La scrittura al tempo dell’amore

25 05 2007


(vorrei ritornare a vedere il bicchiere mezzo pieno… quindi…)

Da tre anni ho la fortuna di coordinare la redazione di S.MO.O.L., il giornalino degli studenti della provincia di Modena. E questo è un post biecamente autocelebrativo e di ringraziamento per i miei giornalisti!

Dopo un parto travagliato e i primi passi talvolta incerti, S.MO.O.L., infatti, è diventato una creatura vitale, divertita e consapevole. Una creatura che può contare su una redazione in continua espansione, dove brulicano ragazzi straordinari, intelligenze poliedriche, sguardi curiosi, animi nobili. Ragazzi in gamba che amano pensare, osservare, leggere e, talvolta scrivere.

Ragazzi che non scordano di collegare il cervello agli occhi per vedere il mondo a modo loro. Ragazzi che non scordano di collegare il cervello alle orecchie, per ascoltare la voce degli altri, ma anche la voce del vento, delle foglie che cadono, e del silenzio. Ragazzi che connettono il cervello alla bocca, per sussurrare – gridare talvolta – pensieri di rabbia, di gioia, di morte, d’amore.

Ragazzi, insomma, che non fanno il verso ai giornalisti grandi, ma che vogliono diventare grandi attraverso l’alchimia paziente e terapeutica della parola. Ragazzi diversi, finalmente, da quelli ritratti da un immaginario comune morbosamente attratto dall’idea di orde adolescenziali biecamente dedite ai riti dell’ignoranza dilagante e del bullismo.

Da qualche anno, infatti, si spendono energie per immillare l’immagine di una generazione di adolescenti che non scrivono e che non sanno scrivere. Una generazione di ragazzi sintatticamente balbuzienti e semanticamente superficiali che non riescono generalmente a partorire discorsi organici in quanto figli di un universo sociale e culturale disgregato, frammentato, banalizzato.

Va da sé che anche questo luogo comune palesa uno scampolo di verità. Non sono pochi, infatti, i ragazzi che sminuzzano il proprio potenziale culturale saltabeccando senza criterio fra stupidi reality, cartoni demenziali, lacrime in diretta, sitcom al silicone e raffiche dirompenti di pubblicità purtroppo interrotta, di tanto in tanto, da qualche scampolo di edulcorato telefilm. E non è da sottovalutare nemmeno il minacciato pericolo di autismo digitale veicolato da un distorto uso delle nuove tecnologie.

Parrebbe dunque che videodipendenti e cybernauti congiurino in eguale misura per plasmare una nuova generazione dalla cultura approssimativa, fatta di microcubetti di sapere che s’accatastano senza ordito in repository mentali sempre più destrutturati.


Del resto è questo l’affresco che dei nostri adolescenti esce solitamente anche dalle sale insegnanti. Basta stazionare un po’ di tempo presso qualche crocicchio di docenti per sorbire l’inesausta litania sugli studenti di oggi che non sanno nulla, non capiscono nulla, non sono motivati, non stanno attenti, non riescono a fare un’interrogazione decente, non leggono, non scrivono, non sanno fare un tema (sic!).

Le mie tasche, ormai, sono prive di verità. E devo confessare che quando mi trovo a contrastare le insistite lamentele dei colleghi con i miei vecchi cavalli di battaglia – Don Milani, Freynet, Papert, Morin… – appaio anche a me stesso un impenitente adepto di fedi in via di estinzione. Se, però, il mio attuale agnosticismo pedagogico mi impedisce di contrapporre a certi luoghi comuni la furia ideologica di un tempo, la mia curiosità intellettuale si concede il lusso di qualche dubbio.

  • Siamo sicuri, ad esempio, di poter leggere i ragazzi di oggi con gli strumenti tipici dei docenti di ieri?
  • E siamo sicuri di poter arginare questi fenomeni di svalutazione culturale accentuando solo gli afflati censori e la deriva istruzionistica?
  • E, ancora, siamo sicuri che i nostri studenti scrivano poco e male?

Certo anche nel web è facile imbattersi in badilate di scrittura sincopata, disaggregata e talvolta – più o meno consapevolmente – sgrammaticata. Ma non mancano esempi di scrittura ponderata, consapevole, efficace. Una scrittura frutto di lentezza, e riflessione, e ritualità. Una scrittura fatta di emozioni e formalismi. Una scrittura nuova che non di rado sa profumare d’antico. Una consuetudine a tessere pazienti parole che pare dunque ribaltare l’immagine di un universo giovanile dedito solo alla nevrosi dello zapping, dei tvttb e degli smiles.

Grazie, dunque ai ragazzi di S.MO.O.L. che accanto al piacere per due begli occhioni, per una ridente passeggiata, per un buon piatto di spaghetti, per un bel libro in riva al mare… continuano a coltivare anche il sottile, raffinato, folle piacere della scrittura.

Perché, parafrasando il mio amico Daniel, il tempo della scrittura, come il tempo dell’amore, dilata il tempo della vita.






Bulli, poeti e aspiranti suicidi

16 04 2007

Il mestiere di insegnante liceale ha un solo grande difetto – lo stipendio – e qualche fastidioso effetto collaterale che non è il caso di menzionare qui ed ora. Per il resto è proprio un bel mestiere: non sei incamiciato nelle asfittiche pareti di un ufficio e vivi quotidianamente in compagnia di un sacco di gente interessante: Musil, Kafka, Ariosto, Mozart, Botticelli, Petrarca, Chagall, Freud, Epicuro, Kant, Garibaldi, Einstein, Seneca, Linda, Marco, Luca, Gabriele, Claudia, Elena…

Anche quando sono particolarmente sabbiato dalla psicopatologia quotidiana e arranco verso scuola con l’anima avvilita, lo sguardo annegato negli occhiali scuri, e le cuffie mp3 pigiate nelle orecchie per decomprimere il vociare dei passanti, mi basta varcare l’eterna soglia, strascicare le nike ereditate dal figlio verso la macchina del caffè e incominciare ad interfacciarmi coi ragazzi che già affollano l’androne per riscoprire ritualmente che la vita ha un po’ di senso.

Sono ragazzi ancora colorati, sempre più melting, con varie sfumature di cottura e ancor più variegate sfumature di cultura. Una battuta, un sorriso, l’accenno ad un progetto, una minaccia di interrogatorio, uno sfottò sull’ultima partita…

Poi si entra in classe o in laboratorio. E si lavora. Si ride, si piange, si urla, si studia, ci si studia, si scrive, si cresce. Assieme.

Io ho sei classi. Oltre 150 alunni. E in questi giorni, quando mi siedo sulla cattedra o deambulo skizzato fra i computer mi sorprendo ad osservarli con sospetto inaspettato: cosa staranno architettando dietro quell’apparente burka di inconcepibile normalità? Staranno tramando un trabocchetto per riprendere col cellulare qualche mia involontaria nefandezza? Stanno organizzandosi astutamente per compiere sadici atti di bullismo non appena li lascerò soli per qualche manciata di minuti? Stanno smanettando forsennatamente sui loro maledetti ammennicoli elettronici in preda a febbrili crisi di etilismo digitale?

Perché ormai è questo il ritratto dei nostri adolescenti che si sta scolpendo nell’italico immaginario collettivo. Ragazzi vuoti, viziati da famiglie arrese, vittime del gruppo ad un passo dal suicido od incalliti bulli che massacrano disabili per noia, bulimici e anoressici, affetti da autismo digitale, fumati e alcolisti…

Ma più li osservo, i miei 150 ragazzi, e più mi paiono normali. Talvolta noiosamente normali.

Certo, qualcuno studia un po’ di meno, qualcuno fa cabò all’ipercoop, qualcuno fumerà, qualcuno sarà pure riuscito a mandare un tvttb alla morosa durante l’ora di latino, qualcuno non va più in là della dialettica mediata dagli Ottentoti del grande fratello, qualcuno…

… qualcuno studia, qualcuno fa teatro, qualcuno tiene un blog di poesie, qualcuno va in treno ad Auschwitz per non dimenticare, qualcuno vuole persino cambiare il mondo che gli abbiamo regalato…

E alla faccia delle giurassiche cassandre dalla matita rossa che predicavano la morte della scrittura per mano dell’invasione digitale, qualcuno trova pure il tempo – persino in questa bellissima primavera – di passare pomeriggi a scrivere ed illustrare giornalini.

Già: bel mestiere quello dell’insegnante: non sei incamiciato nelle asfittiche pareti di un ufficio e vivi quotidianamente in compagnia di un sacco di gente interessante: Aurelia, Claudia, Babita, Giacomo, Linda, Caterina, Maria Elena, Valerio, Martina, Eugenia, Giada, Giulia, Gabriele, Leonardo, Milena, Silvia, Musil, Kafka, Ariosto, Mozart, Botticelli, Petrarca, Chagall, Freud, Epicuro, Kant, Garibaldi, Einstein, Seneca…

————-

Questa è la bozza di redazionale per il numero 20 di SMOOL. Mi pareva adatto anche per questo blog. O no? Buona vita.





Cyberscriptorium

9 02 2007

Alcuni commenti – in aula e on line – tendono a dipingermi impropriamente come un integralista del “computer”. Non è così. A mia discolpa (sic!) riporto questo ormai vecchio articolo partorito in occasione del numero zero di S.MO.O.L. (il giornalino on line degli studenti della provincia di Modena). In quella occasione, su mia proposta, la redazione aveva scelto come idea chiave attorno a cui far ruotare il progetto, lo scriptorium, proprio per allontanare dall’ipotetico pubblico l’idea di un acritico integralismo digitale.
———–
In epoca medievale, prima dell’invenzione della stampa, i testi antichi venivano riprodotti manualmente nei monasteri. I monaci copiavano diligentemente i manoscritti lavorando in un’apposita stanza del monastero chiamata scriptorium.

Abbiamo scelto lo scriptorium come icona principe di questo numero per diversi motivi.
Il primo, lo confessiamo, perché ci piace l’idea un po’ provocatoria di accostare la presuntuosa tecnologia contemporanea (computer, internet…) con la giurassica tecnologia medioevale.
Proprio perché ci troviamo troppo spesso a lavorare con topi e tastiere, reti e internet, html e php… non volevamo dare l’idea di essere integralisti delle nuove tecnologie: la rivoluzione digitale rappresenta un indiscusso progresso per l’umanità, ma non è di per sé la panacea di tutti mali. Indipendentemente dalle tecnologie adottate – lo stilo, la penna o il computer… – ciò che conta veramente è l’idea, il pensiero critico, l’autonomia creativa.

Amiamo le cose belle prodotte con l’arte digitale, ma amiamo altrettanto le belle cose prodotte con le penne, i pennelli, lo scalpello…

Il riferimento allo scriptorium, poi, ci piace per un altro motivo: spesso l’amanuense medievale non si limita a tracciare monotone righe di testo, ma si trasforma in un virtuoso del segno grafico, si distingue per l’eleganza del tratto, la precisione del carattere (font), l’originalità dei capolettera, la raffinatezza delle miniature che sposano il testo… Certi codici miniati prodotti nei grandi monasteri sono veri e propri capolavori artistici scaturiti da perfette alchimie di immagini e parole. La pagina diventa allora una delizia per gli occhi indipendentemente dal contenuto del testo.

Anche il moderno scrittore non deve limitarsi a partorire anonime litanie di parole, ma deve scegliere il carattere adatto (font), disporre i blocchi di testo con grazia ed equilibrio, coniugare il testo con immagini adeguate, progettare layout equilibrati. La pagina deve essere una delizia per gli occhi, prima che per l’intelletto. Deve essere goduta come un paesaggio visto dall’alto, prima che interpretata nei suoi simboli verbali. Il web writer, come l’amanuense medievale, deve essere un artista, oltre che uno scrittore.

Le analogie però potrebbero fermarsi qui. E potremmo finire magari con l’esaltare invece una differenza fra lo scrivano medioevale e il nostro giornalista: spesso l’amanuense si limitava a copiare pedissequamente il testo, senza sforzarsi di capire il contenuto, il significato delle parole che vergava, le inferenze che il testo provoca nel suo antico o nuovo contesto. Il nostro giornalista, invece, non deve limitarsi a copiare, riprodurre testi, magari abbellendoli con decorazioni posticce ed effetti speciali: il nostro giornalista deve cercare le idee, produrre le idee, creare, costruire il suo pezzo. E se proprio si dovesse trovare nella condizione di riprodurre idee altrui, dovrebbe farlo almeno con spirito critico.

Il protagonista del nostro scriptorium ideale conserva dunque il fascino dell’artigianato antico, ma non rinuncia alla coscienza critica e alla libertà creativa.





FOCUS 11: Giornalini di "classe"?

31 01 2007

.
Giornalini di classe?

Accanto alla miriade di progetti che pullulano nelle nostre scuole non dovrebbero mancare progetti finalizzati alla realizzazione di riviste e giornali.

Da Freinet a Don Milani, dai ciclostilati ai blog, il giornalino è lo strumento ideale per rompere l’isolamento, comunicare notizie, approfondire problemi, creare comunità.

Negli ultimi anni la logica dei progetti imperversa ormai anche nelle nostre scuole. Per ottenere finanziamenti, acquisire strumentazioni e poter contare sulla collaborazione di esperti, gli insegnanti hanno imparato a elaborare progetti più o meno coerenti con i vari POF. Si redigono progetti di ogni tipo: per il teatro, il cinema, la multiculturalità, l’educazione stradale, l’attività sportiva…

IO credo che accanto a tutte queste iniziative ogni scuola dovrebbe pensare a progetti finalizzati alla realizzazione di giornalini scolastici. Sfruttando le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, infatti, il caro e vecchio giornalino può ancora rappresentare un eccellente strumento di comunicazione, socializzazione e didattica.

Lavorando assieme ad un giornalino si possono perseguire rilevanti obiettivi.
Un giornalino di classe (o di plesso, o di scuola…) avrebbe intanto l’evidente effetto di pubblicizzare le varie iniziative che fioriscono fra le mura scolastiche. E già questo sarebbe un notevole risultato.

Nelle nostre scuole, infatti, esiste un grande fermento di idee, sperimentazioni ed esperienze didattiche che troppo spesso non hanno la giusta visibilità a causa di una scarsa abitudine a documentare e pubblicizzare le proprie attività. Un giornalino ben realizzato è un modo intelligente di documentare il proprio percorso professionale, di comunicare efficacemente con i cittadini e, soprattutto, di mettere in rete le proprie conoscenze, esperienze e competenze.

Quasi inutile sottolineare inoltre la grande valenza didattica di un’iniziativa tesa a progettare, realizzare e pubblicare giornalini scolastici (cartacei e on-line). Per raggiungere lo scopo docenti e studenti devono imparare a lavorare in gruppo secondo la logica “costruttiva” dell’apprendimento cooperativo (cooperative learning) e dell’imparare facendo (learning by doing). I ragazzi possono così sperimentare con sempre maggior consapevolezza le tecniche della mediazione sociale aumentando le loro capacità di socializzare, cooperare ed assumersi delle responsabilità.

La realizzazione di un giornalino, ancora, si impone anche come significativo momento di aggregazione di competenze. Per intraprendere una moderna attività giornalistica, infatti, occorre appropriarsi criticamente di varie tecniche:

  • tecniche di ricerca (on line e off line),
  • tecniche di scrittura (scrittura giornalistica e web writing),
  • tecniche di acquisizione ed elaborazione immagini (per la stampa e per il web),
  • tecniche di desktop publishing (layaut e template),
  • tecniche di pubblicazione e diffusione dei contenuti (stampa, pagine web, blog…).

Un giornalino scolastico, infine, impedirebbe agli insegnati di improvvisare estemporanei giochi di ruolo per i propri alunni. Quante volte infatti noi docenti, di fronte ad una verifica o ad una esercitazione, abbiamo imposto ai nostri ragazzi consegne tipo: “Fingi di scrivere una lettera ad un amico che non vedi da tempo e…”; “Immagina di essere un giornalista del… ed elabora un articolo su…”.

Con un giornalino, invece, potremo calare gli studenti in una situazione comunicativa reale, più impegnativa ma anche assai più stimolante.

Potremo così chiedere ai nostri studenti di scrivere per il giornalino di classe con consegne tipo:

  • scrivi un articolo che affronti le problematiche sollevate dalla recente occupazione;
  • elabora un reportage sui luoghi di ritrovo della tua compagnia;
  • redigi la cronaca dell’incidente capitato a…;
  • realizza un servizio fotografico sui murales del tuo quartiere;
  • stila la recensione sul film che hai visto…;
  • realizza un’intervista a…;
  • conduci un’inchiesta sul tempo libero dei tuoi compagni di classe;
  • scrivi una lettera al direttore…”;
  • eccetera.

Queste attività da giornalista (fotoreporter, critico, grafico…) reale non solo porta un grande valore aggiunto all’attività didattica in chiave di motivazione (si lavora con più entusiasmo quando ci si rivolge ad interlocutori reali potenzialmente numerosissimi e non al solo docente), ma abitua anche i ragazzi a progettare l’atto comunicativo in chiave di target (il ragazzo che scrive l’articolo sa che non si rivolge ad un interlocutore astratto e fittizio, ma ad un pubblico vero e facilmente identificabile: i miei compagni di classe, di scuola, di età…).

Senza contare che in questo modo il feedback non è affidato solo al giudizio univoco dell’insegnante, ma alla valutazione di un pubblico reale che può apprezzare più o meno il lavoro.

Quest’ultima riflessione vale soprattutto per i giornalini on line (e per i blog) dove il lettore può commentare immediatamente l’articolo e spesso può addirittura votarlo.

Mille e uno motivi, dunque, per pensare ad un “progetto giornalino” per la propria scuola.

Altre rflessioni sui “giornalini” di classe le puoi trovare sul numero zero di S.MO.O.L!!!





FOCUS 9: docenti sotto torchio (omaggio a Freinet)

31 01 2007

.
Talvolta gli spiriti liberi, anche se soli ed osteggiati, possono cambiare uno scampolo di mondo e anticipare gli eventi.

Negli anni trenta, un maestrino francese pallido e nemmeno troppo in salute, si mise in testa di cambiare la scuola. E lo fece in modo provocatorio trasformando la classe in una stamperia. Recuperò da qualche amico un vecchio torchio per stampare e lo mise a disposizione dei suoi ragazzi assieme ai caratteri mobili di piombo, all’inchiostro, alla carta e a tutte le altre tecnologie di uso comune in una tipografia.

I bambini si trasformarono così in giornalisti e tipografi stampando il loro giornalino. Uscivano dalla classe assieme al loro maestro ed andavano in caccia di notizie. Intervistavano il sindaco, il prete, il dottore, il poliziotto. Studiavano scienze cercando fiori e piante rare che poi descrivevano in dettagliate schede a stampa. Decine e decine di documenti diventavano poi giornali che venivano distribuiti ad altri ragazzi e ad altre scuole.

Quei ragazzi diventarono dei pionieri dell’apprendimento attivo e il loro maestro, Célestin Freinet, nonostante i ripetuti scontri con l’ottuso conservatorismo delle autorità, diventò famoso. Il suo esempio fece proseliti e la tipografia entrò in diverse scuole. Fino all’arrivo di Hitler e del governo di Vichy che cacciò Freinet e censurò il suo metodo: troppo democratico per piacere ad un regime totalitario.

Nelle classi di Freinet, infatti, erano spesso i più disagiati a trarne il maggior profitto: i ragazzi del popolo, i più emarginati, quelli che non combinavano un tubo con la didattica tradizionale, diventavano degli ottimi studenti davanti ai caratteri tipografici.

Freinet, in anticipo sui tempi, aveva capito l’importanza del creare, del fare e che una riforma dell’insegnamento non si può attuare senza una trasformazione degli strumenti e delle tecniche.

Internet e il computer possono sostituire la tipografia di Freinet?

Probabilmente sì. Anzi: rispetto alla tipografia il computer amplifica enormemente le possibilità di intervento e offre infinite possibilità di creare un ambiente di apprendimento attivo dove i ragazzi diventano protagonisti del loro percorso educativo. Sempre con la guida illuminante del docente.

Trasformare per qualche tempo un ambiente scolastico in una moderna tipografia digitale è uno dei tanti modi possibili per “creare, all’interno delle scuole, delle situazioni in cui i ragazzi seguono le loro passioni col cuore, portano avanti progetti a cui sono veramente interessati, fanno scoperte prendendo da Internet le informazioni di cui hanno bisogno, lavorano insieme, realizzano cose difficili. L’insegnante li consiglia, li guida. E, quindi, l’insegnante deve abituarsi all’idea di rispettare gli alunni in quanto persone che imparano, di riconoscere che essi producono le loro stesse conoscenze, che la vecchia aspirazione che molti pedagoghi avevano avuto che i ragazzi possano imparare sperimentalmente facendo cose che per loro sono veramente importanti, alla fine, possiamo immaginare di realizzarla in questo modo. Questo discorso riguarda le vecchie concezioni ben radicate su come vorremmo che i ragazzi imparassero, e la tecnologia rende possibile la realizzazione dei sogni dei vecchi pedagoghi” (Seymour Papert).

———————————

Per approfondire: C. Freinet

Figlio di contadini, quando Freinet fa la sua prima esperienza di maestro in un paesino di montagna, ha ventitre anni ed è reduce dalla guerra, da cui è tornato con i polmoni lesi dai gas asfissianti (il che inizialmente lo sollecita all’elaborazione di tecniche che gli permettano di “spolmonarsi meno”).

Accoglie l’ispirazione dalle correnti dell’educazione nuova ma la trova troppo teorica e “sterilizzata”, troppo legata a un’immagine dell’infanzia che non fa differenza fra il bambino benestante di città e quello povero e scalzo di molti paesini sperduti; per meglio dire, a un immagine che non tiene conto del secondo e che ritaglia tutto sulla figura del primo.

Occorre perciò una “pedagogia popolare” che riconosca validità culturale agli interessi infantili popolari, senza pretendere di esprimerli e sostituirli subito con gli interessi previsti dalla ricerca teorica e imposti dai programmi ufficiali.

Ciò pone a Freinet i primi problemi: “Come interessare Giuseppe alla lettura e alla scrittura che lo lasciano indifferente, mentre era interessatissimo, secondo le stagioni, alle lumache che custodiva vive nelle sue scatole mal chiuse, ai suoi insetti e alle sue cicale che cantavano nel momento meno opportuno?”, e così via.

Il giovane maestro decide allora di tagliar corto, mette da parte i testi e elabora delle “tecniche” pedagogiche, fondamentalmente riducibili a tre:

  1. il “testo libero”, che sostituisce la tradizionale composizione in cui il bambino è costretto a svolgere un enunciato dettato dall’insegnante, invece di esercitarsi a esprimere correttamente ciò che in quel momento interessa più vivamente il singolo o la classe;
  2. il “calcolo vivente”, consistente nel motivare l’apprendimento e l’esercizio aritmetico partendo dalla soluzione dei problemi matematici posti dalla vita di classe;
  3. e la “TIPOGRAFIA SCOLASTICA”, la più nota delle sue tecniche, data da un “complessino” (caratteri a stampa, piccola pressa, compositoi, rullo per inchiostro ed altri attrezzi), utilizzabile anche per l’apprendimento iniziale della lettura e della scrittura (che risulta così più motivato e organizzato collettivamente) e per la stampa di un giornalino scolastico, il cui contenuto sia elaborato però con il criterio del testo libero.

I testi stampati si possono spedire ai compagni di classi omologhe di altre sedi, anche lontane, e si può sollecitare una risposta, così che si possa impiantare una “Corrispondenza Interscolastica” molto stimolante…

Ovviamente queste tecniche, diversamente combinate, possono dare luogo ad altre soluzioni didattiche, rispondenti a diverse esigenze poste dall’ambiente e dagli allievi.

Per Freinet è soprattutto importante che ognuna delle tecniche non solo impegni attivamente i soggetti, ma che le attività abbiano sempre sufficienti motivazioni: oltre che alle attività, Freinet dà molto rilievo all’aspetto comunicativo e cooperativo.

Soprattutto il momento cooperativo qualifica la “pedagogia popolare”, rielaborando egli in forma molto personale i presupposti simili della scuola del lavoro come l’aveva concepita la corrente d’ispirazione socialista, che sottolineava l’importanza del lavorare assieme come clima e come necessità tecnica.

Da ciò, naturalmente, una linea pedagogica che fa a meno per quanto possibile dei libri, dei programmi e in genere della trasmissione di cultura già strutturata, per rifondare un processo di apprendimento naturale (…) dove è necessaria la guida del maestro non meno di quella del gruppo dei “cooperatori”.

Da: Santoni Rugiu Antonio, Storia sociale dell’educazione