Ning VS MySpace?

21 03 2007

Giornata skizzata: 5 ore di lezione, un pomeriggio di aggiornamento a Fossoli (campo di concentramento) e fra qualche minuto mi aspetta una riunione che finirà abbondantemente dopo la mezzanotte.

Solo un rapido passaggio, allora, per un consiglio: leggete sull’ultimo numero dell’Espresso il servizio sui social network: Myaspace il futuro si chiama Ning.

Pillole:
“MySpace? Roba vecchia. Ora c’è Ning… Ning permette a tutti di fare un salto: da semplici utenti a creatori di comunità on line… Ning permette ai singoli utenti di decidere la direzione e il tono del social network, invece di seguire quanto fissato dall’alto come succede su MySpace…
Ning mette assieme due nuove tendenze di internet. Da una parte il bisogno di maggiore libertà nell’uso degli strumenti. Dall’altra la voglia di ritrovarsi in comunità più piccole…
MySpace è diventato troppo grande, una metropoli dove il rapporto fra gli abitanti rischiano di diradarsi…”

Io ho fatto appena in tempo a creare uno spazio in Ning e a testarne alcune potenzialità. Pare bello, facile, ricco di prospettive…

Provate a darci un’occhiata… Poi ne riparleremo.





Autismo digitale 2.0

7 03 2007

Torniamo sulla croce dell’autismo digitale.
Noi insegnanti siamo bravissimi a trovare colpevoli e capri espiatori.
Non otteniamo risultati da superPISA? Colpa dei ragazzi?
I ragazzi non seguono le nostre lezioni? Colpa della tecnologia che li ha resi rimbambiti, schizzati, frammentati…
I rapporti sociali sono sfilacciati, logorati, cinici e bari? Colpa dei social network che costringono (!?) i nostri ragazzi a socializzazioni virtuali.

Sicuri che internet sia la causa del – presunto – degrado dei rapporti umani e del tessuto sociale? E non, al limite, una conseguenza (non necessariamente apocalittica)?

A zonzo per la rete mi sono imbattuto in questa riflessione di Riccardo Paccosi, che mi pare interessante per continuare la nostra querelle sulle – reali – conseguenze socio-psico-pedagogiche dell’attuale diluvio digitale.

“W I SOCIAL NETWORK L’analisi sulle condizioni psichiche collettive che propone Bifo è ricca di stimoli. C’è però una cosa che mi sembra assolutamente fuorviante: prendersela coi social network e, più in generale, con la socialità on line. Sia io che Bifo viviamo a Bologna. In una città dove, per strada, non si incontra mai un bambino. Dove il numero di persone che la sera non esce di casa per paura degli immigrati aumenta di giorno in giorno. Insomma, io l’erosione della socialità, l’alienazione, la perdita di percezione dell’altro da sé, tutte queste cose, insomma, le vedo per le strade, le vedo generarsi e moltiplicarsi nei territori, non certo nel web. E meno che meno a causa del web […] Io utilizzo Myspace e frequento numerose persone che fanno altrettanto. Ora, per quanto mi sforzi, non riesco a scorgervi dinamiche che non siano positive.

a) In termini di fenomenologia generale, c’è la possibilità per chiunque – senza soldi, senza tecno-strutture alle spalle – di far conoscere a milioni di persone il proprio linguaggio artistico.

b) In termini di lavoro creativo-precario, va ricordato che la maggior parte delle pagine di Myspace hanno – al di là della forma ludica – una funzione correlata al lavoro (dj, musicisti, grafici, ecc.).

Significa che il social network serve alla classe creativa per:
1) promuoversi;
2) scambiarsi informazioni;
3) socializzare, ma nell’ambito del proprio lavoro.

Insomma, dato che le funzioni appena elencate sono affatto centrali nell’ambito dei lavori creativi, penso si possa dire che il social network rappresenti una prima – pur rozza – forma di welfare mutualistico. […] E infine: nessun “welfare telematico” cambierà nulla se le relazioni sociali nei territori continueranno a precipitare. E’ evidente che occorre trovare un concatenamento, una sinergia, un circolo virtuoso, fra socialità on line e socialità fisica: far sì che le comunità di rete divengano almeno in parte comunità di territorio. Questa tipo di connessione nessuno l’ha fatta e nessuno sta cercando di farla. Soprattutto, nessuno ha la minima idea sul come possa determinarsi. Ma sarebbe un buon inizio la consapevolezza del fatto che la chiave principale del cambiamento possa essere situata proprio lì: in un ipotetico nesso comunitario fra la Rete e il territorio.”

Mi sembra che l’intervento di Riccardo Paccosi offra per il momento sufficienti stimoli riflessivi. E per questo non voglio appesantire ulteriormente il post con altre argomentazioni. Solo un paio di osservazioni estemporanee:

  1. Oggi pomeriggio ero in riunione con la redazione di SMOOL; c’erano una quindicina di ragazzi di varie scuole della provincia: tranne Giada – che sostiene orgogliosa di sopravvivere benissimo senza computer – gli altri ragazzi usano tranquillamente la rete, partecipano a social network, messaggiano, chattano, bloggano… scrivono, leggono, studiano, amano, socializzano anche – e soprattutto – nel mondo reale. Nessun segno di autismo!
  2. Molti veterani di SMOOL provengono dalla ted-community, una comunità virtuale atipica che ho contribuito a fondare e far crescere. È una community a dimensione essenzialmente provinciale (per questo è atipica in quanto le comunità virtuali si muovono di solito su dimensioni planetarie) con meccanismi di iscrizione molto rigorosi (e macchinosi). Il motivo di questa scelta evidentemente autoriduttiva è da ricercarsi proprio nell’ultima osservazione di RP: il nostro intento, appunto, era quello di creare una comunità legata ad un territorio proprio per far in modo che le socializzazioni virtuali potessero trasformarsi in corrispondenze reali e viceversa. E da questo punto di vista l’esperienza è stata sicuramente positiva: molti ragazzi che si sono conosciuti in rete, si sono poi confrontati anche nella realtà: come i ragazzi di SMOOL, appunto.

Mi pare ovvio, comunque, che per procedere il dibattito debba uscire in partenza da opposizione manichee: reale e virtuale possono convivere tranquillamente. La socializzazione on line non esclude la socializzazione reale e viceversa.

Anzi: l’esperienza della ted-community, se mai, dimostra il contrario: ragazzi timidi, chiusi, isolati – e spesso – emarginati – nella vita reale, hanno imparato a socializzare grazie alla dimensione virtuale e quasi sempre hanno poi saputo esportare queste nuove dimestichezze relazionali nel mondo reale.





FOCUS 13: blog & dintorni

21 01 2007

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Nell’ultimo incontro con i “miei” studenti del sabato (!?) si è disquisito di passaggio dell’arte dei blog. E girovagando fra i blog… ho incontrato questa bella definizione di blog…

Il bell’esercizio di sintesi (1.997 battute) è di Paolo Valdemarin.

Un blog è un piccolo sito web su cui puoi scrivere quello che vuoi. Non bisogna essere tecnici per scrivere su un blog, ci sono dei programmi facili da usare che costano poco o niente. Puoi usare un blog come un diario, puoi usarlo per informare i tuoi amici su quello che fai, puoi usarlo come un giornale personale, puoi metterci le tue foto, puoi usarlo per promuovere e vendere i tuoi prodotti, puoi anche proteggerlo con una password e usarlo per comunicare solo con chi vuoi tu.

Ma avere un blog è solo metà della storia, l’altra metà e leggere i blog. Siccome ce ne sono moltissimi (in tutto il mondo, e anche in Italia), passando di blog in blog troverai rapidamente persone con dei punti di vista diversi sule cose che più ti interessano. A me è capitato di incontrare più persone intelligenti e interessanti attraverso i blog che in qualunque altro ambiente (e io non sono per niente uno facile da accontentare). Grazie al tuo blog potrai partecipare alle conversazioni con tutte queste persone. Esistono strumenti e tecnologie che sono in grado di leggere tutto quello che viene scritto su tutti i blog e di ricostruire queste “conversazioni sparse”: è facile sapere chi parla di cosa.

Ogni volta che scrivi su un blog, quello che scrivi si chiama “post”: un blog è una serie di “post”, e di solito il più recente è in cima alla pagina e i più vecchi sono sotto. Il post più difficile da scrivere è il secondo. Nel primo di solito si scrive “prova”, per vedere se funziona, ma nel secondo bisogna scrivere qualcosa di interessante, che quasi di sicuro nessuno leggerà. Bisogna continuare a crederci per un po’, incredibilmente la magia si ripete sempre, e dopo un po’ ci saranno un po’ di lettori che non solo leggeranno quello che scrivi, ma magari ogni tanto lasceranno un commento, arricchendo quello che hai scritto con opinioni e approfondimenti.

Usa il tuo blog per condividere il tuo punto di vista, i siti che vedi, le notizie che senti, il modo in cui il mondo cambia dall’esclusivo punto di vista del tuo lavoro, della tua esperienza, della tua capacità di interpretare le cose. Usa il più possibile i link: sono quelli che hanno reso unico il linguaggio del web. Linka altri siti, altri blogger, altre fonti, più manderai via la gente che verrà a visitare il tuo sito, più questi torneranno.

Quando avrai aperto il tuo blog nuovo e scritto il secondo post, mandami una mail. Mi interessa. Veramente.”

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Questo esercizio stiloso di Paolo è da applausi. Ma io devo provare a darvi una pillola più compatta (vedi item…); dunque:

Blog
un blog è un diario on line dove puoi pubblicare facilmente contenuti (testo, immagini) che possono generalmente essere commentati dagli internauti.

Visto che ci siamo proviamo con altre 2 pillole funzionali al vostro appuntamento del 17 (porta bene?);

e-learning
sistema di formazione a distanza che si svolge attraverso una cosiddetta piattaforma (Learning Management System o LMS) che integra vari strumenti per gestire i corsisti, distribuire contenuti didattici, promuovere – monitorare e valutare – diverse attività (compiti, forum, chat, diario, quiz, sondaggi, wiki, glossari…). Una delle piattaforme open più usate è Moodle.

Social Network
Siti che consentono la pubblicazione e la condivisione di contenuti (testi, immagini, musica, filmati…) e che promuovono la nascita di relazioni fra utenti e fra gruppi di utenti. Fra i più significativi: MySpace, Secondlife, FaceBook, Flickr, YouTube…

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