomandi, cellulari, videogiochi, mp3, social network…) abbia trasformato il cervello – passatemi la semplificazione – dei nostri ragazzi (next gen, net gen, multitasking, sisomo…) che hanno quindi modalità di interfacciarsi con la realtà del tutto nuove ed atipiche; qualcuno mi sa indicare numeri significativi di docenti che stiano cercando di modificare le proprie strategie didattiche alla luce di queste trasformazioni culturali (e probabilmente psicologiche, neurologiche, antropologiche)?

Può darsi che alla fine scopriamo semplicemente che le nostre scuole sono rimaste il regno dell’istruzionismo, dell’auditorium (io parlo e tu ascolti), della comunicazione unidirezionale (lezioni frontali spesso aggravate da powerpointivite), dei banchini allineati e coperti dentro aule allineate e coperte popolate da alunni (spesso poco allineati e molto coperti) che sempre meno s’interfacciano con vecchi docenti (allineati? Coperti?).

E non è detto che ciò sia necessariamente un male. (Ma se non lo è, diciamocelo chiaramente: così nei prossimi convegni …)

…anche se so benissimo che il blog non è adatto alle discussioni in quanto cristallizza posizioni che in un dibattito live sarebbero più sfumate – o più accese – ma comunque facilmente argomentabili e modificabili a seconda dei feedback (verbali e non) degli interlocutori…

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Il lato oscuro della luna digitale

10 04 2007

Da un po’ volevo esternare questa sensazione: girando per convegni dedicati alle nuove Tecnologie Educative (TE) sono sempre più numerosi ed insistenti i personaggi – presunti esperti – che insistono a vendere il bicchiere mezzo vuoto.

Uno dei casi più emblematici è quello di Antonio Calvani che ho avuto modo di conoscere personalmente negli anni ruggenti delle illusioni tecnologiche.

Ecco: negli anni novanta AC pareva un infatuato delle TE ed investiva noi neofiti con entusiastici afflati sull’opportunità di aprire le scuole alle TIC, agli ipertesti, alla rete, alle comunità di pratica e di conoscenze…

Poi, nei primi anni del nuovo millennio, AC ha cavalcato l’ondata modaiola dei learning object e delle relative piattaforme (possibilmente proprietarie) che avrebbero dovuto ridisegnare in positivo l’universo della formazione.

Ora il buon AC – come decine di altri simili che hanno avuto fama e fortuna vendendo teorie senza mai sporcarsi veramente le mani nella faticosa pratica della didattica quotidiana – non perde occasione pubblica per sottolineare i rischi di una concezione totalizzante e messianica delle TE.

Capisco la frustrazione di tali pontificatori: hanno predicato per anni rivoluzioni costruzionistiche che sono naufragate banalmente nelle sabbie mobili di una scuola sempre più ciecamente istruzionistica, hanno ottenuto finanziamenti per faraoniche sperimentazioni che hanno partorito sterili topolini, hanno infiorettato di slide microsoftiane ed inglesismi raffinati onanistici convegni holliwoodiani dedicati al nuovo verbo digitale, hanno…

Ed ora, di fronte al vuoto di scuole che anziché aprirsi al mondo invocano il metal detector per impedire l’accesso ai marchingegni elettronici, di fronte a piattaforme ultrafighette che servono solo per distribuire pillole pavloviane a migliaia di aspiranti postini, di fronte a certi strizzacervelli taroccati che fanno audience vendendo le apocalittiche tesi sull’autismo digitale…

… di fronte a tutto ciò, dunque, i nostri bravi predicatori prendono le distanze dalle loro stesse promesse messianiche ed indossano l’aureola un po’ più cool dei tecnoesperti disincantati che mettono in guardia noi alchimisti del web sui pericoli che incontra la net gen.

Si chiude così perfettamente la parabola di AC che, avendo esordito con “Dal libro stampato al libro multimediale” ora parrebbe in procinto di scrivere “Dal libro multimediale al libro stampato”.

Con estremo gaudio di tutti quei colleghi (che sono poi quasi tutti i colleghi) che in questi venti anni sono rimasti sulla riva ad aspettare i nostri cadaveri tetragonamente inchiodati al motto: “Dal libro stampato al libro stampato”.