voliAMOinAlto?

31 05 2007

Ho sempre sostenuto che nella scuola italiana – a proposito di nuove tecnologie – serve più un investimento culturale che tecnologico.

Riempire le scuole di computer senza una seria riflessione sul modo di usarli è poco utile, ed assai spesso dannoso.

Sparare luoghi comuni sulle balbuzie cognitive dei nativi digitali senza una seria riflessione su come il diluvio digitale abbia riplasmato il loro corpo e la loro anima, è pedagogicamente immorale.

Anche parecchi anni fa, quando facevo formazione “informatica” a colleghi bramosi di appropriarsi delle eclatanti magie di PowerPoint o delle rutilanti animazioni di Flash, non mancavo mai di inserire nelle artigianali dispensine qualche consiglio per acquisti intelligenti (De Kerkove, Lévy, Virilio, Formenti, Luhmann, Maldonado, Longo, Morin, Negroponte, Weinberger…) e frammenti di riflessioni sulle mutazioni antropologiche provocate dalla sommessa velocità dei bit.

I colleghi fingevano per un po’ affinità elettive con i miei voli concettuali, ma subito dopo mi azzannavano con le loro vere, impellenti esigenze: come faccio a cambiare la RAM? Come faccio a far terminare la musica alla ventitreesima diapositiva? Come si fa a far venire la freccia senza il click del mouse? Come si fa a programmare l’autorun in un cd? Eccetera eccetera.

Non è cambiato nulla.

Mi capita spesso di deambulare nel mio liceo per seminare un po’ qua e un po’ là qualche scampolo di riflessione sui social software piuttosto che sull’autismo digitale, il digital divide, la folksonomia, la bulimia cognitiva, le ambigue opportunità delle agorà virtuali…

I colleghi non si sforzano nemmeno di ostentare un po’ di affinità elettive con i miei voli concettuali, e se proprio qualcuno decide di farsi illuminare dalla mia presunta competenza… lo fa con quesiti di raro spessore culturale: come faccio a masterizzare un cd musicale protetto? Mi insegni a configurare e-mule? Mi aiuti ad inserire la musichetta in PowerPoint? Come si fa a guardare il tagliandino dello stipendio in Internet? Mi dai il portatile con il viedeoproiettore per guardare un film in classe? Eccetera eccetera.

Io? Esperto di tecnologie educative?

No: aiuto tecnico informatico (aspirante bidello!)

Buona vita.





La scrittura al tempo dell’amore

25 05 2007


(vorrei ritornare a vedere il bicchiere mezzo pieno… quindi…)

Da tre anni ho la fortuna di coordinare la redazione di S.MO.O.L., il giornalino degli studenti della provincia di Modena. E questo è un post biecamente autocelebrativo e di ringraziamento per i miei giornalisti!

Dopo un parto travagliato e i primi passi talvolta incerti, S.MO.O.L., infatti, è diventato una creatura vitale, divertita e consapevole. Una creatura che può contare su una redazione in continua espansione, dove brulicano ragazzi straordinari, intelligenze poliedriche, sguardi curiosi, animi nobili. Ragazzi in gamba che amano pensare, osservare, leggere e, talvolta scrivere.

Ragazzi che non scordano di collegare il cervello agli occhi per vedere il mondo a modo loro. Ragazzi che non scordano di collegare il cervello alle orecchie, per ascoltare la voce degli altri, ma anche la voce del vento, delle foglie che cadono, e del silenzio. Ragazzi che connettono il cervello alla bocca, per sussurrare – gridare talvolta – pensieri di rabbia, di gioia, di morte, d’amore.

Ragazzi, insomma, che non fanno il verso ai giornalisti grandi, ma che vogliono diventare grandi attraverso l’alchimia paziente e terapeutica della parola. Ragazzi diversi, finalmente, da quelli ritratti da un immaginario comune morbosamente attratto dall’idea di orde adolescenziali biecamente dedite ai riti dell’ignoranza dilagante e del bullismo.

Da qualche anno, infatti, si spendono energie per immillare l’immagine di una generazione di adolescenti che non scrivono e che non sanno scrivere. Una generazione di ragazzi sintatticamente balbuzienti e semanticamente superficiali che non riescono generalmente a partorire discorsi organici in quanto figli di un universo sociale e culturale disgregato, frammentato, banalizzato.

Va da sé che anche questo luogo comune palesa uno scampolo di verità. Non sono pochi, infatti, i ragazzi che sminuzzano il proprio potenziale culturale saltabeccando senza criterio fra stupidi reality, cartoni demenziali, lacrime in diretta, sitcom al silicone e raffiche dirompenti di pubblicità purtroppo interrotta, di tanto in tanto, da qualche scampolo di edulcorato telefilm. E non è da sottovalutare nemmeno il minacciato pericolo di autismo digitale veicolato da un distorto uso delle nuove tecnologie.

Parrebbe dunque che videodipendenti e cybernauti congiurino in eguale misura per plasmare una nuova generazione dalla cultura approssimativa, fatta di microcubetti di sapere che s’accatastano senza ordito in repository mentali sempre più destrutturati.


Del resto è questo l’affresco che dei nostri adolescenti esce solitamente anche dalle sale insegnanti. Basta stazionare un po’ di tempo presso qualche crocicchio di docenti per sorbire l’inesausta litania sugli studenti di oggi che non sanno nulla, non capiscono nulla, non sono motivati, non stanno attenti, non riescono a fare un’interrogazione decente, non leggono, non scrivono, non sanno fare un tema (sic!).

Le mie tasche, ormai, sono prive di verità. E devo confessare che quando mi trovo a contrastare le insistite lamentele dei colleghi con i miei vecchi cavalli di battaglia – Don Milani, Freynet, Papert, Morin… – appaio anche a me stesso un impenitente adepto di fedi in via di estinzione. Se, però, il mio attuale agnosticismo pedagogico mi impedisce di contrapporre a certi luoghi comuni la furia ideologica di un tempo, la mia curiosità intellettuale si concede il lusso di qualche dubbio.

  • Siamo sicuri, ad esempio, di poter leggere i ragazzi di oggi con gli strumenti tipici dei docenti di ieri?
  • E siamo sicuri di poter arginare questi fenomeni di svalutazione culturale accentuando solo gli afflati censori e la deriva istruzionistica?
  • E, ancora, siamo sicuri che i nostri studenti scrivano poco e male?

Certo anche nel web è facile imbattersi in badilate di scrittura sincopata, disaggregata e talvolta – più o meno consapevolmente – sgrammaticata. Ma non mancano esempi di scrittura ponderata, consapevole, efficace. Una scrittura frutto di lentezza, e riflessione, e ritualità. Una scrittura fatta di emozioni e formalismi. Una scrittura nuova che non di rado sa profumare d’antico. Una consuetudine a tessere pazienti parole che pare dunque ribaltare l’immagine di un universo giovanile dedito solo alla nevrosi dello zapping, dei tvttb e degli smiles.

Grazie, dunque ai ragazzi di S.MO.O.L. che accanto al piacere per due begli occhioni, per una ridente passeggiata, per un buon piatto di spaghetti, per un bel libro in riva al mare… continuano a coltivare anche il sottile, raffinato, folle piacere della scrittura.

Perché, parafrasando il mio amico Daniel, il tempo della scrittura, come il tempo dell’amore, dilata il tempo della vita.






Docente 2.0.: Meglio un monitor sveglio o un insegnante tonto?

23 05 2007

Un ultimo accenno di riflessione (per il momento) sul ruolo chiave dell’insegnante.

Mi sa che alla fine molti di noi (tutti?) concorderanno sull’ovvia considerazione che molto (tutto?) dipende dall’insegnante: un bravo insegnante (un bravo formATTORE) confezione lezioni (frontali, semistrutturate, laboratoriali alla bisogna) coinvolgenti ed efficaci con o senza le nuove tecnologie.

Un insegnante somaro (ce ne sono, Gianni, ce ne sono…) o imbastito (colui che sa, ma non sa insegnare) partorirà lezioni noiose e inefficaci pur utilizzando le nuove tecnologie.

Ma da un po’ di tempo si insinua nei miei pensieri una larva di dubbio.

Noi sosteniamo spesso che è meglio un bravo insegnante di un monitor tonto. Giusto!.

Ma si può anche rovesciare l’assioma: non è forse meglio un monitor intelligente di un insegnante tonto?

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Docente 2.0.

22 05 2007


Il docente: una macchina da insegnamento!

Fate un salto in questo bel post di Gianni (Le machine che insegnano)… e poi andate a vedere cosa ha scoperto Antonio (I visionari dell’e-learning)… E poi RI-umanizziamoci un po’ con un’antica citazione:

“Non ci si deve chiedere come bisogna fare per fare scuola, ma solo come bisogna essere per poter fare scuola” – Un Don Milani che possiamo ricordare con questo recente articolo di F. Erbani) di cui riporto l’incipit…

«Il sapere serve solo per darlo. Dicesi maestro chi non ha nessun interesse culturale quando è solo». Quarant’anni fa usciva Lettera ad una professoressa, il libro scritto da otto ragazzi guidati da don Lorenzo Milani, il parroco e maestro del piccolo paese di Barbiana, sull’appennino tosco-emiliano.
L’articolo ricorda l’insegnamento di Milani, la sua opera per una scuola non classista che insegnasse ai bambini del popolo ciò di cui avevano veramente bisogno: la lingua per capire e per esprimere la propria opinione, la musica, il saper fare e soprattutto il “fare insieme”, la lettura e la scrittura collettiva, ovvero la ricerca di senso all’interno del gruppo in cui si vive.
A quarant’anni di distanza, le parole di don Milani rimangono di un’attualità assoluta: «non ci si deve chiedere come bisogna fare per fare scuola, ma solo come bisogna essere per poter fare scuola».

«Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti». Cominciava così un libro nato per scuotere le sicurezze e il senso comune…





Qualcuno ne sa qualcosa?????

19 05 2007

Mi serve aiuto, appunto: per anni ho fatto il formatore di TE alle maestre e ai maestri delle Direzioni Didattiche di Modena; ogni tanto si ricordano di me per chiedermi consigli… Oggi, ad esempio, Elena mi ha chiesto un consiglio su una roba che si chiama “Terminal server”… Io non ne so nulla (anche perché non è una delle cose che mi appassionano particolarmente!), c’è qualcuno che ne sa qualcosa in più? Ecco la mail di Elena:


“La ditta synchronet ha proposto quella cosa che per me ha del fantascientifico: usare un server (computer PowerEdge SC1430 – Quad-Core Intel Xeon E5210, 2 Cache da 4 Mb, 2 Gb DDR2 RAM – 2×250 Gb HD SATA RAID1 – 3 anni garanzia On site NBD (Next Business Day) che costa 1300 € più iva, svuotare le macchine dal loro disco fisso e farle girare con le caratteristiche ed i programmi del server. Addio costi di licenze, perché anche microsoft mette a disposizione windows 2003 server educational per 120 € e le cal dei terminali a 22 € e a 8.5€ (ne servono 2, credo una per chiamare il server e l’altra per essere chiamati). Ripeto: non ci credevo. Questo sistema è chiamato terminal server.

Poi ci è arrivato l’invito per andare ad una mega conferenza su lavagne multimediali a Bologna, dentro la quale c’era un’ora dedicata al sistema terminal server. Siamo andate e la grossa novità è stata che chi ce l’ha lo gestisce con linux, perché dice che in ambiente windows si pianta spesso.

Ti mando anche le slides che ci hanno proiettato a Bologna, che contengono più dati tecnici di quelli che sono stata in grado di darti io. [...] Però la cosa mi ha enormemente interessato, perché ora abbiamo una valanga di computer obsoleti sui quali non gira niente. Ci hanno anche detto a Bologna che se si vogliono acquistare delle macchine nuove a questo scopo, i costi sono veramente bassi, si parla di 200 €. Hanno consigliato di investire, anziché sui computer, sui monitor!!!!!”

Una bufala? Una reale possibilità? Una roba plausibile? Una…





Vade retro PC!

17 05 2007
Mentre con Gianni si pensa ad un processo alle TE (o TD = Tecnologie Didattiche o TnD = Tecnologie nella Didattica), negli USA (loro sono sempre + next)…

vi consiglio questo articolo del CdS: Contrordine: il pc non aiuta a studiare

Eccone un estratto:

Il dipartimento dell’Educazione Usa: fa crescere la disattenzione in classe

Contrordine: il pc non aiuta a studiare

Nessuna differenza d’apprendimento fra chi può usarlo e chi no. E e le scuole cominciano a tagliare i fondi per l’informatica

[...] una battuta di riflessione ci viene, però dagli Stati Uniti, dove il mese scorso il dipartimento dell’educazione ha terminato un ampio studio comparativo.
Ne è emerso che non esiste differenza alcuna nel profitto medio in matematica e in scrittura, tra gli studenti che frequentano scuole ben munite di portatili individuali e i loro coetanei che, invece, frequentano scuole del tutto prive di tali costose apparecchiature.

Non solo, ma emerge che una gran quantità di studenti, invece di prestare attenzione alle lezioni, trincerati dietro i loro schermi, giocano, si passano i compiti, si inviano messaggini o addirittura esplorano siti porno. Nello Stato di New York, il vasto distretto scolastico di Liverpool ha deciso di assottigliare progressivamente i fondi destinati all’informatica individuale nelle scuole, tornare alla lavagna, carta e matita, o all’unico computer di classe a grande schermo. Simili iniziative di progressiva «uscita» dai portatili individuali in classe sono già state decise da distretti scolastici in Virginia e in California.

Nelle università americane, dove il perenne «paper» scritto costituisce l’unico tipo di compito assegnato settimanalmente e poi l’unico tipo di esame di fine corso, la tentazione di copiare pezzi, o interi testi, dalle immense risorse disponibili in rete è tale che si moltiplicano i programmi specializzati nell’individuare i plagi. Non pochi colleghi americani esplicitamente e tassativamente proibiscono l’uso dei portatili durante le lezioni. Disposizioni giustamente drastiche contro il plagio vengono diffuse ogni semestre. [...]

Capperi: e pensare che ho appena spedito un progetto per ottenere i fondi per avere altri 20 portatili a disposizione dei “miei” studenti!!! Che faccio: ritiro il progetto?

NO! Come i cani, le tecnologie non sono cattive: sono loro padroni che…

Dopo l’articolo, dai un’occhiata al solito lucido commento di Gianni Marconato, di cui riporto solo la conclusione:

“La letteratura documenta chiaramente che quando le tecnologie sono usate sulla base delle precedentemente citate “condizioni”, il loro valore aggiunto è bene evidente.

Non mettiamo, per favore, sotto processo l’utilità didattica delle tecnologie, ma:

  • lo sciocco entusiasmo per il potere benefico delle stesse,
  • il loro uso incompetente ed inappropriato,
  • la propaganda che i venditori di tecnologie da sempre fanno (vedi, ad esempio, la questione delle lavagne interattive),
  • la carità pelosa, come ad un recente convegno la ha definita il ministro Fioroni, fatta dall’industria.

I risultati della citata indagine, li leggerei, quindi, come una conferma delle critiche, che da tante parti si levano, sugli usi impropri, inadeguati ed incompetenti delle tecnologie nella scuola.”





Docente 1.0

16 05 2007





Docente 10.0?

15 05 2007







Docente 10.0

14 05 2007

[l'idea poco originale del docente 10.0 mi è venuta da questo commento che avevo partorito per un antico post - il commento voleva tracciare - con un pizzico di ironia - il ritratto del docente tecnologicamente corretto - ]

Il docente tecnologicamente corretto? Eccolo:

Umanista e letterato (anche se docente di materie scientifiche).

Padroneggia la lingua italiana e si esprime correttamente.

Ha buone capacità di analisi e di scrittura.

Talvolta s’abbandona all’alchimia della parola.

Conosce tecniche e strategie comunicative.

Non disdegna nozioni di marketing, di psicologia, di sociologia.

È un disincantato flaneur del web 2.0.

È un disincantato flaneur di boschi e città.

Quando elabora un progetto personale o coordina le attività del team, mette sempre in primo piano le componenti creative e le esigenze pedagogiche.

Vanta un percorso formativo ricco ed in costante aggiornamento.

È curioso, dinamico, aperto.

Studia, ama e cerca la bellezza.

Non ha pregiudizi estetici ed è tendenzialmente melting-pot (e melting-pop): può ascoltare Chopin e Keith Jarret, Kitaro e Clapton; può amare Dante e Céline, Proust e Kerouac; può ammirare i codici miniati e Warhol, Telemaco Signorini e Duchamp.

Ama la sfida della pagina bianca.

Non è mai stanco di imparare.

Lavora in jeans e abbigliamento informale, ma può anche avere cure maniacali per certi accessori ed accostamenti cromatici.

Ama la buona cucina italiana, accompagnata da vino. Ottimo vino.

Se fosse un calciatore avrebbe la maglia numero 10.





Docente 10.0 (libro di testa)

10 05 2007

Datemi qualsiasi libro [di testo] e vi ci abbasserò il mondo


Ho raccontato della mia fuga dai piombi sigoniani in un assolato pomeriggio di aprile. Qualcuno si è quasi scandalizzato. Altri mi hanno compatito pensando al panismo estemporaneo di un vecchio professore misero e frustrato.

E invece no (spero).

Trattatasi di un intervento in perfetta sintonia con questo blog, consacrato appunto alle tecnologie educative (tecnologie didattiche, tecnologia nella didattica…).

In quella spenta riunione si parlava infatti di libri di testo. Una delle tecnologie educative. Anzi: LA tecnologia educativa per eccellenza.

In quello scampolo di incontro prima della ritirata ho tratto linfa per altre osservazioni.

Una scaturisce da una mia battuta – confesso – un po’ guascona.

Quando la dotta coordinatrice – vedendomi piuttosto distratto sul mio portatile Toshiba – mi ha sollecitato ad esprimermi in merito alla scelta del testo di letteratura, la risposta se ne è uscita quasi spontanea: “Per me non è un problema: datemi qualsiasi libro e vi ci abbasserò il mondo!”

Le esimie colleghe di riunione mi hanno guardato un poco strano e poi hanno continuato a dibattere sull’opportunità di ritornare ad un moderato storicismo o se perseverare in certo formalismo o se sposare il compromesso dei 6 volumi editi da…

Io me ne sono stato zitto, ma la mia battuta voleva dire qualcosina:

  • il libro [di testo] non può più essere la principale fonte di conoscenza
  • il libro [di testo] non può essere il principale agente di formazione della coscienza metodologica
  • il libro [di testo] va pocciato [intinto] nella realtà (non la nostra, ma quella dei ragazzi!)
  • il libro [di testo] non deve leggere il mondo, ma è il mondo che deve calare nel libro
  • [l’uso ossessivo del libro di testo contribuisce a divaricare lo iato fra l’astratta alchimia dei concetti cartacei e la concreta alchimia delle pulsioni adolescenziali]
  • [IL LIBRO (di testo) è il comodo feticcio per insegnanti pavidi]

Il libro [di testo], dunque, non può essere centrale in un percorso di apprendimento.

Centrale, in un percorso di apprendimento, è lo studente che costruisce competenze imparando a manipolare le conoscenze incontrate in ogni dove (certo nel libro, ma anche in internet, nella musica, nella tv, nei manga, nei compagni, nell’insegnate…).

E un po’ più centrale (politicamente scorretto?), in un percorso di apprendimento, è il docente: un maestro di bottega che insegna all’apprendista a manipolare con crescente destrezza strumenti e materiali vari (appunto: vari!).

E gli strumenti e i materiali – anche per un percorso di letteratura – vanno ben al di là del libro di testo e di qualche centinaia di fotocopie che i docenti 1.0 pietiscono annualmente per integrare il libro che è sempre un po’ troppo storicista, o un po’ troppo formalista, o un po’ troppo…

Qualcuno dice allora che per essere un buon maestro di bottega l’insegnante deve dunque rivelarsi un docente 2.0.

Io dico che un bravo prof(essionista) è un docente 10.0.

[come nel calcio – una delle 4 o 5 cose più importanti al mondo - il numero 10 è sinonimo di tecnica, intelligenza tattica, fantasia ed una buona dose di empatia]