La ricerca della felicità

22 06 2007


L’unico possibile senso della vita consiste nella ricerca della felicità. E la felicità s’invera solo nella sua ricerca.

Questa scampolo di verità mi si è appiccicato al sudore della mente questa mattina, mentre leggevo l’introduzione a Second Life, la guida ufficiale (La biblioteca di Repubblica-l’espresso, p. IX).

“…le emozioni e le fantasie dominano le nostre vite, come hanno sempre fatto […]. E per quanto possiamo essere molto diversi gli uni dagli altri nel nostro aspetto esteriore, dentro siamo tutti uguali: sangue, budella e un mucchio di sogni. Anche i sogni sono gli stessi: tutti vogliono amore, successo, felicità. […] Tutte queste verità banali diventano ancor più vere in Second Life. Questo mondo consente di concentrarsi sulla ricerca della propria felicità personale. Non c’è bisogno di avere a che fare con tutte quelle questioni mondane che fagocitano il nostro tempo sul pianeta Terra, qui si è liberi di fare ciò che si vuole. […] In effetti, l’unica cosa che può ostacolarvi nella ricerca virtuale della vera felicità è la vita reale…”

Se l’unica possibile felicità consiste nella sua ricerca, che importa se la “queste” avviene nella prima o nella seconda vita?

(Faremmo meglio a prestare più attenzione al futuro perché è proprio lì che vi trascorreremo il resto della nostra vita.)





Temi, esami e YouTube

21 06 2007

Anche quest’anno sono presidente di commissione agli esami di stato. E ne avrei delle belle da raccontare. Ma per oggi mi limito a mettere una piccola lente di ingrandimento sul tema di italiano: tipologia D. La traccia tradizionale, insomma. Quella sulla quale si buttano – si dice – i disperati.

«L’industrializzazione ha distrutto il villaggio, e l’uomo, che viveva in comunità, è diventato folla solitaria nelle megalopoli. La televisione ha ricostruito il «villaggio globale», ma non c’è il dialogo corale al quale tutti partecipavano nel borgo attorno al castello o alla pieve. Ed è cosa molto diversa guardare i fatti del mondo passivamente, o partecipare ai fatti della comunità.» G. TAMBURRANO, Il cittadino e il potere, in “In nome del Padre”, Bari, 1983
Discuti l’affermazione citata, precisando se, a tuo avviso, in essa possa ravvisarsi un senso di “nostalgia” per il passato o l’esigenza, diffusa nella società contemporanea, di intessere un dialogo meno formale con la comunità circostante.

Talmente preso dagli aspetti organizzativi (ne avrei delle bellissime da raccontare!) non mi sono preoccupato di leggerla attentamente durante la prova. L’ho riletta oggi, alla luce di un commento che Stefano Rodotà ha fatto in proposito su Repubblica.

Un commento illuminante per chi si occupa di tecnologie educative.

“…i ragazzi intorno ai ventenni sono essi stessi la globalizzazione. Sono immersi in un flusso continuo di comunicazioni, scaricano musica e film, alimentano YouTube, attingono conoscenze dalle fonti più disparate, producono e subiscono modelli di comportamento, fanno e disfano comunità virtuali, assumono identità molteplici…
Il popolo di Internet, di cui le persone giovani costituiscono il nerbo, è al di là della logica televisiva. Frequenta il più ampio spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto…
Siamo di fronte a una nuova condizione umana, che certo può produrre nuove forme di solitudine e di esclusione, che può imprigionare la vita nello schermo di un computer, ma che deve essere considerata come elemento essenziale della dinamica complessiva che stiamo vivendo…” (Stefano Rodotà, Il popolo di YouTube non ha più nostalgie, La Repubblica, 21 giugno 2007, p. 14).

Ecco: i ragazzi, i nostri ragazzi sono già oltre la logica televisiva e probabilmente sono bel oltre la possibilità di provare una nostalgia – se non mediata da miti letterari e non – per i sabati dei villaggi.

Rodotà se ne è accorto. Agati pure. E i colleghi?





Già: chi paga?

19 06 2007

Una delle domande inquietanti che aleggiano sulle promesse di agorà nel nuovo corso del web l’ha fatta un mio simpatico sissino…

In un pomeriggio di febbraio tentavo di colorare l’uggiosa aula universitaria con un’arzilla lezione sul web 2.0 (Time – Person of the year, democrazia virtuale, blogs, mySpaces, Flickr, Youtube…) quando un baldo neodocente dal simpatico pizzetto mi ha fatto questa semplice domanda:

- Chi paga?

Naturalmente mi sono subito tuffato in una serie scontata di considerazioni pseudoeconomiche (l’immagine, la pubblicità, la conquista di quote di mercato…) che sfociavano infine nell’auspicio che la natura “anarchica” della rete ci avrebbe comunque immunizzati dalla sindrome da grande fratello.

Ma ogni tanto il mio ottimismo s’incrina quando faccio un pur rapido bilancio dei servizi “gratuiti” che utilizzo: Google (cercatore, consigliore, traduttore, correttore, guida stradale…), Flickr, YouTube, Gmail, Yahoo, Virgilio, Blogger, Splinder, WordPress, Messenger, Slidesheare, Picasa…

E allora la domanda riecheggia più intensa…

- Chi paga?

E soprattutto: – Perché?

(ricordando sempre lo scontato monito dello zio Bigiola: A questo mondo nessuno ti da qualcosa per niente)





voliAMOinAlto: chi paga?

17 06 2007


Ciò che mi dà i brividi è il clima culturale che circonda il computer. Mi preoccupa l’ingenua credulità nelle vuote promesse dei sacerdoti dell’informatica. Mi intristisce la cieca fede in una tecnologia che, promette, si trasformerà in una cornucopia di beni distribuiti gratuitamente. (C. Stoll)

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Per contrastare lo strapotere Google Microsoft vuole acquisire Yahoo per 50 miliardi di dollari (più o meno il PIL dell’intero continente Africano!). Cui prodest?

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Buona vita e buona domenica

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