Sassolini: sono una foglia di fico

1 08 2007

In un commento ad un post di Sergio Maistrello (il post, da non perdere, contiene i video di una deliziosa conversazione di Sergio con Luisa Carrada a proposito del suo bel libro “La parte abitata della rete”) ho fatto un goffo tentativo di richiamare l’attenzione sul fatto che per anni l’incapacità della scuola italiana di rinnovare la sua didattica è stata in parte mitigata dallo sfoggio – in convegni, congressi, pubblicazioni – di millanta coraggiose sperimentazioni.

Il mio non del tutto felice commento si deve probabilmente al fatto che sono ipersensibile al problema in quanto io stesso mi sento in qualche modo vittima e colpevole di questo gioco.

Sulle orme di maestri come Don Milani, Freinet, Morin, Papert ho sempre pensato che un uso consapevole delle nuove tecnologie potesse curvare la didattica verso pratiche costruttivistiche se non addirittura costruzionistiche. E così buona parte dei miei percorsi educativi si sono sviluppati all’insegna del “cooperative learning” e del “learning by doing”, sfruttando di volta in volta le potenzialità messe a disposizione dagli ipertesti, dalla rete, da moodle, dai social software… Con grandi risultati per i ragazzi, per le famiglie e per le stesse istituzioni.

Così mi capita talvolta di essere invitato a convegni per illustrare che belle cose fa la scuola italiana con le nuove tecnologie. Solo un paio di mesi fa, ad esempio, un nutrito gruppo di docenti trentini che partecipano ad un percorso di aggiornamento sugli LMS mi ha tributato un sincero applauso dopo che ho fatto vedere loro quanto sono bravo ad usare moodle (e non solo, ovviamente) per integrare e amplificare il percorso curriculare di letteratura italiana. Ed il prossimo settembre Luigi Guerra – con cui collaboro da tempo – manda una delegazione di docenti universitari palestinesi nella mia scuola per far vedere come siamo (sono) bravi(o) a sfruttare le tecnologie educative.

Ecco: in queste occasioni – che pure alimentano il mio ego – mi sento un po’ come una birichina foglia di fico che tenta di coprire le disarmanti vergogne della scuola italiana.

Il mio, dunque, voleva essere l’ennesimo, timido invito ai nostri intellettuali di riferimento (come Maistrello, appunto) ad esaltare giustamente le sperimentazioni intelligenti (anzi il ruolo degli intellettuali, dei convegni e dei pionieri è proprio quello di volare alto, di farci sognare, di indicarci la cometa…), ma senza perdere occasione per sottolineare che al di là di qualche rara, meritoria isola felice le nostre scuole – lo ripeto alla noia – sono rimaste il regno dell’istruzionismo, dell’auditorium (io parlo e tu ascolti), della comunicazione unidirezionale (lezioni frontali spesso aggravate da powerpointivite), dei banchini allineati e coperti dentro aule allineate e coperte popolate da alunni (spesso poco allineati e molto coperti) che sempre meno s’interfacciano con vecchi docenti (allineati? Coperti?).





La scuola è bella perché è [poco] varia

2 05 2007

Dopo il ponte quasi rilassante (passato a scorazzare figli, a macinare vasche, a pedalare in salita, a cucinare, a scrivere ed un po’ a leggere) la giornata è stata un po’ pressante: 5 ore di lezioni (voto: 7,5), 4,5 ore di consigli di classe (voto: 3,5), partita di campionato del figlio (voto: 9,5: il cucciolo è tornato a giocare da dio, dominando la sua area e segnando uno splendido goal su punizione), partitona del Milan (voto: 9: che detto da uno iuventino…).

Non ho quindi tempo né energie per quei post creativi che giacciono quasi plasmati nella mia mente (il blog immilla l’anima; il blog immilla la scrittura…).

Riprendo allora l’argomento prosaico delle TIC nella scuola. E voglio farlo riproducendo pari pari (copia incolla) il frammento di una introduzione ad una sorta di bibliografia più o meno ragionata sulle Tecnologie Educative (e non solo) che ho partorito alcuni anni fa, ben prima della gloriosa scoperta del web 2.0.

————————–

Scrivevo: aperte le virgolette…

…ma è alla terza parte [della bibliografia proposta] che vi prego di prestare uno scampolo di attenzione in più: quella che propone squarci di riflessioni critiche su una rivoluzione che ha investito la società, ma che non ha scalfito più di tanto le ataviche mura della scuola.

Le ex nuove tecnologie hanno rivoluzionato il modo di lavorare di imprenditori e impiegati, di bancari e magazzinieri, di viticultori e casalinghe… Computer, Internet, videogiochi, telecomandi, MP3, DVD… interagiscono con noi nelle case, negli uffici, nelle automobili, nei magazzini… ma spesso non superano i ponti levatoi che separano le aule scolastiche dal mondo.

L’essenza della nostra scuola è ancora incarnata da lunghi corridoi sui quali si affacciano fughe di aule con file rigorose di banchetti e… una lavagna. L’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica è infatti ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla.

Lo so. Quasi tutti voi mi state mandando a quel paese ricordando le decine di computer arrivate a scuola in questi anni e confinati in quei bei laboratori in fondo al corridoio. O semplicemente perché ritenete – forse anche giustamente – che la scuola sia il tempio della conservazione e della parola. O anche perché pensate – giustamente – che il compito della scuola non sia quello di rincorrere tutte le ultime mode tecnologiche. O ancora perché, semplicemente, fate parte di quei pochi alchimisti del web che, grazie alle nuove tecnologie, hanno abbandonato le comode spiagge della didattica basata sulla logica simbolico-ricostruttiva per abbracciare percorsi formativi fondati sulla logica percettiva-motoria…

Ma il mondo è bello perché è vario, e il mondo della scuola pubblica è bello perché ogni insegnante è libero di pensare – e di insegnare – come vuole.

Parliamone, però! Confrontiamoci.

Abbiamo avuto la ventura – o la sventura? – di assistere in diretta ad una rivoluzione epocale ed il minimo che la scuola può fare è di aprire qualche finestra per guardare quello che è accaduto. Perché se computer, palmari, cellulari, Play Station, Game Boy, SMS, DVD, C D, e-book, chat, videoclip, webgrafica, MP3… sono rimasti fuori dalle aule scolastiche, sono entrati ormai irrimediabilmente nei cervelli dei nostri ragazzi, dei nostri figli, dei nostri alunni. E se è giusto – forse – che la scuola non adotti in toto le tecniche comunicative di MTV per dialogare con i suoi studenti, è altrettanto giusto che almeno cominci a riflettere seriamente sui nuovi media e sui nuovi alfabeti.

Per inciso: non sono così sprovveduto da pensare che basti introdurre un computer in classe per rigenerare la didattica: può essere più rivoluzionario un nuovo modo di usare la lavagna che un modo qualsiasi di usare Internet. E non sono nemmeno così integralista da ritenere che le nuove tecnologie siano sempre e comunque più efficaci e meritorie di quelle tradizionali: prendo appunti con la penna, mi faccio la barba con la lametta, amo i pizzoccheri valtellinesi e preferisco il Morellino di Scansano con il caro vecchio tappo di sughero.

Ritengo però che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo…

——————-

E questa è la prima domanda basilare, appunto: siamo ancora sicuri che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo?

E non è forse una fortuna – e questa è già la seconda domanda – che l’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica sia rimasta ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla?





Quella ragazza sempre on

3 01 2007

.
Ehi, vecchio prof…

Mentre t’affanni a dettare i tuoi accademici appunti sulla dicotomia kantiana, o mentre correggi la versione clonata di un Seneca d’antan, nel mondo sta succedendo qualcosa di grosso. E non arriva da Wall Street: sta prendendo le mosse dalla camera di tua figlia, o di quell’alunna un po’ dark che finge d’ascoltarti dal quarto banco della seconda fila…

Quell’alunna che non riesce ad ascoltarti per più di otto minuti, ma che può filmare la tua stanca lezione e distribuirla il suo telefonino, mandare in onda su You-Tube il filmato della sua band che suona in garage, creare un’attività commerciale su Amazon, vivere una vita in My Space o nell’Habbo Hotel, mettere in vendita la collana della nonna su E-Bay, scaricare un film di Martin Scorsese prima ancora che arrivi nei cinema, farsi un corredo su Muji, metterti alla berlina sul suo blog, danneggiare un brand commerciale con un video infetto, scambiare quattro chiacchiere con gli amici danesi in Live Messenger, farsi un palinsesto musicale personalizzato su LastFm…

Quella ragazza vive in una dimensione parallela. La sua è la generazione Y, la generazione dei ragazzi “sempre on”, che respirano “sisomo” (sight, sound e motion).

Potrai continuare a dettare i tuoi appunti impettiti e a propinare versioni clonabili con un paio di click.

Ma se Seneca e Kant vogliono conoscere quella ragazza, dovranno spuntare su uno schermo. E sarà bene che sia cool.