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In classe. La panacea per evitare la noia dei più bravi e far emergere in ciascun alunno il proprio talento (Gardner docet) pare sia la personalizzazione, come ci hanno predicato per anni le vestali della riforma Moratti (a proposito: qualcuno se la fila ancora?). La scuola diviene così un fantasmagorico – ed un po’ fantasmatico – ipermercato, dove alunni e famiglie deambulano mollemente alla ricerca del prodotto adatto ai propri gusti ed alle proprie possibilità.
Parrebbe uno scenario liberale, persino democratico.
Ma piuttosto pericoloso: chi ha buon gusto e molte possibilità (magari non per merito suo, ma dell’ambiente in cui l’inconsapevole cicogna l’ha paracadutato) può legittimamente godere di un Brunello di Montalcino (Biondi-Santi?); chi è un po’ grezzo e/o non ne ha la possibilità, si farà piacere quel vinello da tavola venduto a quintalate in variopinti scatolami di tetrapak.
A questo punto la mia coscienza da arcaico (sia pur pentito!) cattocomunista, mi farebbe propendere per una strategia pedagogica ispirata alla individualizzazione (far raggiungere a tutti gli stessi obiettivi, magari con strategie didattiche differenziate).
Accogliendo però l’avertissement di Fiorentino:
“Non basta dire che le mete sono comuni, perché se gli obiettivi comuni sono in quantità enciclopedica e in una logica disciplinarista, anche se si professa come credo politico-pedagogico l’individualizzazione, in realtà si pratica la personalizzazione nel senso più deteriore del termine.
Al di là quindi delle dispute nominali, ciò che conta, proprio per garantire traguardi culturali comuni, è la selezione dei saperi adeguati alla portata di tutti gli studenti, e in una quantità che sia compatibile con didattiche, metodologie di tipo laboratoriale, con tempi distesi, che mettano effettivamente lo studente al centro del processo di costruzione della conoscenza”. (http://www.funzioniobiettivo.it/glossadid/attivita_didattica.htm )
Dubbi spariti?
Ovviamente no!
Ancora una volta: bello, democratico, politicamente corretto (sulla carta). Ma in pratica?
Se penso a certe classi, la selezione di saperi adeguati e compatibili con strategie costruzioniste porterebbe ad attività d’apprendimento talmente minimali da fare invidia al più spartano degli educatori zen.
Insomma: sposando la logica dell’individualizzazione a tutti i costi si rischia – inevitabilmente? – di abbassare talmente il livello delle richieste da far precipitare ulteriormente la già pendente PISA.
E in un ambiente di apprendimento in cui si fa poco (sia pur con molta eleganza metodologica) il discriminato, ancora una volta, non è – semplifico, ovviamente – il figlio di mammà (che s’interfaccia con millanta opportunità cognitive anche fuori dalla scuola, a casa, in palestra, con gli amici, nel web…), ma il figlio di…
E allora?
E allora abbeveriamoci avidamente di argomentazioni pedagogiche, senza scordare però che alla fine ciò che conta è il buon senso del docente. Un docente allenatore che deve guardare ai suoi ragazzi non come a singoli turisti a zonzo nell’ipermercato del sapere, ma come ad una squadra che assieme deve allenarsi, giocare, lottare per raggiungere un obiettivo comune. Ed il docente allenatore sa (grazie, Gardner!!!) che può far giocare qualcuno centravanti, qualcuno all’ala, qualcuno col ruolo di regista, qualcuno in difesa… Che farà giocare qualcuno per i piedi buoni, qualcuno per la forza, il coraggio, l’intelligenza tattica, la capacità di fare spogliatoio… E che qualche giocatore si renderà utile in panchina…
Qualcuno sarà nominato il migliore in campo, qualcuno prenderà il premio per la combattività, qualcun altro…
Ma l’allenatore di buon senso sa che per ottenere buoni risultati ciò che conta è lo spogliatoio, l’affiatamento, il gioco di squadra: se ci si allena assieme (learning by doing), se si gioca e si lotta assieme (cooperative learning) si vince sempre. O quasi…
[E chi non si allena seriamente non può finire fuori squadra e forse fuori dal gioco?]