
(vorrei ritornare a vedere il bicchiere mezzo pieno… quindi…)
Da tre anni ho la fortuna di coordinare la redazione di S.MO.O.L., il giornalino degli studenti della provincia di Modena. E questo è un post biecamente autocelebrativo e di ringraziamento per i miei giornalisti!
Dopo un parto travagliato e i primi passi talvolta incerti, S.MO.O.L., infatti, è diventato una creatura vitale, divertita e consapevole. Una creatura che può contare su una redazione in continua espansione, dove brulicano ragazzi straordinari, intelligenze poliedriche, sguardi curiosi, animi nobili. Ragazzi in gamba che amano pensare, osservare, leggere e, talvolta scrivere.
Ragazzi che non scordano di collegare il cervello agli occhi per vedere il mondo a modo loro. Ragazzi che non scordano di collegare il cervello alle orecchie, per ascoltare la voce degli altri, ma anche la voce del vento, delle foglie che cadono, e del silenzio. Ragazzi che connettono il cervello alla bocca, per sussurrare – gridare talvolta – pensieri di rabbia, di gioia, di morte, d’amore.
Ragazzi, insomma, che non fanno il verso ai giornalisti grandi, ma che vogliono diventare grandi attraverso l’alchimia paziente e terapeutica della parola. Ragazzi diversi, finalmente, da quelli ritratti da un immaginario comune morbosamente attratto dall’idea di orde adolescenziali biecamente dedite ai riti dell’ignoranza dilagante e del bullismo.
Da qualche anno, infatti, si spendono energie per immillare l’immagine di una generazione di adolescenti che non scrivono e che non sanno scrivere. Una generazione di ragazzi sintatticamente balbuzienti e semanticamente superficiali che non riescono generalmente a partorire discorsi organici in quanto figli di un universo sociale e culturale disgregato, frammentato, banalizzato.
Va da sé che anche questo luogo comune palesa uno scampolo di verità. Non sono pochi, infatti, i ragazzi che sminuzzano il proprio potenziale culturale saltabeccando senza criterio fra stupidi reality, cartoni demenziali, lacrime in diretta, sitcom al silicone e raffiche dirompenti di pubblicità purtroppo interrotta, di tanto in tanto, da qualche scampolo di edulcorato telefilm. E non è da sottovalutare nemmeno il minacciato pericolo di autismo digitale veicolato da un distorto uso delle nuove tecnologie.
Parrebbe dunque che videodipendenti e cybernauti congiurino in eguale misura per plasmare una nuova generazione dalla cultura approssimativa, fatta di microcubetti di sapere che s’accatastano senza ordito in repository mentali sempre più destrutturati.
Del resto è questo l’affresco che dei nostri adolescenti esce solitamente anche dalle sale insegnanti. Basta stazionare un po’ di tempo presso qualche crocicchio di docenti per sorbire l’inesausta litania sugli studenti di oggi che non sanno nulla, non capiscono nulla, non sono motivati, non stanno attenti, non riescono a fare un’interrogazione decente, non leggono, non scrivono, non sanno fare un tema (sic!).
Le mie tasche, ormai, sono prive di verità. E devo confessare che quando mi trovo a contrastare le insistite lamentele dei colleghi con i miei vecchi cavalli di battaglia – Don Milani, Freynet, Papert, Morin… – appaio anche a me stesso un impenitente adepto di fedi in via di estinzione. Se, però, il mio attuale agnosticismo pedagogico mi impedisce di contrapporre a certi luoghi comuni la furia ideologica di un tempo, la mia curiosità intellettuale si concede il lusso di qualche dubbio.
- Siamo sicuri, ad esempio, di poter leggere i ragazzi di oggi con gli strumenti tipici dei docenti di ieri?
- E siamo sicuri di poter arginare questi fenomeni di svalutazione culturale accentuando solo gli afflati censori e la deriva istruzionistica?
- E, ancora, siamo sicuri che i nostri studenti scrivano poco e male?
Certo anche nel web è facile imbattersi in badilate di scrittura sincopata, disaggregata e talvolta – più o meno consapevolmente – sgrammaticata. Ma non mancano esempi di scrittura ponderata, consapevole, efficace. Una scrittura frutto di lentezza, e riflessione, e ritualità. Una scrittura fatta di emozioni e formalismi. Una scrittura nuova che non di rado sa profumare d’antico. Una consuetudine a tessere pazienti parole che pare dunque ribaltare l’immagine di un universo giovanile dedito solo alla nevrosi dello zapping, dei tvttb e degli smiles.
Grazie, dunque ai ragazzi di S.MO.O.L. che accanto al piacere per due begli occhioni, per una ridente passeggiata, per un buon piatto di spaghetti, per un bel libro in riva al mare… continuano a coltivare anche il sottile, raffinato, folle piacere della scrittura.
Perché, parafrasando il mio amico Daniel, il tempo della scrittura, come il tempo dell’amore, dilata il tempo della vita.