Da sempre ho occasioni quasi quotidiane per parlare in pubblico. Non solo in quanto docente che coltiva il suo orticello di docili allievi, ma come formatore o presunto esperto di qualcosa. Parlo in convegni, assemblee, seminari… Ho persino affrontato dialettiche tenzoni con settantine di sissini un poco indispettiti.
Non mi spaventa parlare in pubblico. Anzi… passo persino per essere un buon comunicatore, e non di rado strappo applausi anche al cospetto d’insospettabili consessi.
Ma eviterei volentieri l’impatto col collegio.
Ricordo con masochistico cinismo lo scorso giugno. Il caldo ed il sudore si incollava fra il turbinio neuronale di un’aula asfittica che di magna ha solo la presuntuosa polvere d’antico.
Decine di colleghi stanchi, demotivati ed anche un po’ incazzati dopo ore di onanistiche giaculatorie su fantomatici criteri per plasmare cattedre, e compresenze, e commissioni, e commistioni… E poi, in coda, noi poveri tapini con pochi attimi di vita per giustificare – pietire quasi – cotanta investitura da funzione strumentale!
Ho messo in fila le mie slide(s) e i miei consunti ammiccamenti da oratore consumato per fendere la nebbia di sbadigli e rumorio sommesso nella maniera più anestetica possibile. Dieci minuti di pneumatica sofferenza.
Giuro: domani soffrirò molto meno.
Da un paio di giorni non perdo occasione – mentre nuoto, guido, mi doccio o… – di allenarmi all’ultimo respiro: ed ora so che posso fingere di spiegare social network e web semantico, autismo digitale e bulimia cognitiva, e-learning 2.0 e folksonomy, creative commons ed open source, reti wireless e non so che cosa… in 4 minuti e 26 secondi!
Pic… gia fatto?
Rapido ed indolore.
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Perché, come dice il mio amico Francesco…
La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora;
e ‘l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sí che ‘n veritate,
se non ch’i’ ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi penser’ fòra.
Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ‘l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;
veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei che mirar soglio, spenti
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Immagine: Hendrick Van Balen, Pan insegue SIRINGA (sic!)