FOCUS 8: Libro, libri o… (secondo Freinet)

31 01 2007

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Riporto un piccolo estratto da C. Freinet, Nascita di una pedagogia popolare, La Nuova Italia, Firenze 1976, pp. 75‑76

Qui si manifesta apertamente il nuovo orientamento della nostra pedagogia: con il ma­nuale scolastico è il libro che crea, sempre artificialmente, l’interesse. Questo secondo noi è un grande errore: il libro non deve servire nella scuola a soddisfare e approfondire l’interesse del fanciullo. Noi abbiamo permesso a questo interesse di manifestarsi apertamente: come lo sfrutteremo ora per i nostri fini educativi? È necessario che i vari studi intrapresi rispondano e si adattino all’attività infantile, invece di chiedere a questa di piegarsi all’ordine scolastico. Ma fino a oggi, non esiste nulla che sappia usar bene queste possibilità, che permetta al bam­bino di ritrovare, nel materiale scolastico o nelle letture speciali, stimoli per attività intellet­tuali o manuali che consentano al fanciullo di espandersi liberamente per tutto il tempo del­la scuola secondo le sue necessità.

Noi abbiamo riunito nella nostra “biblioteca di lavoro” i li­bri che ci è stato possibile procurare. Ma purtroppo i manuali scolastici sono per ora i soli li­bri a nostra portata: comunque essi hanno perduto, almeno, il loro carattere specifico di ma­nuali e non hanno per noi il difetto di mancare di elasticità e di non rispondere per intero al­le nuove necessità. Bisognerà suggerire l’edizione, o intraprenderla noi stessi, di strumenti di lavoro adatti ai nostri bisogni.

Lo schedario scolastico, di cui noi abbiamo lanciato l’idea e che forse cercheremo di rea­lizzare, sarà il nostro principale mezzo didattico: moderno, estensibile e perfezionabile a pia­cere, esso ci permetterà di mettere, al momento voluto, tra le mani degli alunni, i diversi do­cumenti, letteratura, scienze, geografia, storia, ecc., che rispondano all’interesse dominante. Questo schedario dovrà essere compilato da una bibliotechina composta di vari opuscoli mo­nografici compilati secondo un nuovo criterio; fino ad oggi però tutto è ancora da realizzare a questo proposito.

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Nota al testo: Freinet polemizza qui contro un uso dei manuale scolastico che serva a indirizzare il lavo­ro: i libri, infatti, devono essere strumenti a disposizione di chi apprende, e non di chi insegna. Pertanto la biblioteca e lo schedario assumono la funzione di “cassette degli attrezzi” a cui gli allievi possono liberamente e funzionalmente attingere a seconda delle necessità. Freinet ri­tiene che la classe debba essere soprattutto un laboratorio in cui si mettono a punto cono­scenze e riflessioni personali che sarà poi compito della tipografia condividere con altri gruppi.

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Possiamo buttare al macero il manuale scolastico?

Le Nuove Tecnologie rendono più realizzabile il sogno di Freinet di una “bibliotechina” aperta ed elastica da mettere a disposizione dei ragazzi?

Pensi sia realizzabile l’idea di laboratorio didattico alla Freinet? In che modo?

Quali sono le “cassette degli attrezzi” che metteresti a disposizione dei tuoi studenti?

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Per approfondire:

Célestin Freinet (1896 – 1966) è un pedagogo francese che mette a punto una pedagogia originale – rigorosa – basata sulla “libera espressione dei ragazzi”. Egli propone percorsi di apprendimento basati su una pianificazione rigorosa del lavoro e sull’uso sistematico di tecniche e tecnologie (roduzione di testi liberi, tipografia, individualizzazione del lavoro, corrispondenza scolastica, lavori cooperativi, eccetera).





FOCUS 6: Il ruolo dell’insegnante (secondo Papert)

31 01 2007

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Perché non partire da questo breve estratto di una vecchia (1998) intervista a S. Papert?

Quale è la Sua opinione sull’uso delle nuove tecnologie nella didattica?

Quando parliamo di nuove tecnologie nella scuola è importante chiarire se si parla di una prospettiva a lungo termine – cosa succederà tra dieci o venti anni- o se si parla di cosa accadrà domani. Usiamo questa metafora: immaginiamo delle persone dell’Ottocento che abbiano viaggiato nel tempo per vedere come si fanno le cose al giorno d’oggi . Tra loro c’è un chirurgo, e immaginiamo il chirurgo dell’Ottocento in una moderna sala operatoria: egli sarebbe del tutto disorientato, non avrebbe la più pallida idea di che cosa stia succedendo, con tutti quegli strumenti elettronici che suonano. Penserebbe che il paziente è morto, non saprebbe nulla dell’anestesia. Questo è quello che io chiamo un ‘mega-cambiamento’: noi assisteremo ad un mega-cambiamento nell’educazione; e cambierà tanto quanto sono cambiati i trasporti o le telecomunicazioni. Ci inganniamo se crediamo che ci saranno solo pochi, piccoli, cambiamenti. Quali sono i grandi cambiamenti? Io penso che la scuola si fondi sul modello di una linea di produzione in cui si mettono delle conoscenze nella testa delle persone. Si comincia con la prima fase e poi si passa alla seconda fase e si distribuisce un poco di conoscenza alla volta. Si passa dalla prima alla seconda alla terza, e tutto questo è necessario perché si pensa che gli insegnanti debbano insegnare un po’ per volta. Adesso i ragazzi non hanno più bisogno di acquisire nozioni in questo modo, e con la moderna tecnologia dell’informazione possono imparare molto di più facendo, possono imparare facendo ricerca da soli, scoprendo da soli. Il ruolo dell’insegnante non è quello di fornire tutte le parti della conoscenza ma di fare da guida, di gestire le situazioni molto difficili, di stimolare il ragazzo, forse, di dare consigli. Ma questa è un’immagine della scuola del tutto diversa. Io penso che il vero problema sia come agiamo oggi avendo in mente questa prospettiva a lungo termine, perché non possiamo cambiare la scuola dall’oggi al domani, non si può realizzare un mega-cambiamento dall’oggi al domani; si possono solo fare piccoli cambiamenti. Ma dobbiamo smettere di pensare che questi piccoli cambiamenti facciano fare pochi progressi al sistema così come lo conosciamo. Bisogna pensare ai piccoli cambiamenti come passi verso il grande cambiamento che avverrà. Dobbiamo sapere in che direzione sta andando, e poi come prepararlo.

E io penso che il miglior modo per farlo è quello di creare, all’interno delle scuole, delle situazioni in cui i ragazzi seguono le loro passioni col cuore, portano avanti progetti a cui sono veramente interessati, fanno scoperte prendendo da Internet le informazioni di cui hanno bisogno, lavorano insieme, realizzano cose difficili.

L’insegnante li consiglia, li guida. E, quindi, l’insegnante deve abituarsi all’idea di rispettare gli alunni in quanto persone che imparano, di riconoscere che essi producono le loro stesse conoscenze, che la vecchia aspirazione che molti pedagoghi avevano avuto che i ragazzi possano imparare sperimentalmente facendo cose che per loro sono veramente importanti, alla fine, possiamo immaginare di realizzarla in questo modo.

Questo discorso riguarda le vecchie concezioni ben radicate su come vorremmo che i ragazzi imparassero, e la tecnologia rende possibile la realizzazione dei sogni dei vecchi pedagoghi.

http://www.mediamente.rai.it/biblioteca/biblio.asp?id=259&tab=bio

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E la domanda che dobbiamo porci, allora, è appunto questa:

Come possiamo, nel nostro piccolo, creare, all’interno delle scuole, delle situazioni in cui i ragazzi seguono le loro passioni col cuore, portano avanti progetti a cui sono veramente interessati, fanno scoperte, lavorano insieme, realizzano cose difficili?

Parliamone





FOCUS 5: Didattica laboratoriale, personalizzazione ed esternalizzazione

21 01 2007

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Continuando la riflessione sulla opportunità di una didattica attiva attravesro le osservazioni della Boscarino, possiamo concordare con lei che la personalizzazione vera e la didattica laboratoriale autentica non può essere caratterizzata da iniziative sporadiche ed estemporanee, da…

“momenti isolati con scopi
esclusivamente strumentali. Se, ad
esempio, uno spettacolo realizzato dagli
allievi è una bella e piacevole parentesi
nell’ordinario della routine scolastica,
fatta di libri e di auditorium (io parlo e
tu ascolti), possiamo proprio dire che
nulla è cambiato rispetto al paradigma
riduzionista descritto, semplicemente si
è inserito … un momento di pausa!

Altra questione è organizzare e realizzare
uno spettacolo per il quale si utilizzano,
in modo mirato e verificato, conoscenze
ed abilità disciplinari e interdisciplinari
(linguistiche, artistiche, motorie,
musicali, di cooperazione, …) e si cerca,
attraverso il loro utilizzo concreto, di
trasformarle in competenze personali di
ciascun allievo.

Occorre, insomma, approfondire bene
quello che Bruner chiama «il principio
di esternalizzazione»
, l’importanza di
costruire “opere”
che danno
testimonianza del lavoro mentale
eseguito, che permettono
rappresentazione oggettiva ai pensieri e
rendono più accessibile la riflessione su
di essi. «…L’esternalizzazione libera
l’attività cognitiva dal suo carattere
implicito, rendendola più pubblica,
negoziabile e solidale. Al tempo stesso la
rende più accessibile alla successiva
riflessione e metacognizione…».

Ricordiamo ancora, infatti che una concreta didattica laboratoriale non può prescindere da quello che Bruner (Bruner, J, La cultura dell’educazione, Feltrinelli, 1997, pp. 36 sgg) definisce il principio dell’esternalizzazione.

Secondo Bruner, infatti, la funzione principale di ogni attività culturale collettiva è produrre opere (esternalizzare il lavoro mentale in un’opera palpabile), è conferire identità, è produrre solidarietà, è creare comunità…

“I vantaggi di esternalizzare questi prodotti comuni facendone delle opere sono stati troppo a lungo sottovalutati. Primo fra tutti vi è naturalmente il fatto che le opere collettive producono e sostengono la solidarietà di gruppo. Contribuiscono a creare una comunità, e le comunità interattive, improntate ad una reciprocità di apprendimento, non sono un’eccezione. Ma, cosa altrettanto importante, promuovono il senso della divisione del lavoro necessaria per dar dar vita ad un prodotto…” (Bruner, ibid).

In passato il più grande strumento di esternalizzazione è stata la scrittura, oggi è il computer.

In un gruppo di ragazzi impegnati a produrre un’opera ipermediale (una presentazione, un sito web, un documentario, un film…) emergono le varie competenze personali: chi è bravo con il computer, chi è un vero alchimista delle parole, chi sa fotografare, chi produce (o procura) la colonna sonora, chi si distingue come mediatore sociale per appianare i contrasti di gruppo, chi…





FOCUS 2: didattica laboratoriale

14 01 2007

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Ecco una definizione di Didattica Laboratoriale trovata in rete.

“Un laboratorio, per definizione, costituisce uno spazio didattico la cui struttura risponde al principio della concretezza, dell’operatività e dell’attivismo, e che può rivolgersi indifferentemente a competenze motorie, sociali, intellettuali, estetico-espressive; valersi di contenuti disciplinari, multidisciplinari, interdisciplinari. La sua condizione minima di realizzabilità è data dall’attivazione degli allievi, individualmente e in gruppo, intorno e all’interno di esso. Metodologicamente parlando, un laboratorio è tale se gli allievi, in relazione all’età e al contesto, sono messi in grado di sperimentare attivamente qualcosa, oppure di produrre qualcosa, o anche di confrontarsi con qualcosa in termini operativi.

In laboratorio, l’insegnante lavora come animatore/facilitatore della comunicazione, ma anche come tutor/ istruttore. Egli ha, cioè, una competenza diretta superiore, che gli permette di verificare e re-dirigere alcuni percorsi di esperienza e conoscenza (anche quando finge di “scoprire le cose” insieme ai suoi allievi).” (M.T. Moscato – Università di Bologna)

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Da questo punto di vista ha ragione Rita quando, in un commento ad un post precedente scrive:

“io durante le sue lezioni mi sento spesso off, forse perche mi ero prefigurata il laboratorio di pedagogia come uno spazio dove potersi confrontare… e invece tornando alla LAVATRICE osservo il vortice colorato (o forse no, non è colorato) dei panni sporchi e non so? quando il programma terminerà…sicuramente mi piace perdermi in questa visione mi aiuta l’orario delle lezioni …la digestione è in atto!”

Il nostro non può certo definisrsi un laboratorio… Ma per fare veramente una didattica laboratoriale non basta che il prof si apra al dialogo: bisognerebbe organizzare un’attività secondo le modalità del “cooperative learning” e del “Learning by doing” (che vuol dire, credo, lavoro di gruppo su qualcosa di strutturato che deve produrre un valore aggiunto di conoscenza e/o di competenze)… Ma organizzare lavori di gruppo per 70 persone in un paio di orette di sabato pomeriggio… mi spaventa un po’… Proveremo allora, dalla prossima volta, a confrontarci un po’ di più…





FOCUS 1: Tecnologie Educative

14 01 2007

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Una prima proposta di lettura per entrare in contatto con il concetto di Tecnologie Educative è:
Luigi Guerra (a cura di), Educazione e tecnologie. I nuovi strumenti della mediazione didattica. Junior Edizioni, 2002.

Leggete in particolare il primo capitolo – Tecniche e tecnologie per la mediazione didattica – che imposta in maniera chiara e convincente l’assunto che sta alla base dei diversi contributi raccolti nel volume: la rivendicazione della necessaria superiorità del modello didattico rispetto al modello tecnico, dell’autorità e della capacità di scelta dell’insegnante (educatore, formatore) rispetto agli strumenti che usa.

Dopo aver impostato le coordinate teoriche che definiscono il concetto di tecnologia, Guerra delinea i punti essenziali del dibattito fra coloro che denunciano “l’impoverimento sostanziale di una situazione educativa fondata sulle nuove forme di mediazione offerte dalla macchina” e coloro che si abbandonano “all’elogio della tecnica interpretata come in grado di liberare l’insegnante dalle componenti più riproduttive dell’esperienza scolastica, con un chiaro tentativo di delegare in pieno alcuni aspetti dell’istruzione alla macchina”.

In Italia la diatriba non è ancora particolarmente accesa, anche perché la delega di parti della funzione dell’educatore alla macchina non è ancora avvenuta in termini veramente significativi.

Da noi “è comunque diffusa ormai (nel senso che gli integrati, o almeno i rassegnati, sono oggi molto più numerosi degli apocalittici) la convinzione che l’utilizzazione del computer sia se non altro positiva per la nuova motivazione che offre agli studenti”. Ma Guerra mette giustamente in guardia da questa tendenza al modernismo riflesso e poco meditato, da una possibile “totale accettazione delle nuove tecniche, ma senza una sufficiente elaborazione di tecnologia dell’educazione”.

La tesi sostenuta da Guerra “è che le TIC vadano apprese ed utilizzate strutturalmente all’interno di modelli tecnologici dell’educazione: cioè, all’interno di una preventiva e consapevole scelta interpretativa, di natura pedagogica e didattica, del significato dell’educazione”.

Se l’alfabetizzazione informatica non è accompagnata da una profonda riflessione culturale e pedagogica, corriamo il “rischio gattopardesco che la rutilanza del nuovo copra e giustifichi il permanere di un vecchio che altrimenti verrebbe giustamente spazzato via”.

Se, inoltre, aggiungo io, un insegnante s’avvicina alle TIC senza la giusta consapevolezza pedagogica, rischia di amplificare – magari peggiorandolo – il vecchio modo di fare lezione (frontale, cattedratico, puramente trasmissivo…) anziché rinnovare veramente il dialogo educativo.

Una lezione fatta con Power Point (micropillole di sapere cristallizzate su slides spesso grottesche) può essere meno costruttiva di una lezione fatta con strumenti tradizionali (voce, libro, lavagna…).

Per questo è il caso di ribadire ulteriormente che il concetto di Tecnologie Educative non si focalizza mai sugli strumenti (computer, reti, piattaforme…), ma sul modo di utilizzare gli strumenti in funzione di strategie di apprendimento pedagogicamente meditate.





Etilismo digitale?

2 01 2007

Quando leggo tutte tutte le belle cose sulle NT (web 2, e-learning, web content manager, web writer, regista multimediale…) mi monto alquanto la testa e sono quasi fiero di sentirmi un poco parte di questo bel mondo.
Ma temo che simili attacchi di etilismo digitale siano dovuti soprattutto al fatto che mi immergo in tali studi nei momenti di vacanza: con montagne di libri adagiate sul prato, il portatile sulle ginocchia e un fondale dipinto da pini marittimi è più facile sognare.

Quando si torna a scuola, la sbornia svanisce: ricomincia il tragicomico gioco a rimpiattino fra infilate di aule allineate e coperte dove rugose vestali del verbo presidiano assonnate il regno della didattica monomediale.

Per inciso: non sono così sprovveduto da pensare che basti introdurre un computer in classe per rigenerare la didattica: può essere più rivoluzionario un nuovo modo di usare la lavagna che un modo qualsiasi di usare Internet.
E non sono nemmeno così integralista da ritenere che le nuove tecnologie siano sempre e comunque più efficaci e meritorie di quelle tradizionali: prendo appunti con la penna, mi faccio la barba con la lametta, amo i pizzoccheri valtellinesi e preferisco il Morellino di Scansano con il caro vecchio tappo di sughero.

Ritengo però che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo.

O no?