Blogghite

6 07 2007


Per il POSTino di oggi rubo l’idea al grande maestro (maestroalberto). Perché anche se l’inesorabile senilità mi aiuta a coltivare il disincanto, devo confessare che non di rado soffro di crisi da astinenza da topi e tastiere.

E certamente sono affetto da blogghite.

Perché quando non posto, sogno di postare. A letto, in macchina, in bagno la mente partorisce quintalate di post. Virtuali, per fortuna dei miei tre lettori quasi abituali.

Buon riposo.





Generazione MySpace

1 04 2007

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Per questo fugace post domenicale, parto ancora da uno spunto offerto dall’Espresso (Dio è teenager, Espresso n. 13, 5 aprile 2007).

Kevin Roberts ci aiuta ad inquadrare i ragazzi di oggi, la cosiddetta MySpace generation: sfuggente, scettica, interattiva.

KR dipinge una generazione di ragazzi svegli, iperattivi, sempre connessi, multitasking, che non si spengono mai…

Ragazzi che sono sempre un passo più avanti degli adulti, scaltri attori di giochi pubblicitari, attenti a scegliere da chi farsi marchettizzare. Ragazzi abituati a scegliere grazie all’allenamento con mouse, e telecomandi, e finestre che si aprono a comando. Ragazzi che, proprio in quanto abituati a muoversi nei paralleli universi digitali, sanno riconoscere il vero dal falso.

Ragazzi dunque che quando tentiamo di recintarli con le nostre regole farisaiche e strumentali argomentazioni logiche, semplicemente ci ignorano, ci sconnettono, ci bypassano con i loro mouse mentali.

Ragazzi pronti a ridisegnare il mondo, ma anche un po’ inquietanti e socialmente borderline.

Non a caso lo stesso KR conclude l’articolo mettendo in guardia dal pericolo di una eccessiva esposizione a videogiochi ed Internet. “Per costruire solidi rapporti emotivi, abbiamo bisogno invece di stare insieme, di mangiare insieme, di piangere insieme, di ridere e di amare insieme… Non stupisce pertanto scoprire che secondo l’Unicef i bambini italiani hanno una qualità della vita nettamente superiore a quella dei bambini inglesi e americani. Il tempo migliore è quello che si trascorre insieme, guardandosi in faccia.”

Riflessione tanto condivisibile quanto scontata.

Non vorrei, però, che simili affermazioni fossero interpretate dagli educatori tecnogiurassici e tecnoallergici come una giustificazione all’insipienza tecnologica della maggiorparte dei docenti italiani.

Se la bulimia tecnologica genera qualche potenziale disadattato, l’anoressia tecnologica genera molti potenziali emarginati.

Come sempre: Es modus in rebus, come ha detto qualche anno fa il nostro amico Orazio.

Guidiamo dunque i nostri alunni a godere dei piaceri delle TIC, senza abusarne come noi abbiamo imparato a gustare il buon vino senza ubriacarsi, a godere il buon cibo senza ingrassare, ad apprezzare il piacere sessuale senza…





Autismo digitale: Internet ruba l’anima!

30 03 2007

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Giusto per sottolineare ancora una volta che sono ben lontano dal considerarmi un integralista delle TIC, voglio spremere le mie residue risorse mentali della giornata (il post l’ho scritto ieri sera tardissimo, ma poi non ho avuto nemmeno la forza di pubblicarlo!), per partorire un minispot in favore del Sigmund Freud dell’era digitale: Sherry Turkle.

ST studia da decenni l’impatto che le nuove tecnologie hanno sulla psiche e su uno dei miei scaffali preferiti fa bella mostra di sé un suo vecchio testo (Sherry Turkle, La vita sullo schermo, Apogeo, Milano 1997) che mi sono bevuto allora con grande interesse e che molti docenti dovrebbero ogni tanto consultare (o leggere o rileggere).

ST è tornata di recente agli onori della stampa anche non specialistica (interviste varie, l’Espresso le dedica uno dei servizi centrali) perché sta per uscire negli USA un suo nuovo libro (“Evocative Objects”) che certamente porterà ulteriore linfa vitale al dibattito su “come gli oggetti che ci circondano stanno cambiando il nostro modo di pensare”.

La tesi di ST è che il Web e le tecnologie stanno cambiando la nostra mente, che noi siamo sempre più sedotti dagli oggetti, che stiamo perdendo la nostra identità.

Soprattutto i ragazzi, ai tempi di Internet, si abituano ad avere personalità multiple, perdono il senso della privacy, sono più abituati alle chiacchiere superficiali che al pensiero profondo…

In Internet ci si abitua a simulare e tutto ciò cambia il concetto stesso di autenticità delle persone.

I ragazzi confondono il reale con il virtuale e talvolta (spesso?) quando la realtà li delude (perché banale, noiosa, reale, appunto!) tendono a invocare il virtuale perché in fin dei conti il virtuale appare come un reale più convincente!

Nei suoi ultimi interventi ST insiste soprattutto sul concetto di personalità multiple. “Molte persone, specie quando comunicano in siti come My Space, Facebook o SecondLife, pensano di essere veramente se stesse. In realtà molti disegnano profili diversi di sé sui diversi siti, si comportano in modi differenti, hanno personalità multiple”.

Eccetera, eccetera.

Naturalmente ST ha ragione a metterci in guardia su queste trasformazioni mentali, ed anche sui pericoli insiti in questi momenti di rapide trasformazioni. Le nuove tecnologie interagiscono con le nostre mani, con la nostra mente, con la nostra pelle, con le nostre pulsioni. Ed è ovvio che lascino segni profondi e persino qualche cicatrice.

Ma…

Ma calma e gesso: osserviamo, meditiamo e agiamo sui (con) i nostri ragazzi con misura e buon senso.

Il virtuale non è un’invenzione dell’informatica e di internet: quasi tutta la cultura scolastica degli ultimi decenni si basa sulla rappresentazione VIRTUALE della realtà (i libri!).

Immergersi in un romanzo intrigante non è meno virtuale di immergersi in un gdr.

E in quanto a personalità multiple, già Pirandello ci ha detto qualcosina (ma anche Freud, Kafka, Svevo…).

Anche noi (io, almeno!) quando siamo in Consiglio di Istituto, abbiamo una personalità diversa rispetto a quando siamo in sala insegnanti, in corridoio, davanti alla macchina del caffè, in classe con i ragazzi di prima, in classe con i ragazzi di quinta, in aula con i “ragazzi” della SSiS, in casa con i figli, in camera da letto…
Qualcuno (non io, in questo caso!) ha una personalità diversa con la moglie e con l’amica…

Eccetera, eccetera, eccetera…

Più interessante, dal mio punto di vista, il problema legato alla superficialità delle conoscenze… Internet spinge in effetti a nuotare in superficie, a fare scorpacciate di informazioni…

Ecco: superficialità, frammentismo e bulimia cognitiva mi paiono nemici veri dei percorsi di apprendimento. (come del resto l’anoressia cognitiva!)

Si tratta allora di educare i nostri ragazzi ad una dieta equilibrata e sistematica.

Oltre che nostromo, l’insegnante deve dunque trasformarsi un un dietologo della conoscenza.

(facile a dirsi, ma…)





Autismo digitale 2.0

7 03 2007

Torniamo sulla croce dell’autismo digitale.
Noi insegnanti siamo bravissimi a trovare colpevoli e capri espiatori.
Non otteniamo risultati da superPISA? Colpa dei ragazzi?
I ragazzi non seguono le nostre lezioni? Colpa della tecnologia che li ha resi rimbambiti, schizzati, frammentati…
I rapporti sociali sono sfilacciati, logorati, cinici e bari? Colpa dei social network che costringono (!?) i nostri ragazzi a socializzazioni virtuali.

Sicuri che internet sia la causa del – presunto – degrado dei rapporti umani e del tessuto sociale? E non, al limite, una conseguenza (non necessariamente apocalittica)?

A zonzo per la rete mi sono imbattuto in questa riflessione di Riccardo Paccosi, che mi pare interessante per continuare la nostra querelle sulle – reali – conseguenze socio-psico-pedagogiche dell’attuale diluvio digitale.

“W I SOCIAL NETWORK L’analisi sulle condizioni psichiche collettive che propone Bifo è ricca di stimoli. C’è però una cosa che mi sembra assolutamente fuorviante: prendersela coi social network e, più in generale, con la socialità on line. Sia io che Bifo viviamo a Bologna. In una città dove, per strada, non si incontra mai un bambino. Dove il numero di persone che la sera non esce di casa per paura degli immigrati aumenta di giorno in giorno. Insomma, io l’erosione della socialità, l’alienazione, la perdita di percezione dell’altro da sé, tutte queste cose, insomma, le vedo per le strade, le vedo generarsi e moltiplicarsi nei territori, non certo nel web. E meno che meno a causa del web […] Io utilizzo Myspace e frequento numerose persone che fanno altrettanto. Ora, per quanto mi sforzi, non riesco a scorgervi dinamiche che non siano positive.

a) In termini di fenomenologia generale, c’è la possibilità per chiunque – senza soldi, senza tecno-strutture alle spalle – di far conoscere a milioni di persone il proprio linguaggio artistico.

b) In termini di lavoro creativo-precario, va ricordato che la maggior parte delle pagine di Myspace hanno – al di là della forma ludica – una funzione correlata al lavoro (dj, musicisti, grafici, ecc.).

Significa che il social network serve alla classe creativa per:
1) promuoversi;
2) scambiarsi informazioni;
3) socializzare, ma nell’ambito del proprio lavoro.

Insomma, dato che le funzioni appena elencate sono affatto centrali nell’ambito dei lavori creativi, penso si possa dire che il social network rappresenti una prima – pur rozza – forma di welfare mutualistico. […] E infine: nessun “welfare telematico” cambierà nulla se le relazioni sociali nei territori continueranno a precipitare. E’ evidente che occorre trovare un concatenamento, una sinergia, un circolo virtuoso, fra socialità on line e socialità fisica: far sì che le comunità di rete divengano almeno in parte comunità di territorio. Questa tipo di connessione nessuno l’ha fatta e nessuno sta cercando di farla. Soprattutto, nessuno ha la minima idea sul come possa determinarsi. Ma sarebbe un buon inizio la consapevolezza del fatto che la chiave principale del cambiamento possa essere situata proprio lì: in un ipotetico nesso comunitario fra la Rete e il territorio.”

Mi sembra che l’intervento di Riccardo Paccosi offra per il momento sufficienti stimoli riflessivi. E per questo non voglio appesantire ulteriormente il post con altre argomentazioni. Solo un paio di osservazioni estemporanee:

  1. Oggi pomeriggio ero in riunione con la redazione di SMOOL; c’erano una quindicina di ragazzi di varie scuole della provincia: tranne Giada – che sostiene orgogliosa di sopravvivere benissimo senza computer – gli altri ragazzi usano tranquillamente la rete, partecipano a social network, messaggiano, chattano, bloggano… scrivono, leggono, studiano, amano, socializzano anche – e soprattutto – nel mondo reale. Nessun segno di autismo!
  2. Molti veterani di SMOOL provengono dalla ted-community, una comunità virtuale atipica che ho contribuito a fondare e far crescere. È una community a dimensione essenzialmente provinciale (per questo è atipica in quanto le comunità virtuali si muovono di solito su dimensioni planetarie) con meccanismi di iscrizione molto rigorosi (e macchinosi). Il motivo di questa scelta evidentemente autoriduttiva è da ricercarsi proprio nell’ultima osservazione di RP: il nostro intento, appunto, era quello di creare una comunità legata ad un territorio proprio per far in modo che le socializzazioni virtuali potessero trasformarsi in corrispondenze reali e viceversa. E da questo punto di vista l’esperienza è stata sicuramente positiva: molti ragazzi che si sono conosciuti in rete, si sono poi confrontati anche nella realtà: come i ragazzi di SMOOL, appunto.

Mi pare ovvio, comunque, che per procedere il dibattito debba uscire in partenza da opposizione manichee: reale e virtuale possono convivere tranquillamente. La socializzazione on line non esclude la socializzazione reale e viceversa.

Anzi: l’esperienza della ted-community, se mai, dimostra il contrario: ragazzi timidi, chiusi, isolati – e spesso – emarginati – nella vita reale, hanno imparato a socializzare grazie alla dimensione virtuale e quasi sempre hanno poi saputo esportare queste nuove dimestichezze relazionali nel mondo reale.





Il ragazzo frammentato?

1 03 2007

Questa mattina, in seconda i, abbiamo continuato a lavorare – con la collega di Scienze Sociali, in comprersenza – sul tema di come le nuove tecnologie stanno trasformando mente e corpo delle persone. Le ragazze (sì: sono tutte femmine!) avevano già letto vari interventi in proposito ed erano già intervenute sia sul boom dei social network, sia sulla “generazione sisomo” e sull’autismo digitale in alcuni forum specifici (noi usiamo abitualmente Moodle).
Per attualizzare ulteriormente la ricerca, abbiamo sottoposto alla loro riflessione – sempre tramite Moodle – questo scampolo di una mia pseudoriflessione di qualche mese fa:

Per un po’ di anni, noi neofiti delle TIC, figli devoti del pensiero tecnologicamente corretto, abbiamo tentato di contrapporre alla ipercalorica passività dei teledipendenti, la salvifica interattività dei pionieri digitali. Salvo poi arrenderci all’evidenza che il computer di per sé non genera per forza adepti della riflessione speculativa, del pensiero critico e della scrittura consapevole. Basta osservare per qualche ora il comportamento dei nostri figli o studenti davanti al computer: sullo sfondo di una metallica colonna sonora garantita dalle cuffie di un lettore MP3, passano freneticamente dal videogioco on line, a Google, a Messenger, alla mail, alle chat… Sul monitor tutte queste finestre sono aperte contemporaneamente e le mani si muovono freneticamente dalla tastiera al mouse per reagire con consumata perizia al florilegio sincopato di stimoli visivi che rampollano inesausti da ogni dove. Solo di tanto in tanto tale gestualità inconsulta viene interrotta dalla persuasiva vibrazione del cellulare che prelude ad uno scambio ansante di criptici SMS. Parrebbe dunque che videodipendenti e cybernauti congiurino in eguale misura per plasmare una nuova generazione dalla cultura frammentata, approssimativa, fatta di microcubetti di sapere che s’accatastano senza ordito in repository mentali sempre più destrutturati.

Vero? Falso? Esagerato?

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Tornando alla attività didattica che stiamo facendo in 2i:

Un primo – sommario – quadro che esce dal lavoro di analisi ed autonalisi delle ragazze può essere così tratteggiato:

la classe è composta da 21 ragazze
tutte hanno il computer a casa
tutte (tranne 1) possono accedere ad internet anche da casa
tutte ritengono plausibile il rischio di autismo digitale
nessuna (tranne una, un po’) si riconosce nel ritratto SISOMO o nel ragazzo frammentato di cui sopra
tutte affermano di usare il computer solo quando serve, e di uscire da casa per vedere gli amici non appena possibile
chi usa messenger, lo fa solo per risparmiare sulla bolletta (o sulla scheda…)
nessuna baratterebbe le conoscenze on line con la possibilità di vedere lo sguardo del proprio interlocutore
tutte riconoscono che l’uso delle nuove tecnologie a scuola ha migliorato il loro metodo di studio (soprattutto dal punto di vista della motivazione e della facilità di recuperare conoscenze)

Un quadro di una normalità disarmante!

(a proposito: conosco bene tutte le ragazze: non barano, nemmeno inconsapevolmente: l’affresco corrisponde alla loro realtà!)

Vuoi vedere che i nostri ragazzi sono più normali di come li dipingiamo noi presunti esperti in qualcosa (comunicazione, TE, sociopsicopedaecc.)?

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Ecco 2 frammenti di risposte “tipo” delle secondine:

Personalmente penso di non assomigliare alla ragazza sisimo,penso infatti di essere meno “connessa”rispetto a lei. A me piace molto conoscere ed esplorare la realtà virtuale; nonostante questo non baso la mia giornata, la mia vita, sulla scoperta di nuovi mondi apparentemente differenti al nostro ma in realtà molto simili . Se una persona si concentra soltanto su una parte del mondo, secondo me, tralascia inevitabilmente un’altra parte altrettanto entusiasmante. Con la complicità di queste due parti della realtà, si può ottenere una visione completa della società. Inoltre è importante la condivisione tra antico ma non obsoleto e interattivo ma non isolante. E’ importantissima la condivisione tra l’una e l’altra dimensione che oggi purtroppo è dai ragazzi dimenticata. Questi si concentrano infatti su nuove esperienze di socializzazione che seppur importanti devono essere sostenute dalla cultura. Il processo inverso avviene invece nel mondo della scuola; che mantiene nella maggior parte dei casi il vecchio”stampo”frontale. Secondo me questo accade per i pochi stimoli che docenti e collaboratori hanno. Essendo loro delle guide per i giovani devono essere in grado di educare al nuovo mondo multimediale. (S.P.)

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Leggendo questo testo mi sono accorta di essere diversa da questa ragazza (SISOMO) perchè secondo me il mondo bisogna scoprirlo e conoscerlo viaggiando di persona su determinati luoghi. Stando davanti a uno schermo non puoi interagire pienamente in quanto chi sta dall’altra parte potrebbe non essere realmente colui che pensiamo che sia; l’uomo ha bisogno del confronto diretto con i suoi simili. Non mi piacerebbe essere una ragazza “sisimo” poichè preferisco agire stando “faccia a faccia” con gli altri. … A scuola sarebbe bello utilizzare le nuove tecnologie, così molti argomenti diventerebbero più piacevoli e si riscoprirebbe il piacere di imparare… inoltre vi sarebbe maggiore partecipazione da parte degli studenti. Si potrebbero fare confronti tra le informazioni ricavate dai libri e quelle ricavate fgrazie alle tecnologie… (E.C.)




Autismo digitale

27 02 2007

“Quando, per provocarvi, i vostri figli vi domandano «sei connesso?», mettono in realtà a nudo una delle grandi questioni del nostro tempo.

La frase, espressa in linguaggio web, scaturisce infatti dalla loro esperienza diretta, da vite fatte sempre più di disconnessioni. «Le orecchie tappate dai piccoli auricolari di un iPod», che danno «un’ espressione inebetita», dice Daniel Goleman, sono l’ ultimo approdo di una tecnologia che ha creato il virtuale e con esso «l’ autismo sociale».

La connessione digitale e cellulare, dice il grande psicologo americano, è in realtà una disconnessione dai rapporti che hanno formato non solo la nostra mente, ma anche il nostro corpo: il cellulare che suona durante un pic-nic con i bambini, il dialogo continuo con le e-mail del Blackberry mentre stiamo viaggiando in treno, il computer in ufficio o il videogioco a casa non danno tregua e ci isolano dai nostri simili. Beh, si può dire, dov’ è la novità?

La novità portata da Goleman sta nel fatto che questo autismo non è solo cattiva igiene mentale, è anche influente sul nostro corpo, più esattamente sulla stessa conformazione del cervello e quindi sulle funzioni che esso comanda, dai movimenti al fegato. Ed è una novità così massiccia da essere il fondamento di una probabile nuova scienza, la neuroscienza sociale…” Danilo Taino (Corriere della Sera, 18 ottobre 2006).

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L’idea di cominciare la nostra riflessione sull’influenza che la rivoluzione digitale ha sulla mente dei nostri ragazzi (studenti) da questa provocazione sull’autismo digitale nasce dalla discussione – piuttosto vivace!!! – che ho avuto in questi giorni con una collega di pedagogia. Mentre – all’interno della mia disciplina – stavo affrontando un lavoro che aveva come obiettivo quello di stimolare i ragazzi di IIi a riflettere sugli aspetti innovativi del cosiddetto web 2.0 (social network, agorà digitale, controllo dell’informazione…), la collega – nell’ambito della sua disciplina – spiegava agli stessi ragazzi il pericolo (l’autismo digitale, appunto!) insito nell’uso eccessivo delle nuove tecnologie digitali. I ragazzi hanno preso il confronto con atteggiamenti manichei (pro o contro, apocalittici o integrati), anche se devo ammettere che la maggioranza di loro si è schierata a favore della tesi pessimistica: il digitale provoca autismo!
Il dibattito merita ulteriori approfondimenti.