Anche quando sono particolarmente sabbiato dalla psicopatologia quotidiana e arranco verso scuola con l’anima avvilita, lo sguardo annegato negli occhiali scuri, e le cuffie mp3 pigiate nelle orecchie per decomprimere il vociare dei passanti, mi basta varcare l’eterna soglia, strascicare le nike ereditate dal figlio verso la macchina del caffè e incominciare ad interfacciarmi coi ragazzi che già affollano l’androne per riscoprire ritualmente che la vita ha un po’ di senso.
Sono ragazzi ancora colorati, sempre più melting, con varie sfumature di cottura e ancor più variegate sfumature di cultura. Una battuta, un sorriso, l’accenno ad un progetto, una minaccia di interrogatorio, uno sfottò sull’ultima partita…
Poi si entra in classe o in laboratorio. E si lavora. Si ride, si piange, si urla, si studia, ci si studia, si scrive, si cresce. Assieme.
Io ho sei classi. Oltre 150 alunni. E in questi giorni, quando mi siedo sulla cattedra o deambulo skizzato fra i computer mi sorprendo ad osservarli con sospetto inaspettato: cosa staranno architettando dietro quell’apparente burka di inconcepibile normalità? Staranno tramando un trabocchetto per riprendere col cellulare qualche mia involontaria nefandezza? Stanno organizzandosi astutamente per compiere sadici atti di bullismo non appena li lascerò soli per qualche manciata di minuti? Stanno smanettando forsennatamente sui loro maledetti ammennicoli elettronici in preda a febbrili crisi di etilismo digitale?
Perché ormai è questo il ritratto dei nostri adolescenti che si sta scolpendo nell’italico immaginario collettivo. Ragazzi vuoti, viziati da famiglie arrese, vittime del gruppo ad un passo dal suicido od incalliti bulli che massacrano disabili per noia, bulimici e anoressici, affetti da autismo digitale, fumati e alcolisti…
Ma più li osservo, i miei 150 ragazzi, e più mi paiono normali. Talvolta noiosamente normali.
Certo, qualcuno studia un po’ di meno, qualcuno fa cabò all’ipercoop, qualcuno fumerà, qualcuno sarà pure riuscito a mandare un tvttb alla morosa durante l’ora di latino, qualcuno non va più in là della dialettica mediata dagli Ottentoti del grande fratello, qualcuno…
… qualcuno studia, qualcuno fa teatro, qualcuno tiene un blog di poesie, qualcuno va in treno ad Auschwitz per non dimenticare, qualcuno vuole persino cambiare il mondo che gli abbiamo regalato…
E alla faccia delle giurassiche cassandre dalla matita rossa che predicavano la morte della scrittura per mano dell’invasione digitale, qualcuno trova pure il tempo – persino in questa bellissima primavera – di passare pomeriggi a scrivere ed illustrare giornalini.
Già: bel mestiere quello dell’insegnante: non sei incamiciato nelle asfittiche pareti di un ufficio e vivi quotidianamente in compagnia di un sacco di gente interessante: Aurelia, Claudia, Babita, Giacomo, Linda, Caterina, Maria Elena, Valerio, Martina, Eugenia, Giada, Giulia, Gabriele, Leonardo, Milena, Silvia, Musil, Kafka, Ariosto, Mozart, Botticelli, Petrarca, Chagall, Freud, Epicuro, Kant, Garibaldi, Einstein, Seneca…
Questa è la bozza di redazionale per il numero 20 di SMOOL. Mi pareva adatto anche per questo blog. O no? Buona vita.