Scuola e prosciutto

Il figlio di un mio amico frequenta il primo anno del liceo di Alice’s School. Si trova bene. Compagni simpatici. Buoni insegnanti. Belle ragazze. Bar fornito.
L’altro giorno suo padre gli chiede come mai non aprisse un libro.
- Tanto domani non ho un bip, gli risponde.
- Come non hai niente, insiste il padre, ma se hai 5 ore…
- Ho due ore di ginnastica, un’ora di religione…
- Hai anche latino e fisica
- Sì, ma tanto interrogano e io sono già stato interrogato… Mi porterò qualche Manga per non rompermi troppo!

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Quando mia madre mi mandava a comperare il prosciutto dal droghiere mi metteva sempre sull’avviso: “Stai attento – diceva in veneto – che quello ti frega: se paghi un etto di affettato, devi mangiarne un etto!”

I clienti della scuola, invece, si fanno fregare quotidianamente. Pagano un’ora di attività didattica e ne ricevono…

Alla fine del quadrimestre, ad esempio, si moltiplicano a dismisura i riti delle interrogazioni. E le ore passano con l’insegnante in cattedra circondato da 2 o 3 vittime che balbettano qualche trita formuletta imparata più o meno a memoria.

E tutti gli altri ragazzi?

Chi sbadiglia, chi si fa dei viaggi sulla più caruccia della classe, chi codifica kilometrate di SMS, chi incide graffiti sul diario (o sul banco, o sul muro, o…), chi gioca a tris (o a battaglia navale, o col game del cellulare, o…), chi se ne va in bagno, chi secchia per l’interrogazione dell’ora dopo, chi copia i compiti dalla vicina secchiona, chi…

I più sfortunati – quelli che ancora devono essere interrogati – cercano di clonare le risposte dei compagni torturati in vista delle prossime interrogazioni.

Ore e ore e ore in balia dell’idiozia istituzionale.

Cui prodest?

Bulli, poeti e aspiranti suicidi

Il mestiere di insegnante liceale ha un solo grande difetto – lo stipendio – e qualche fastidioso effetto collaterale che non è il caso di menzionare qui ed ora. Per il resto è proprio un bel mestiere: non sei incamiciato nelle asfittiche pareti di un ufficio e vivi quotidianamente in compagnia di un sacco di gente interessante: Musil, Kafka, Ariosto, Mozart, Botticelli, Petrarca, Chagall, Freud, Epicuro, Kant, Garibaldi, Einstein, Seneca, Linda, Marco, Luca, Gabriele, Claudia, Elena…

Anche quando sono particolarmente sabbiato dalla psicopatologia quotidiana e arranco verso scuola con l’anima avvilita, lo sguardo annegato negli occhiali scuri, e le cuffie mp3 pigiate nelle orecchie per decomprimere il vociare dei passanti, mi basta varcare l’eterna soglia, strascicare le nike ereditate dal figlio verso la macchina del caffè e incominciare ad interfacciarmi coi ragazzi che già affollano l’androne per riscoprire ritualmente che la vita ha un po’ di senso.

Sono ragazzi ancora colorati, sempre più melting, con varie sfumature di cottura e ancor più variegate sfumature di cultura. Una battuta, un sorriso, l’accenno ad un progetto, una minaccia di interrogatorio, uno sfottò sull’ultima partita…

Poi si entra in classe o in laboratorio. E si lavora. Si ride, si piange, si urla, si studia, ci si studia, si scrive, si cresce. Assieme.

Io ho sei classi. Oltre 150 alunni. E in questi giorni, quando mi siedo sulla cattedra o deambulo skizzato fra i computer mi sorprendo ad osservarli con sospetto inaspettato: cosa staranno architettando dietro quell’apparente burka di inconcepibile normalità? Staranno tramando un trabocchetto per riprendere col cellulare qualche mia involontaria nefandezza? Stanno organizzandosi astutamente per compiere sadici atti di bullismo non appena li lascerò soli per qualche manciata di minuti? Stanno smanettando forsennatamente sui loro maledetti ammennicoli elettronici in preda a febbrili crisi di etilismo digitale?

Perché ormai è questo il ritratto dei nostri adolescenti che si sta scolpendo nell’italico immaginario collettivo. Ragazzi vuoti, viziati da famiglie arrese, vittime del gruppo ad un passo dal suicido od incalliti bulli che massacrano disabili per noia, bulimici e anoressici, affetti da autismo digitale, fumati e alcolisti…

Ma più li osservo, i miei 150 ragazzi, e più mi paiono normali. Talvolta noiosamente normali.

Certo, qualcuno studia un po’ di meno, qualcuno fa cabò all’ipercoop, qualcuno fumerà, qualcuno sarà pure riuscito a mandare un tvttb alla morosa durante l’ora di latino, qualcuno non va più in là della dialettica mediata dagli Ottentoti del grande fratello, qualcuno…

… qualcuno studia, qualcuno fa teatro, qualcuno tiene un blog di poesie, qualcuno va in treno ad Auschwitz per non dimenticare, qualcuno vuole persino cambiare il mondo che gli abbiamo regalato…

E alla faccia delle giurassiche cassandre dalla matita rossa che predicavano la morte della scrittura per mano dell’invasione digitale, qualcuno trova pure il tempo – persino in questa bellissima primavera – di passare pomeriggi a scrivere ed illustrare giornalini.

Già: bel mestiere quello dell’insegnante: non sei incamiciato nelle asfittiche pareti di un ufficio e vivi quotidianamente in compagnia di un sacco di gente interessante: Aurelia, Claudia, Babita, Giacomo, Linda, Caterina, Maria Elena, Valerio, Martina, Eugenia, Giada, Giulia, Gabriele, Leonardo, Milena, Silvia, Musil, Kafka, Ariosto, Mozart, Botticelli, Petrarca, Chagall, Freud, Epicuro, Kant, Garibaldi, Einstein, Seneca…

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Questa è la bozza di redazionale per il numero 20 di SMOOL. Mi pareva adatto anche per questo blog. O no? Buona vita.