Alice’s School: striscia l’intervallo

6 03 2007

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Ecco la storia di Stefy (commento al post “Il ragazzo frammentato“):

Mio figlio di 5 elem. ieri mi ha raccontato tutto felice che a scuola fanno un nuovo gioco il TELEGIORNALE: ognuno prende nota di 2 o 3 notizie del TG, le appunta su un taccuino poi in classe fanno una simulazione (credo tipo Striscia), uno legge le notizie, una fa la musichetta, una balla, uno fa l’inviato, e altri si fanno intervistare.

Sottolinea “con le notizie vere mamma”.

Rispondo: “Che bello!! E con che maestra fate questa interessante attività”

“Con nessuna, mamma: spostiamo i banchi a ricreazione e lo facciamo noi”.

Morale: i bambini troveranno sempre, da soli la via … giusta?

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PersonalizziAMO?

19 02 2007

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In classe. La panacea per evitare la noia dei più bravi e far emergere in ciascun alunno il proprio talento (Gardner docet) pare sia la personalizzazione, come ci hanno predicato per anni le vestali della riforma Moratti (a proposito: qualcuno se la fila ancora?). La scuola diviene così un fantasmagorico – ed un po’ fantasmatico – ipermercato, dove alunni e famiglie deambulano mollemente alla ricerca del prodotto adatto ai propri gusti ed alle proprie possibilità.

Parrebbe uno scenario liberale, persino democratico.

Ma piuttosto pericoloso: chi ha buon gusto e molte possibilità (magari non per merito suo, ma dell’ambiente in cui l’inconsapevole cicogna l’ha paracadutato) può legittimamente godere di un Brunello di Montalcino (Biondi-Santi?); chi è un po’ grezzo e/o non ne ha la possibilità, si farà piacere quel vinello da tavola venduto a quintalate in variopinti scatolami di tetrapak.

A questo punto la mia coscienza da arcaico (sia pur pentito!) cattocomunista, mi farebbe propendere per una strategia pedagogica ispirata alla individualizzazione (far raggiungere a tutti gli stessi obiettivi, magari con strategie didattiche differenziate).

Accogliendo però l’avertissement di Fiorentino:

“Non basta dire che le mete sono comuni, perché se gli obiettivi comuni sono in quantità enciclopedica e in una logica disciplinarista, anche se si professa come credo politico-pedagogico l’individualizzazione, in realtà si pratica la personalizzazione nel senso più deteriore del termine.
Al di là quindi delle dispute nominali, ciò che conta, proprio per garantire traguardi culturali comuni, è la selezione dei saperi adeguati alla portata di tutti gli studenti, e in una quantità che sia compatibile con didattiche, metodologie di tipo laboratoriale, con tempi distesi, che mettano effettivamente lo studente al centro del processo di costruzione della conoscenza”. (http://www.funzioniobiettivo.it/glossadid/attivita_didattica.htm )

Dubbi spariti?

Ovviamente no!

Ancora una volta: bello, democratico, politicamente corretto (sulla carta). Ma in pratica?

Se penso a certe classi, la selezione di saperi adeguati e compatibili con strategie costruzioniste porterebbe ad attività d’apprendimento talmente minimali da fare invidia al più spartano degli educatori zen.

Insomma: sposando la logica dell’individualizzazione a tutti i costi si rischia – inevitabilmente? – di abbassare talmente il livello delle richieste da far precipitare ulteriormente la già pendente PISA.

E in un ambiente di apprendimento in cui si fa poco (sia pur con molta eleganza metodologica) il discriminato, ancora una volta, non è – semplifico, ovviamente – il figlio di mammà (che s’interfaccia con millanta opportunità cognitive anche fuori dalla scuola, a casa, in palestra, con gli amici, nel web…), ma il figlio di…

E allora?

E allora abbeveriamoci avidamente di argomentazioni pedagogiche, senza scordare però che alla fine ciò che conta è il buon senso del docente. Un docente allenatore che deve guardare ai suoi ragazzi non come a singoli turisti a zonzo nell’ipermercato del sapere, ma come ad una squadra che assieme deve allenarsi, giocare, lottare per raggiungere un obiettivo comune. Ed il docente allenatore sa (grazie, Gardner!!!) che può far giocare qualcuno centravanti, qualcuno all’ala, qualcuno col ruolo di regista, qualcuno in difesa… Che farà giocare qualcuno per i piedi buoni, qualcuno per la forza, il coraggio, l’intelligenza tattica, la capacità di fare spogliatoio… E che qualche giocatore si renderà utile in panchina…

Qualcuno sarà nominato il migliore in campo, qualcuno prenderà il premio per la combattività, qualcun altro…

Ma l’allenatore di buon senso sa che per ottenere buoni risultati ciò che conta è lo spogliatoio, l’affiatamento, il gioco di squadra: se ci si allena assieme (learning by doing), se si gioca e si lotta assieme (cooperative learning) si vince sempre. O quasi…

[E chi non si allena seriamente non può finire fuori squadra e forse fuori dal gioco?]





FOCUS 9: docenti sotto torchio (omaggio a Freinet)

31 01 2007

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Talvolta gli spiriti liberi, anche se soli ed osteggiati, possono cambiare uno scampolo di mondo e anticipare gli eventi.

Negli anni trenta, un maestrino francese pallido e nemmeno troppo in salute, si mise in testa di cambiare la scuola. E lo fece in modo provocatorio trasformando la classe in una stamperia. Recuperò da qualche amico un vecchio torchio per stampare e lo mise a disposizione dei suoi ragazzi assieme ai caratteri mobili di piombo, all’inchiostro, alla carta e a tutte le altre tecnologie di uso comune in una tipografia.

I bambini si trasformarono così in giornalisti e tipografi stampando il loro giornalino. Uscivano dalla classe assieme al loro maestro ed andavano in caccia di notizie. Intervistavano il sindaco, il prete, il dottore, il poliziotto. Studiavano scienze cercando fiori e piante rare che poi descrivevano in dettagliate schede a stampa. Decine e decine di documenti diventavano poi giornali che venivano distribuiti ad altri ragazzi e ad altre scuole.

Quei ragazzi diventarono dei pionieri dell’apprendimento attivo e il loro maestro, Célestin Freinet, nonostante i ripetuti scontri con l’ottuso conservatorismo delle autorità, diventò famoso. Il suo esempio fece proseliti e la tipografia entrò in diverse scuole. Fino all’arrivo di Hitler e del governo di Vichy che cacciò Freinet e censurò il suo metodo: troppo democratico per piacere ad un regime totalitario.

Nelle classi di Freinet, infatti, erano spesso i più disagiati a trarne il maggior profitto: i ragazzi del popolo, i più emarginati, quelli che non combinavano un tubo con la didattica tradizionale, diventavano degli ottimi studenti davanti ai caratteri tipografici.

Freinet, in anticipo sui tempi, aveva capito l’importanza del creare, del fare e che una riforma dell’insegnamento non si può attuare senza una trasformazione degli strumenti e delle tecniche.

Internet e il computer possono sostituire la tipografia di Freinet?

Probabilmente sì. Anzi: rispetto alla tipografia il computer amplifica enormemente le possibilità di intervento e offre infinite possibilità di creare un ambiente di apprendimento attivo dove i ragazzi diventano protagonisti del loro percorso educativo. Sempre con la guida illuminante del docente.

Trasformare per qualche tempo un ambiente scolastico in una moderna tipografia digitale è uno dei tanti modi possibili per “creare, all’interno delle scuole, delle situazioni in cui i ragazzi seguono le loro passioni col cuore, portano avanti progetti a cui sono veramente interessati, fanno scoperte prendendo da Internet le informazioni di cui hanno bisogno, lavorano insieme, realizzano cose difficili. L’insegnante li consiglia, li guida. E, quindi, l’insegnante deve abituarsi all’idea di rispettare gli alunni in quanto persone che imparano, di riconoscere che essi producono le loro stesse conoscenze, che la vecchia aspirazione che molti pedagoghi avevano avuto che i ragazzi possano imparare sperimentalmente facendo cose che per loro sono veramente importanti, alla fine, possiamo immaginare di realizzarla in questo modo. Questo discorso riguarda le vecchie concezioni ben radicate su come vorremmo che i ragazzi imparassero, e la tecnologia rende possibile la realizzazione dei sogni dei vecchi pedagoghi” (Seymour Papert).

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Per approfondire: C. Freinet

Figlio di contadini, quando Freinet fa la sua prima esperienza di maestro in un paesino di montagna, ha ventitre anni ed è reduce dalla guerra, da cui è tornato con i polmoni lesi dai gas asfissianti (il che inizialmente lo sollecita all’elaborazione di tecniche che gli permettano di “spolmonarsi meno”).

Accoglie l’ispirazione dalle correnti dell’educazione nuova ma la trova troppo teorica e “sterilizzata”, troppo legata a un’immagine dell’infanzia che non fa differenza fra il bambino benestante di città e quello povero e scalzo di molti paesini sperduti; per meglio dire, a un immagine che non tiene conto del secondo e che ritaglia tutto sulla figura del primo.

Occorre perciò una “pedagogia popolare” che riconosca validità culturale agli interessi infantili popolari, senza pretendere di esprimerli e sostituirli subito con gli interessi previsti dalla ricerca teorica e imposti dai programmi ufficiali.

Ciò pone a Freinet i primi problemi: “Come interessare Giuseppe alla lettura e alla scrittura che lo lasciano indifferente, mentre era interessatissimo, secondo le stagioni, alle lumache che custodiva vive nelle sue scatole mal chiuse, ai suoi insetti e alle sue cicale che cantavano nel momento meno opportuno?”, e così via.

Il giovane maestro decide allora di tagliar corto, mette da parte i testi e elabora delle “tecniche” pedagogiche, fondamentalmente riducibili a tre:

  1. il “testo libero”, che sostituisce la tradizionale composizione in cui il bambino è costretto a svolgere un enunciato dettato dall’insegnante, invece di esercitarsi a esprimere correttamente ciò che in quel momento interessa più vivamente il singolo o la classe;
  2. il “calcolo vivente”, consistente nel motivare l’apprendimento e l’esercizio aritmetico partendo dalla soluzione dei problemi matematici posti dalla vita di classe;
  3. e la “TIPOGRAFIA SCOLASTICA”, la più nota delle sue tecniche, data da un “complessino” (caratteri a stampa, piccola pressa, compositoi, rullo per inchiostro ed altri attrezzi), utilizzabile anche per l’apprendimento iniziale della lettura e della scrittura (che risulta così più motivato e organizzato collettivamente) e per la stampa di un giornalino scolastico, il cui contenuto sia elaborato però con il criterio del testo libero.

I testi stampati si possono spedire ai compagni di classi omologhe di altre sedi, anche lontane, e si può sollecitare una risposta, così che si possa impiantare una “Corrispondenza Interscolastica” molto stimolante…

Ovviamente queste tecniche, diversamente combinate, possono dare luogo ad altre soluzioni didattiche, rispondenti a diverse esigenze poste dall’ambiente e dagli allievi.

Per Freinet è soprattutto importante che ognuna delle tecniche non solo impegni attivamente i soggetti, ma che le attività abbiano sempre sufficienti motivazioni: oltre che alle attività, Freinet dà molto rilievo all’aspetto comunicativo e cooperativo.

Soprattutto il momento cooperativo qualifica la “pedagogia popolare”, rielaborando egli in forma molto personale i presupposti simili della scuola del lavoro come l’aveva concepita la corrente d’ispirazione socialista, che sottolineava l’importanza del lavorare assieme come clima e come necessità tecnica.

Da ciò, naturalmente, una linea pedagogica che fa a meno per quanto possibile dei libri, dei programmi e in genere della trasmissione di cultura già strutturata, per rifondare un processo di apprendimento naturale (…) dove è necessaria la guida del maestro non meno di quella del gruppo dei “cooperatori”.

Da: Santoni Rugiu Antonio, Storia sociale dell’educazione