La scuola è bella perché è [poco] varia

Dopo il ponte quasi rilassante (passato a scorazzare figli, a macinare vasche, a pedalare in salita, a cucinare, a scrivere ed un po’ a leggere) la giornata è stata un po’ pressante: 5 ore di lezioni (voto: 7,5), 4,5 ore di consigli di classe (voto: 3,5), partita di campionato del figlio (voto: 9,5: il cucciolo è tornato a giocare da dio, dominando la sua area e segnando uno splendido goal su punizione), partitona del Milan (voto: 9: che detto da uno iuventino…).

Non ho quindi tempo né energie per quei post creativi che giacciono quasi plasmati nella mia mente (il blog immilla l’anima; il blog immilla la scrittura…).

Riprendo allora l’argomento prosaico delle TIC nella scuola. E voglio farlo riproducendo pari pari (copia incolla) il frammento di una introduzione ad una sorta di bibliografia più o meno ragionata sulle Tecnologie Educative (e non solo) che ho partorito alcuni anni fa, ben prima della gloriosa scoperta del web 2.0.

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Scrivevo: aperte le virgolette…

…ma è alla terza parte [della bibliografia proposta] che vi prego di prestare uno scampolo di attenzione in più: quella che propone squarci di riflessioni critiche su una rivoluzione che ha investito la società, ma che non ha scalfito più di tanto le ataviche mura della scuola.

Le ex nuove tecnologie hanno rivoluzionato il modo di lavorare di imprenditori e impiegati, di bancari e magazzinieri, di viticultori e casalinghe… Computer, Internet, videogiochi, telecomandi, MP3, DVD… interagiscono con noi nelle case, negli uffici, nelle automobili, nei magazzini… ma spesso non superano i ponti levatoi che separano le aule scolastiche dal mondo.

L’essenza della nostra scuola è ancora incarnata da lunghi corridoi sui quali si affacciano fughe di aule con file rigorose di banchetti e… una lavagna. L’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica è infatti ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla.

Lo so. Quasi tutti voi mi state mandando a quel paese ricordando le decine di computer arrivate a scuola in questi anni e confinati in quei bei laboratori in fondo al corridoio. O semplicemente perché ritenete – forse anche giustamente – che la scuola sia il tempio della conservazione e della parola. O anche perché pensate – giustamente – che il compito della scuola non sia quello di rincorrere tutte le ultime mode tecnologiche. O ancora perché, semplicemente, fate parte di quei pochi alchimisti del web che, grazie alle nuove tecnologie, hanno abbandonato le comode spiagge della didattica basata sulla logica simbolico-ricostruttiva per abbracciare percorsi formativi fondati sulla logica percettiva-motoria…

Ma il mondo è bello perché è vario, e il mondo della scuola pubblica è bello perché ogni insegnante è libero di pensare – e di insegnare – come vuole.

Parliamone, però! Confrontiamoci.

Abbiamo avuto la ventura – o la sventura? – di assistere in diretta ad una rivoluzione epocale ed il minimo che la scuola può fare è di aprire qualche finestra per guardare quello che è accaduto. Perché se computer, palmari, cellulari, Play Station, Game Boy, SMS, DVD, C D, e-book, chat, videoclip, webgrafica, MP3… sono rimasti fuori dalle aule scolastiche, sono entrati ormai irrimediabilmente nei cervelli dei nostri ragazzi, dei nostri figli, dei nostri alunni. E se è giusto – forse – che la scuola non adotti in toto le tecniche comunicative di MTV per dialogare con i suoi studenti, è altrettanto giusto che almeno cominci a riflettere seriamente sui nuovi media e sui nuovi alfabeti.

Per inciso: non sono così sprovveduto da pensare che basti introdurre un computer in classe per rigenerare la didattica: può essere più rivoluzionario un nuovo modo di usare la lavagna che un modo qualsiasi di usare Internet. E non sono nemmeno così integralista da ritenere che le nuove tecnologie siano sempre e comunque più efficaci e meritorie di quelle tradizionali: prendo appunti con la penna, mi faccio la barba con la lametta, amo i pizzoccheri valtellinesi e preferisco il Morellino di Scansano con il caro vecchio tappo di sughero.

Ritengo però che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo…

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E questa è la prima domanda basilare, appunto: siamo ancora sicuri che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo?

E non è forse una fortuna – e questa è già la seconda domanda – che l’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica sia rimasta ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla?

Moodle, treni e ristoranti

Torniamo seri, direbbe qualcuno. E allora dopo qualche concessione alla blogghite catartica, riprendo uno dei principali focus di questo blog: le (nuove) tecnologie educative, ed in particolare la discussione sull’uso di LMS. E, ancor più in particolare, l’uso di LMS nei licei e nelle altre scuole “superiori”.

Lo faccio proponendovi una triangolazione intrigante fra Agati (una vita da mediano!) il bel post di Corrado e la risposta di Gianni (che per altro riprende il motivo conduttore del suo blog).

Corrado pone il problema della possibile (auspicabile?) convivenza (DICO?) fra social software e LMS, e conclude auspicando una sperimentazione in cerca di equilibrio. Gianni ribadisce che LMS e S_Sw) sono “oggetti” che servono a cose differenti. Ciò che può fare l’uno non può fare l’altro e viceversa.

E Agati…

Ripassando mentalmente la fiumana di riflessioni che vado facendo da mesi dentro e attorno al mio lavoro di insegnante con ragazzi dei primi anni (Liceo delle Scienze Sociali), devo ammettere che la parola a cui mi sto affezionando di più è equilibrio (pur sempre precario): un equilibrio fra lezioni frontali (persino esasperate da utilizzo strategico di P.Point), lezioni dialogate, momenti di cooperative learning (molto strutturati), uso sistematico di Moodle (soprattutto come amplificatore del tempo scuola) e uso – per il momento piuttosto estemporaneo – dei social software.

Il tutto, avendo sempre presente… l’apprendimento!!!

Da tempo ormai sostengo che le tecnologie (vecchie e nuove) vanno utilizzate senza integralismi ed in base a solide strategie didattiche (sempre supportate da un consapevole progetto pedagogico, sia pure problematico): io non rinuncerei mai all’affabulazione, alla lettura espressiva di Dante, all’analisi di un sonetto minore in diretta… Mentre per distribuire contenuti, per certe discussioni, per certi approfondimenti, per un monitoraggio sistematico dei tempi di apprendimento, per feedback rapidi ed efficaci… mi affido a Moodle…

E quando ho bisogno di ricerche articolate, di sfruttare sinergie, di sollecitare la serendipità mi affido al rischio (calcolato, guidato, monitorato, suggerito…) delle avventure nel mare aperto della rete (non ho mai amato, comunque, le Web Quest troppo strutturate).

L’azione dunque può per il momento essere finalizzata dal goal (rete!) di Gianni che in conclusione del suo post ribadisce come “non ci sia alcuna necessità di “integrare” né, se proprio si vuole, di “abbattere” gli LMS. Se devo andare a Bolzano, prendo il treno, se ho fame vado al ristorante (quando posso permettermelo)”.

Se devo distribuire contenuti, Moodle è perfetto (rapido, docile, economico…), se devo costruire emozioni…

Dal libro stampato al libro stampato?

Tento di tornare sull’argomento del 10 aprile anche se so benissimo che il blog non è adatto alle discussioni in quanto cristallizza posizioni che in un dibattito live sarebbero più sfumate – o più accese – ma comunque facilmente argomentabili e modificabili a seconda dei feedback (verbali e non) degli interlocutori. Senza contare, poi, che certi post proiettano nel web un inquietante e distorto simulacro della tua presunta personalità.

È quello che mi è successo – ma non è la prima volta – rivisitando appunto il post di venerdì alla luce di alcuni commenti dei passanti, e soprattutto alla luce delle sensate osservazioni di Gianni Marconato.

Rileggendo quella pagina, insomma, vi intravedo anch’io l’immagine di un vecchio prof. ricurvo su se stesso, annegato nella psicopatologia della didattica quotidiana, un po’ patetico nella sua retorica e piuttosto acido con gli accademici arrivati.

Non è così (almeno spero).

Quel post aveva solo l’intenzione di ammettere – ma è la scoperta dell’acqua calda! – lo iato talvolta fastidioso fra l’inebriante – e comunque vitale – poesia dei convegni e la prosa della realtà scolastica nostrana.

Non ho nulla contro i convegni (anzi…) né contro gli illuminati cattedratici (anzi…), ma credo sia opportuno ogni tanto cercare di fermarsi per fotografare la realtà effettuale del mondo scolastico senza filtri edulcoranti, né pessimismi di maniera.

Credo infatti che le elaborazioni accademiche più raffinate ed i convegni più dotti debbano dispensare sogni e disegnare fughe, ma debbano anche disseminare negli operatori finali idee e strumenti concreti per migliorare le proprie strategie educative. E questo è possibile solo se riusciamo a vedere la realtà delle cose, e non solo una proiezione più o meno letteraria delle cose stesse.

E per cominciare a ri-disegnare la mappa reale della nostra scuola potremmo partire da qualche semplice domanda…

Nell’ultimo decennio (e un po’ di più) sulla scuola italiana sono state riversate quintalate di meritorie attività (piano informatico 1, 2, 3… fortic 1, 2, 3… puntoedu, bdp, formazione on line delle fo, convegni, congressi, workshop…) volte a diffondere l’uso delle TE nei percorsi di apprendimento; qual è la reale ricaduta didattica di cotanta profusione di energie e danaro?

Nell’ultimo decennio (e un po’ di più) non vi è stato convegno, congresso, seminario, corso di formazione (esemplari, a questo proposito i programmi e i contenuti dei fortic B), pubblicazione… sulle Tecnologie Educative (e dintorni) che non abbia in qualche modo decantato le pedagogie di ispirazione – approssimo per brevità – costruttivista (costruzionismo, cooperative learning, lerning by doing, comunità di pratica, comunità di conoscenza…) e che non abbia fatto balenare l’idea che le nuove tecnologie rendessero possibili i sogni di antichi pedagoghi (Don Milani, Freinet, Papert…); qual è la reale consistenza quantitativa e qualitativa delle attività didattiche ispirate a tale afflato di “neo-attivismo”?

Nell’ultimo decennio (e un po’ di più) decine e decine di studiosi di chiara fama ci raccontano di come il nuovo universo tecnologico (telecomandi, cellulari, videogiochi, mp3, social network…) abbia trasformato il cervello – passatemi la semplificazione – dei nostri ragazzi (next gen, net gen, multitasking, sisomo…) che hanno quindi modalità di interfacciarsi con la realtà del tutto nuove ed atipiche; qualcuno mi sa indicare numeri significativi di docenti che stiano cercando di modificare le proprie strategie didattiche alla luce di queste trasformazioni culturali (e probabilmente psicologiche, neurologiche, antropologiche)?

Può darsi che alla fine scopriamo semplicemente che le nostre scuole sono rimaste il regno dell’istruzionismo, dell’auditorium (io parlo e tu ascolti), della comunicazione unidirezionale (lezioni frontali spesso aggravate da powerpointivite), dei banchini allineati e coperti dentro aule allineate e coperte popolate da alunni (spesso poco allineati e molto coperti) che sempre meno s’interfacciano con vecchi docenti (allineati? Coperti?).

E non è detto che ciò sia necessariamente un male. (Ma se non lo è, diciamocelo chiaramente: così nei prossimi convegni …)

…anche se so benissimo che il blog non è adatto alle discussioni in quanto cristallizza posizioni che in un dibattito live sarebbero più sfumate – o più accese – ma comunque facilmente argomentabili e modificabili a seconda dei feedback (verbali e non) degli interlocutori…

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Il lato oscuro della luna digitale

Da un po’ volevo esternare questa sensazione: girando per convegni dedicati alle nuove Tecnologie Educative (TE) sono sempre più numerosi ed insistenti i personaggi – presunti esperti – che insistono a vendere il bicchiere mezzo vuoto.

Uno dei casi più emblematici è quello di Antonio Calvani che ho avuto modo di conoscere personalmente negli anni ruggenti delle illusioni tecnologiche.

Ecco: negli anni novanta AC pareva un infatuato delle TE ed investiva noi neofiti con entusiastici afflati sull’opportunità di aprire le scuole alle TIC, agli ipertesti, alla rete, alle comunità di pratica e di conoscenze…

Poi, nei primi anni del nuovo millennio, AC ha cavalcato l’ondata modaiola dei learning object e delle relative piattaforme (possibilmente proprietarie) che avrebbero dovuto ridisegnare in positivo l’universo della formazione.

Ora il buon AC – come decine di altri simili che hanno avuto fama e fortuna vendendo teorie senza mai sporcarsi veramente le mani nella faticosa pratica della didattica quotidiana – non perde occasione pubblica per sottolineare i rischi di una concezione totalizzante e messianica delle TE.

Capisco la frustrazione di tali pontificatori: hanno predicato per anni rivoluzioni costruzionistiche che sono naufragate banalmente nelle sabbie mobili di una scuola sempre più ciecamente istruzionistica, hanno ottenuto finanziamenti per faraoniche sperimentazioni che hanno partorito sterili topolini, hanno infiorettato di slide microsoftiane ed inglesismi raffinati onanistici convegni holliwoodiani dedicati al nuovo verbo digitale, hanno…

Ed ora, di fronte al vuoto di scuole che anziché aprirsi al mondo invocano il metal detector per impedire l’accesso ai marchingegni elettronici, di fronte a piattaforme ultrafighette che servono solo per distribuire pillole pavloviane a migliaia di aspiranti postini, di fronte a certi strizzacervelli taroccati che fanno audience vendendo le apocalittiche tesi sull’autismo digitale…

… di fronte a tutto ciò, dunque, i nostri bravi predicatori prendono le distanze dalle loro stesse promesse messianiche ed indossano l’aureola un po’ più cool dei tecnoesperti disincantati che mettono in guardia noi alchimisti del web sui pericoli che incontra la net gen.

Si chiude così perfettamente la parabola di AC che, avendo esordito con “Dal libro stampato al libro multimediale” ora parrebbe in procinto di scrivere “Dal libro multimediale al libro stampato”.

Con estremo gaudio di tutti quei colleghi (che sono poi quasi tutti i colleghi) che in questi venti anni sono rimasti sulla riva ad aspettare i nostri cadaveri tetragonamente inchiodati al motto: “Dal libro stampato al libro stampato”.

Internet e uncinetto

(NB: nel Liceo di Alice, il laboratorio informatico giace sull’ultimo piano dell’antica torretta, ben isolato dalle aule e dagli umani flussi dei corridoi)

Nel vecchio liceo ospitato nel vecchio convento il vecchio prof s’aggira nella vecchia piccionaia dove s’accumulano ossimoriche le polveri sottili di nuove tecnologie. Orchestra ipermedia partoriti in gruppo dai ragazzi, aggiorna il sito della scuola, corregge i compiti su Moodle, studia le nuove possibilità dei social network, discute on line con un collega trentino sullo spauracchio dell’autismo digitale, traduce lento con Babylon l’ultimo articolo di de Kerckove, dà un’occhiata on line all’ennesimo sproloquio contro la scuola (Ernesto Galli della Loggia, Addio ai padri; ndr), impreca perché l’acces point fa i capricci, prepara il portatile per la lezione su Dante che dovrà fare fra qualche minuto ai piani di sotto…

Ogni tanto le colleghe (nella scuola di Alice, i docenti sono quasi tutte femmine, ndr) giungono in pellegrinaggio fin lassù: lanciano uno sguardo di compatimento al vecchio che s’affanna fra tastiere e topi, infilano le chiavette usb nelle apposite fessure, fingono di saperci fare con finestre e link… qualcuna tenta persino di sbadigliare addosso a quel romito epigono di Bill (Gates, Ndr) qualche tentativo di flaccida seduzione… pur di ottenere uno scampolo di similoro:

  • Mi daresti una mano: non mi ricordo come si fanno andare le fotografie con PowerPoint?
  • Mi puoi dire come faccio a vedere le foto che mia figlia mi manda su messenger?
  • È libero il laboratorio? Voglio fare vedere un DVD ai ragazzi!
  • Ma come faccio a scaricare i film da Internet?
  • La mia stampante di casa non stampa più, secondo te…
  • Una mia amica dice di avermi mandato delle foto nella posta, ma…

Talvolta – ma sempre più raramente – il vecchio tenta di rispondere, di spiegare, di convincere… Sempre più spesso, però, si abbandona all’elemosina di risposte politicamente scorrette:

- Lascia perdere l’informatica: perché non provi l’uncinetto?

La battuta – che trasuda comunque acredine e frustrazione – rivela però un bisogno di utile schiettezza.

Come quel vecchio, anch’io penso che tante colleghe (e tanti colleghi) farebbero meglio a lasciar stare topi, tastiere e popular tags.

Voglio dire: se le poverette s’affannano a capire la logica di e-mule e degli allegati mail per uso personale (rispettando naturalmente il vincolo etico della modica quantità), nulla di grave: ognuno ha il diritto di tentare di sconfiggere il proprio analfabetismo tecnologico!

Ma quando certe docenti s’avvicinato alle tecnologie con la convinzione messianica che imparare a far girare tre slides con un paio di frecce e qualche clipart sia la premessa indispensabile per la loro redenzione pedagogica, allora…

… allora è meglio che si diano all’uncinetto, appunto!

Le tecnologie educative non ammettono sperimentazioni casalinghe e dilettanti allo sbaraglio. La scuola non dovrebbe essere la corrida di Gerry Scotti dove qualche beghina s’improvvisa esperta di comunicazioni solo perché ha imparato a scrivere il titolo di una presunta lezione con una originalissima wordart.

Se non si padroneggiano le tecnologie, meglio lasciar perdere. Se non si regge il vino, meglio continuare a bere l’acqua.

Ci si risparmia brutte figure, si evitano danni formativi e si contribuisce all’equilibrio gastrico di quel vecchio prof che proprio non sa più come farvi capire che non può spiegarvi la logica della folksonomy o delle animazioni flash in pochi minuti.

Meglio dunque una buona lezione frontale con sano ausilio dei buoni vecchi libri e della polvere di gesso piuttosto che un’improvvisata webquest alla ricerca dell’ovvio (quando va bene).

(temo però – in sintonia sempre col vecchio prof – che gli improvvidi hobbisti delle nuove tecnologie non siano poi tanto padroni nemmeno delle tecnologie vecchie).

Il ragazzo frammentato?

Questa mattina, in seconda i, abbiamo continuato a lavorare – con la collega di Scienze Sociali, in comprersenza – sul tema di come le nuove tecnologie stanno trasformando mente e corpo delle persone. Le ragazze (sì: sono tutte femmine!) avevano già letto vari interventi in proposito ed erano già intervenute sia sul boom dei social network, sia sulla “generazione sisomo” e sull’autismo digitale in alcuni forum specifici (noi usiamo abitualmente Moodle).
Per attualizzare ulteriormente la ricerca, abbiamo sottoposto alla loro riflessione – sempre tramite Moodle – questo scampolo di una mia pseudoriflessione di qualche mese fa:

Per un po’ di anni, noi neofiti delle TIC, figli devoti del pensiero tecnologicamente corretto, abbiamo tentato di contrapporre alla ipercalorica passività dei teledipendenti, la salvifica interattività dei pionieri digitali. Salvo poi arrenderci all’evidenza che il computer di per sé non genera per forza adepti della riflessione speculativa, del pensiero critico e della scrittura consapevole. Basta osservare per qualche ora il comportamento dei nostri figli o studenti davanti al computer: sullo sfondo di una metallica colonna sonora garantita dalle cuffie di un lettore MP3, passano freneticamente dal videogioco on line, a Google, a Messenger, alla mail, alle chat… Sul monitor tutte queste finestre sono aperte contemporaneamente e le mani si muovono freneticamente dalla tastiera al mouse per reagire con consumata perizia al florilegio sincopato di stimoli visivi che rampollano inesausti da ogni dove. Solo di tanto in tanto tale gestualità inconsulta viene interrotta dalla persuasiva vibrazione del cellulare che prelude ad uno scambio ansante di criptici SMS. Parrebbe dunque che videodipendenti e cybernauti congiurino in eguale misura per plasmare una nuova generazione dalla cultura frammentata, approssimativa, fatta di microcubetti di sapere che s’accatastano senza ordito in repository mentali sempre più destrutturati.

Vero? Falso? Esagerato?

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Tornando alla attività didattica che stiamo facendo in 2i:

Un primo – sommario – quadro che esce dal lavoro di analisi ed autonalisi delle ragazze può essere così tratteggiato:

la classe è composta da 21 ragazze
tutte hanno il computer a casa
tutte (tranne 1) possono accedere ad internet anche da casa
tutte ritengono plausibile il rischio di autismo digitale
nessuna (tranne una, un po’) si riconosce nel ritratto SISOMO o nel ragazzo frammentato di cui sopra
tutte affermano di usare il computer solo quando serve, e di uscire da casa per vedere gli amici non appena possibile
chi usa messenger, lo fa solo per risparmiare sulla bolletta (o sulla scheda…)
nessuna baratterebbe le conoscenze on line con la possibilità di vedere lo sguardo del proprio interlocutore
tutte riconoscono che l’uso delle nuove tecnologie a scuola ha migliorato il loro metodo di studio (soprattutto dal punto di vista della motivazione e della facilità di recuperare conoscenze)

Un quadro di una normalità disarmante!

(a proposito: conosco bene tutte le ragazze: non barano, nemmeno inconsapevolmente: l’affresco corrisponde alla loro realtà!)

Vuoi vedere che i nostri ragazzi sono più normali di come li dipingiamo noi presunti esperti in qualcosa (comunicazione, TE, sociopsicopedaecc.)?

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Ecco 2 frammenti di risposte “tipo” delle secondine:

Personalmente penso di non assomigliare alla ragazza sisimo,penso infatti di essere meno “connessa”rispetto a lei. A me piace molto conoscere ed esplorare la realtà virtuale; nonostante questo non baso la mia giornata, la mia vita, sulla scoperta di nuovi mondi apparentemente differenti al nostro ma in realtà molto simili . Se una persona si concentra soltanto su una parte del mondo, secondo me, tralascia inevitabilmente un’altra parte altrettanto entusiasmante. Con la complicità di queste due parti della realtà, si può ottenere una visione completa della società. Inoltre è importante la condivisione tra antico ma non obsoleto e interattivo ma non isolante. E’ importantissima la condivisione tra l’una e l’altra dimensione che oggi purtroppo è dai ragazzi dimenticata. Questi si concentrano infatti su nuove esperienze di socializzazione che seppur importanti devono essere sostenute dalla cultura. Il processo inverso avviene invece nel mondo della scuola; che mantiene nella maggior parte dei casi il vecchio”stampo”frontale. Secondo me questo accade per i pochi stimoli che docenti e collaboratori hanno. Essendo loro delle guide per i giovani devono essere in grado di educare al nuovo mondo multimediale. (S.P.)

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Leggendo questo testo mi sono accorta di essere diversa da questa ragazza (SISOMO) perchè secondo me il mondo bisogna scoprirlo e conoscerlo viaggiando di persona su determinati luoghi. Stando davanti a uno schermo non puoi interagire pienamente in quanto chi sta dall’altra parte potrebbe non essere realmente colui che pensiamo che sia; l’uomo ha bisogno del confronto diretto con i suoi simili. Non mi piacerebbe essere una ragazza “sisimo” poichè preferisco agire stando “faccia a faccia” con gli altri. … A scuola sarebbe bello utilizzare le nuove tecnologie, così molti argomenti diventerebbero più piacevoli e si riscoprirebbe il piacere di imparare… inoltre vi sarebbe maggiore partecipazione da parte degli studenti. Si potrebbero fare confronti tra le informazioni ricavate dai libri e quelle ricavate fgrazie alle tecnologie… (E.C.)

Libri, astuccio e computer

Qualche giorno fa, mentre osservavo inquieto una classe di liceali che si recava in pellegrinaggio nella riserva indiana dell’informatica per ricevere la dose mensile di Excel, sono stato attratto da un ragazzino americano che, con il suo portatile sotto il braccio, faceva il tragitto opposto. E per un attimo ho sognato che la normalizzazione delle ex nuove tecnologie potesse essere dietro l’angolo.

Nonostante la rivoluzione digitale, buona parte della scuola italiana appare ancora legata al rito della tecnologia cartacea e della trasmissione orale. Gli insegnanti parlano dalla cattedra e i ragazzi ascoltano, rispondono, prendono appunti arroccati sui loro banchettini allineati e coperti.
Poi, ogni tanto, qualche docente illuminato o stanco della routine, accompagna i “suoi” ragazzi nel laboratorio informatico dove vengono gelosamente custodite, come in un enfatico reliquiario, le icone della ex nuove tecnologie.

Alcune scuole hanno riserve di lusso, con desktop colorati, monitor lcd, sistemi operativi trendy e l’ADSL superveloce… E per quasi un’oretta i ragazzi incasellano cifre, colorano grafici, cercano notizie sulla vita di Giovannino Pascoli o ricopiano in Word la futura tesina. Quindi, tornano in classe, dove la loro creatività è spesso relegata ai graffiti sul banco e agli SMS digitati di nascosto sotto il banco.

I due mondi – la didattica curricolare e l’iniziazione informatica – vivono da separati in casa e solo di rado si incontrano per una qualche sensuale contaminazione.
La colpa – dicono molti docenti – è della mancanza di mezzi, del fatto che ci sono pochi laboratori, e che i laboratori sono spesso occupati dai soliti insegnanti di…
Così anch’io – che ritengo grottesco continuare a parlare di alfabetizzazione informatica – mi affanno per fare in modo che non siano le classi ad andare alle tecnologie (laboratori-riserve), bensì le tecnologie ad andare nelle classi per farsi naturale strumento di didattica quotidiana. Con modesti risultati, per la verità. E con crescente disincanto.

Ma la quotidiana visione di Brad, un ragazzino americano appena catapultato nella mia scuola, mi fa intravedere il futuro attraverso lenti un po’ più edulcoranti.
Brad arriva tutti i giorni con l’immancabile cappellino dei NYY, pochi libri nello zaino ed il fedele Mac sotto il braccio. Entra in classe, saluta in inglese e accende il portatile. E con il portatile prende appunti, pianifica i suoi impegni, registra spezzoni di lezioni, scrive le verifiche, consulta il dizionario, traduce, visualizza la cartina dell’Iraq mentre la prof. parla degli Assiri, scova rapidamente sinonimi, elabora al volo statistiche e grafici, tabula i dati emersi da una piccola inchiesta condotta della prof di Scienze Sociali su…

Pochi giorni fa è venuto a chiedermi se poteva in qualche modo connettersi alla nostra rete per andare in Internet. Quando gli ho detto che sul piano della sua classe è attivo un Access Point, mi ha dato un cinque, ha chiesto i parametri per la configurazione e se ne è andato sorridendo.
Ora Brad, nella sua classe, senza nemmeno i vincoli dei cavi, può andare in rete quando vuole. E quando l’insegnante di religione invita i ragazzi a riflettere sulla guerra, Brad può vedere in tempo reale i servizi della CNN, può recuperare articoli dal Times e da L’Espresso, può zummare con cartine satellitari sui luoghi del conflitto, può cercare un approfondimento nell’archivio della RAI o nella Biblioteca del Congresso… Può partecipare al forum della scuola, aggiornare il suo blog, scrivere al mouse friend, chattare con i suoi ex compagni di San Diego per vincere i momenti di nostalgia…

Internet e il computer non sono la panacea di tutte le ignoranze. Né le bacchette magiche che trasformano le nostre aule in ambienti di apprendimento aperti e costruttivi. Ma non ritengo nemmeno che debbano continuare ad essere relegate in lontani laboratori degni solo di sporadiche visite guidate (previo regolare prenotazione e preavviso al tecnico-custode).
Io non penso che le nuove tecnologie debbano fagocitare le “vecchie” tecnologie, ma che possano semplicemente affiancarle, integrarle, amplificarle. Io credo che sia tempo ormai che la rete e il computer abbiano a scuola gli stessi diritti della penna, della squadra e della lavagna. E che i nostri ragazzi mettano nello zaino, assieme a qualche libro e all’astuccio, anche il computer.

PS: purtroppo Brad è solamente una mia proiezione onirica.

Articolo già apparso in www.ted.scuole.provincia.modena.it

Analisi (+ o – ) logica

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Vediamo di fare un po’ di analisi (logica?) di questo scampolo di discussione che ha animato uno squarcio di sabato (e qualche fugace frammento di questo blog). Mi riferisco – si deduce dal titolo? – all’accenno di diatriba attorno all’opportunità di “insegnare” l’analisi logica e la grammatica.

Riparto dalla fase finale del commento di una anonima corsista:

Al Prof. Agati vorrei dire: si è stupito che Noi docenti di materie informatiche non sappiamo utilizzare il blog ma non ha commentato il fatto che in molti post Noi docenti sconosciamo la grammatica (me compreso).
E adesso Le chiedo: ma è seriamente convinto che è più importante per un docente conoscere il computer, che non la lingua italiana?


Intanto voglio rassicurare la collega: non mi sono stupito che docenti di “materie informatiche” (?!) non sappiano utilizzare il blog (faccio il “formatore” da troppo tempo per stupirmi…). E non ho commentato la presunta “sconoscenza” della grammatica un po’ per delicatezza ed un po’ perché il tono informale di certi commenti possono talvolta generare qualche involontario refuso.

Ciò premesso, provo a rispondere alla presunta domanda di fondo:

ma è seriamente convinto che è più importante per un docente conoscere il computer, che non la lingua italiana?

Non ho mai pensato che sia più importante conoscere “il computer che non la lingua”. Anche perché il computer è un semplice strumento (come lo stilo, la penna, la macchina da scrivere…) che serve eventualmente per produrre “la lingua”, compresa quella italiana.

Quindi è come dire: è più importante conoscere la penna o la scrittura?

Ovviamente è più importante conoscere la scrittura. Ma se non so usare la penna (o, a seconda delle epoche, lo stilo, i caratteri mobili, la macchina da scrivere, il computer…), non posso produrre scrittura (posso lo stesso produrre “discorsi”, ma in un contesto di trasmissione orale del sapere).

Ogni epoca ha le sue tecniche e le sue strategie di produzione linguistica. Dante, a corto di pergamena per evidenti problemi di costi, partoriva decine di versi a memoria prima di fissarli con la penna d’oca sulla preziosissima antenata della carta.

Dopo Gutenberg, gli scrittori hanno affidato il frutto delle loro creazioni ai professionisti dei caratteri mobili.

Oggi i professionisti della parola lavorano con mouse e tastiera (salvo le immancabili eccezioni).

E gli insegnanti? Non sono professionisti della parola?

Ergo: come un bravo idraulico deve saper padroneggiare le tecniche e gli strumenti adatti a rifare con efficienza ed efficacia l’impianto idraulico del nostro bagno, un “insegnante” (un professionista della parola), indipendentemente dalla specifica disciplina di riferimento, deve saper padroneggiare le attuali tecniche e gli attuali strumenti di produzione della scrittura.

Quindi il problema (pedagogico) non è: è meglio insegnare l’analisi logica o il computer?

Bensì: insegno l’analisi logica anche CON il computer.

Personalmente, poi, preferirei dire: impariamo assieme a leggere (decodificare testi) e scrivere (codificare testi) sfruttando al meglio i materiali (parole, immagini, suoni…), gli strumenti (gessi, penne, computer…) e le strategie comunicative (articoli, lettere, diari, blog…) che la nostra epoca ci mette a disposizione.

FOCUS 1: Tecnologie Educative

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Una prima proposta di lettura per entrare in contatto con il concetto di Tecnologie Educative è:
Luigi Guerra (a cura di), Educazione e tecnologie. I nuovi strumenti della mediazione didattica. Junior Edizioni, 2002.

Leggete in particolare il primo capitolo – Tecniche e tecnologie per la mediazione didattica – che imposta in maniera chiara e convincente l’assunto che sta alla base dei diversi contributi raccolti nel volume: la rivendicazione della necessaria superiorità del modello didattico rispetto al modello tecnico, dell’autorità e della capacità di scelta dell’insegnante (educatore, formatore) rispetto agli strumenti che usa.

Dopo aver impostato le coordinate teoriche che definiscono il concetto di tecnologia, Guerra delinea i punti essenziali del dibattito fra coloro che denunciano “l’impoverimento sostanziale di una situazione educativa fondata sulle nuove forme di mediazione offerte dalla macchina” e coloro che si abbandonano “all’elogio della tecnica interpretata come in grado di liberare l’insegnante dalle componenti più riproduttive dell’esperienza scolastica, con un chiaro tentativo di delegare in pieno alcuni aspetti dell’istruzione alla macchina”.

In Italia la diatriba non è ancora particolarmente accesa, anche perché la delega di parti della funzione dell’educatore alla macchina non è ancora avvenuta in termini veramente significativi.

Da noi “è comunque diffusa ormai (nel senso che gli integrati, o almeno i rassegnati, sono oggi molto più numerosi degli apocalittici) la convinzione che l’utilizzazione del computer sia se non altro positiva per la nuova motivazione che offre agli studenti”. Ma Guerra mette giustamente in guardia da questa tendenza al modernismo riflesso e poco meditato, da una possibile “totale accettazione delle nuove tecniche, ma senza una sufficiente elaborazione di tecnologia dell’educazione”.

La tesi sostenuta da Guerra “è che le TIC vadano apprese ed utilizzate strutturalmente all’interno di modelli tecnologici dell’educazione: cioè, all’interno di una preventiva e consapevole scelta interpretativa, di natura pedagogica e didattica, del significato dell’educazione”.

Se l’alfabetizzazione informatica non è accompagnata da una profonda riflessione culturale e pedagogica, corriamo il “rischio gattopardesco che la rutilanza del nuovo copra e giustifichi il permanere di un vecchio che altrimenti verrebbe giustamente spazzato via”.

Se, inoltre, aggiungo io, un insegnante s’avvicina alle TIC senza la giusta consapevolezza pedagogica, rischia di amplificare – magari peggiorandolo – il vecchio modo di fare lezione (frontale, cattedratico, puramente trasmissivo…) anziché rinnovare veramente il dialogo educativo.

Una lezione fatta con Power Point (micropillole di sapere cristallizzate su slides spesso grottesche) può essere meno costruttiva di una lezione fatta con strumenti tradizionali (voce, libro, lavagna…).

Per questo è il caso di ribadire ulteriormente che il concetto di Tecnologie Educative non si focalizza mai sugli strumenti (computer, reti, piattaforme…), ma sul modo di utilizzare gli strumenti in funzione di strategie di apprendimento pedagogicamente meditate.

Per un uso laico delle piattaforme

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Anch’io come Gianni Marconato ritengo francamente eccessiva – e non di rado grottesca – l’esaltazione nostrana delle così dette “piattaforme” per la formazione – LMS (Learning Management System) o VLE (Virtual Learning Environment). Se non altro perché – concordo sempre con Marconato – l’irrigidirsi dei riflettori su queste ipersponsorizzate tecnologie di e-learning rischia di lasciare in un cono d’ombra le potenziali/reali rivoluzioni in atto: il dilagare degli MP3, la condivisione on line di musica e filmati, i blog, i wiki, messenger… il traboccare dei siti “sociali” (My Spaces, Live Spaces…)… Senza contare il social bookmark, le folksonomie…

D’altro canto anche l’ennesima esaltazione per i neo-neofenomeni mediatici rischia ancora una volta di buttare a mare quanto di buono comunque le piattaforme possono ancora offrire, soprattutto se vengono utilizzate con spirito laico, un pizzico di ironia, tanta flessibilità e… in sinergia con tutte le altre potenzialità comunicative e formative che la maturità del Web 2 ci sta regalando.

Io, ad esempio, nella mia quotidiana [buona] azione formativa utilizzo con profitto Moodle che si sta rivelando uno strumento duttile e persino divertente per ampliare in maniera intelligente – e quindi non sacrale – il tempo-scuola sempre più sacrificato da rigidi meandri direzionalburocratici.