Il treno per Auschwitz
29 04 2007Commenti : 1 Commento »
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Gioco di squadra?
26 04 2007Succede: alla triangolazione (Mario, Corrado, Gianni) raccontata in diretta nel post precedente, si è aggiunto il passaggio smarcante di Antonio che ci mette ulteriormente in guardia su certe illusioni (più o meno sponsorizzate) “vendute” assieme agli LMS che, di fatto, non fanno altro che “replicare in rete la modalità i/ostruzionista di insegnamento” e “perpetuare il paradigma (se non vogliamo scomodare Kuhn diciamo solo “modello”) dominante”.
Avvertimento saggio, come quello di Gianni.
Per questo ho usato la metafora calcistica della triangolazione: tale intrigante incrocio di post e commenti assomiglia appunto ad una serie di passaggi fra giocatori dalle caratteristiche diverse (per provenienza, esperienza sul campo, tecnica individuale e forse per concezioni tattiche e strategiche), ma che giocano comunque nella stessa squadra. E che probabilmente puntano ad un risultato (socio-psico-pedagogico) comune.
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Categorie : LMS, Moodle, e-learning
e me la sono data a gambe…
23 04 2007Io faccio l’insegnante. Io sono un vecchio insegnante.
E poi faccio l’insegnante di insegnanti. Un vecchio insegnante di insegnanti.
Qualche giorno fa ho scritto un post vivifico sul mestiere di insegnante. Ed in effetti mi piace fare l’insegnante. Con i ragazzi. Ed con i colleghi, se IO sono sulla cattedra.
Non attorno alla cattedra. O sulla sedia sghemba della aula semimagna dove si fa il collegio.
Ed in effetti devo confessare che oltre allo stipendio, ci sono altre robe che non mi vanno giù, ormai, del mio mestiere.
E sono le riunioni. I conigli di istituti, i conigli di classe, i collegi indocenti. E, soprattutto, i gruppi monodisciplinari.
Oggi si è fatto una riunione dei profi di lettere sul libro di testo.
C’è chi non c’era (la mamma moribonda, i figlioletti appestati, il colpo della strega…).
C’è chi invocava l’antologia in tot volumi di millanta pagine (i ragazzi, poi, ne leggeranno solo qualche goccia: ma: vuoi mettere: almeno rimane loro un libro tosto da rivendere seminuovo)
C’è chi invocava la libertà di insegnamento: uffa: queste riunioni: siamo sempre a scuola: basta con queste omologazioni: sono aumentati i gravami burocratici: io ho bisogno di tempo per leggere, studiare, meditare…
C’è chi implorava il libro storicista…
C’è chi bramava il libro formalista…
C’è chi sfoggiava il suo dantismo…
C’è chi ostentava il suo pochismo…
Io faccio l’insegnante. Io sono un vecchio insegnante.
E poi faccio l’insegnante di insegnanti. Un vecchio insegnante di insegnanti.
Qualche giorno fa ho scritto un post vivifico sul mestiere di insegnante.
Oggi, nel mezzo di cotanti scambi culturali, attorno ad una cattedra sfiorita in formica verdastra, ho visto il sole trapanare le pareti di questo ex convento di suorine.
E me ne sono andato. Con una balla puerile da monello impenitente, me ne sono andato.
——–
Morale: Forse dopo decenni spesi ad inseguire i soli dell’avvenire, un piccolo pomeriggio speso per acchiappare al volo il sole del presente, può essere perdonato.
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Scuola e prosciutto
22 04 2007Il figlio di un mio amico frequenta il primo anno del liceo di Alice’s School. Si trova bene. Compagni simpatici. Buoni insegnanti. Belle ragazze. Bar fornito.
L’altro giorno suo padre gli chiede come mai non aprisse un libro.
- Tanto domani non ho un bip, gli risponde.
- Come non hai niente, insiste il padre, ma se hai 5 ore…
- Ho due ore di ginnastica, un’ora di religione…
- Hai anche latino e fisica
- Sì, ma tanto interrogano e io sono già stato interrogato… Mi porterò qualche Manga per non rompermi troppo!
——
Quando mia madre mi mandava a comperare il prosciutto dal droghiere mi metteva sempre sull’avviso: “Stai attento – diceva in veneto – che quello ti frega: se paghi un etto di affettato, devi mangiarne un etto!”
I clienti della scuola, invece, si fanno fregare quotidianamente. Pagano un’ora di attività didattica e ne ricevono…
Alla fine del quadrimestre, ad esempio, si moltiplicano a dismisura i riti delle interrogazioni. E le ore passano con l’insegnante in cattedra circondato da 2 o 3 vittime che balbettano qualche trita formuletta imparata più o meno a memoria.
E tutti gli altri ragazzi?
Chi sbadiglia, chi si fa dei viaggi sulla più caruccia della classe, chi codifica kilometrate di SMS, chi incide graffiti sul diario (o sul banco, o sul muro, o…), chi gioca a tris (o a battaglia navale, o col game del cellulare, o…), chi se ne va in bagno, chi secchia per l’interrogazione dell’ora dopo, chi copia i compiti dalla vicina secchiona, chi…
I più sfortunati – quelli che ancora devono essere interrogati – cercano di clonare le risposte dei compagni torturati in vista delle prossime interrogazioni.
Ore e ore e ore in balia dell’idiozia istituzionale.
Cui prodest?
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Categorie : Alice's School, il mestiere di insegnante, verifiche
Avvisi ai naviganti
19 04 2007Un post di servizio.
Intanto per segnalarvi una bella scoperta di queste settimane: il blog di Caterina Policaro (catepol): fresco, vivace, adrenalinico, informato: fra gli ultimi post non perdetevi il balletto dell’insegnante precario (a qualche mio alunno SSiS dice qualcosa?), la danza della piovra (ci tornerò con un post pirandelliano sul tema del multitasking), il possibile agguato dello studente digitale (Caterina mi ha rubato le immagini dalla bocca…) e soprattutto “Quello che i blogger non dicono”, che mi ha ispirato un paio di post per ora non digitati, ma di cui possiedo già i titoli: il blog immilla l’anima e il blog immilla la scrittura…
Poi, da una decina di giorni, ho scoperto pure l’esistenza di un modo alternativo di far incontrare le persone: il barCamp. La bella scoperta la devo al blog di Antonio Fini che, tra l’altro, ci regala una pillola narrativa (con tanto di disegno esplicativo) di come funzia la comunicazione sociale nel web.
E ancora… vale la pena di leggere ciò che sua maestà Umberto (Eco) scrive a proposito del ruolo dell’insegnante nell’epoca del web: dice le stesse cose che dico io (che diciamo noi!) da anni, ma se lo dice lui…
“…ma lo studente non stava dicendo al professore che non aveva bisogno di lui perché erano ormai radio e televisione a dirgli dove stia Timbuctu o che si è discusso sulla fusione fredda, e cioè non gli stava dicendo che il suo ruolo era stato assunto da discorsi per così dire sciolti, che circolano in modo casuale e disordinato giorno per giorno sui vari media – e che se sappiamo molto sull’Iraq e poco sulla Siria dipende dalla buona o cattiva volontà di Bush. Lo studente stava dicendo che oggi esiste Internet, la Gran Madre di tutte le Enciclopedie, dove si trovano la Siria, la fusione fredda, la guerra dei trent’anni e la discussione infinita sul più alto dei numeri dispari. Gli stava dicendo che le informazioni che Internet gli mette a disposizione sono immensamente più ampie e spesso più approfondite di quelle di cui dispone il professore. E trascurava un punto importante: che Internet gli dice ‘quasi tutto’, salvo come cercare, filtrare, selezionare, accettare o rifiutare quelle informazioni.A immagazzinare nuove informazioni, purché si abbia buona memoria, sono capaci tutti. Ma decidere quali vadano ricordate e quali no è arte sottile. Questo fa la differenza tra chi ha fatto un corso di studi regolari (anche male) e un autodidatta (anche se geniale).”(L’Espresso, 17 aprile 2007)
Infine vi linko un ennesimo articolo sul Web 2.0 (Io posto, dunque sono – La Repubblica) che vi può servire come sintesi per un intervento da bar sullo stato dell’arte del web compreso il nuovo spauracchio della Sbolla:
“Ma il boom ha suscitato i dubbi di più di un’analista. O’Reilly Media, a cui si deve il termine “Web 2.0″, aveva definito la nuova era di internet come “la rivoluzione commerciale dell’industria informatica, che trasformerà internet da semplice rete di connessione a luogo d’incontro”. Per l’Economist, però, il Web 2.0 è “un’idea affascinante, ma che non ha a che fare necessariamente con il successo commerciale. “Troppe aziende competono nello stesso mercato senza un solido modello di sviluppo – si legge nel reportage dal titolo “Bubble 2.0″ – rischiamo di trovarci di nuovo di fronte all’esplosione di una bolla speculativa. Come ai tempi della famigerata New Economy”. Bolla 2.0, appunto.”
Buona nuotata.
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Bulli, poeti e aspiranti suicidi
16 04 2007Anche quando sono particolarmente sabbiato dalla psicopatologia quotidiana e arranco verso scuola con l’anima avvilita, lo sguardo annegato negli occhiali scuri, e le cuffie mp3 pigiate nelle orecchie per decomprimere il vociare dei passanti, mi basta varcare l’eterna soglia, strascicare le nike ereditate dal figlio verso la macchina del caffè e incominciare ad interfacciarmi coi ragazzi che già affollano l’androne per riscoprire ritualmente che la vita ha un po’ di senso.
Sono ragazzi ancora colorati, sempre più melting, con varie sfumature di cottura e ancor più variegate sfumature di cultura. Una battuta, un sorriso, l’accenno ad un progetto, una minaccia di interrogatorio, uno sfottò sull’ultima partita…
Poi si entra in classe o in laboratorio. E si lavora. Si ride, si piange, si urla, si studia, ci si studia, si scrive, si cresce. Assieme.
Io ho sei classi. Oltre 150 alunni. E in questi giorni, quando mi siedo sulla cattedra o deambulo skizzato fra i computer mi sorprendo ad osservarli con sospetto inaspettato: cosa staranno architettando dietro quell’apparente burka di inconcepibile normalità? Staranno tramando un trabocchetto per riprendere col cellulare qualche mia involontaria nefandezza? Stanno organizzandosi astutamente per compiere sadici atti di bullismo non appena li lascerò soli per qualche manciata di minuti? Stanno smanettando forsennatamente sui loro maledetti ammennicoli elettronici in preda a febbrili crisi di etilismo digitale?
Perché ormai è questo il ritratto dei nostri adolescenti che si sta scolpendo nell’italico immaginario collettivo. Ragazzi vuoti, viziati da famiglie arrese, vittime del gruppo ad un passo dal suicido od incalliti bulli che massacrano disabili per noia, bulimici e anoressici, affetti da autismo digitale, fumati e alcolisti…
Ma più li osservo, i miei 150 ragazzi, e più mi paiono normali. Talvolta noiosamente normali.
Certo, qualcuno studia un po’ di meno, qualcuno fa cabò all’ipercoop, qualcuno fumerà, qualcuno sarà pure riuscito a mandare un tvttb alla morosa durante l’ora di latino, qualcuno non va più in là della dialettica mediata dagli Ottentoti del grande fratello, qualcuno…
… qualcuno studia, qualcuno fa teatro, qualcuno tiene un blog di poesie, qualcuno va in treno ad Auschwitz per non dimenticare, qualcuno vuole persino cambiare il mondo che gli abbiamo regalato…
E alla faccia delle giurassiche cassandre dalla matita rossa che predicavano la morte della scrittura per mano dell’invasione digitale, qualcuno trova pure il tempo – persino in questa bellissima primavera – di passare pomeriggi a scrivere ed illustrare giornalini.
Già: bel mestiere quello dell’insegnante: non sei incamiciato nelle asfittiche pareti di un ufficio e vivi quotidianamente in compagnia di un sacco di gente interessante: Aurelia, Claudia, Babita, Giacomo, Linda, Caterina, Maria Elena, Valerio, Martina, Eugenia, Giada, Giulia, Gabriele, Leonardo, Milena, Silvia, Musil, Kafka, Ariosto, Mozart, Botticelli, Petrarca, Chagall, Freud, Epicuro, Kant, Garibaldi, Einstein, Seneca…
Questa è la bozza di redazionale per il numero 20 di SMOOL. Mi pareva adatto anche per questo blog. O no? Buona vita.
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Categorie : bullismo, giornalino, il mestiere di insegnante
Dal libro stampato al libro stampato?
12 04 2007Tento di tornare sull’argomento del 10 aprile anche se so benissimo che il blog non è adatto alle discussioni in quanto cristallizza posizioni che in un dibattito live sarebbero più sfumate – o più accese – ma comunque facilmente argomentabili e modificabili a seconda dei feedback (verbali e non) degli interlocutori. Senza contare, poi, che certi post proiettano nel web un inquietante e distorto simulacro della tua presunta personalità.
È quello che mi è successo – ma non è la prima volta – rivisitando appunto il post di venerdì alla luce di alcuni commenti dei passanti, e soprattutto alla luce delle sensate osservazioni di Gianni Marconato.
Rileggendo quella pagina, insomma, vi intravedo anch’io l’immagine di un vecchio prof. ricurvo su se stesso, annegato nella psicopatologia della didattica quotidiana, un po’ patetico nella sua retorica e piuttosto acido con gli accademici arrivati.
Non è così (almeno spero).
Quel post aveva solo l’intenzione di ammettere – ma è la scoperta dell’acqua calda! – lo iato talvolta fastidioso fra l’inebriante – e comunque vitale – poesia dei convegni e la prosa della realtà scolastica nostrana.
Non ho nulla contro i convegni (anzi…) né contro gli illuminati cattedratici (anzi…), ma credo sia opportuno ogni tanto cercare di fermarsi per fotografare la realtà effettuale del mondo scolastico senza filtri edulcoranti, né pessimismi di maniera.
Credo infatti che le elaborazioni accademiche più raffinate ed i convegni più dotti debbano dispensare sogni e disegnare fughe, ma debbano anche disseminare negli operatori finali idee e strumenti concreti per migliorare le proprie strategie educative. E questo è possibile solo se riusciamo a vedere la realtà delle cose, e non solo una proiezione più o meno letteraria delle cose stesse.
E per cominciare a ri-disegnare la mappa reale della nostra scuola potremmo partire da qualche semplice domanda…
Nell’ultimo decennio (e un po’ di più) sulla scuola italiana sono state riversate quintalate di meritorie attività (piano informatico 1, 2, 3… fortic 1, 2, 3… puntoedu, bdp, formazione on line delle fo, convegni, congressi, workshop…) volte a diffondere l’uso delle TE nei percorsi di apprendimento; qual è la reale ricaduta didattica di cotanta profusione di energie e danaro?
Nell’ultimo decennio (e un po’ di più) non vi è stato convegno, congresso, seminario, corso di formazione (esemplari, a questo proposito i programmi e i contenuti dei fortic B), pubblicazione… sulle Tecnologie Educative (e dintorni) che non abbia in qualche modo decantato le pedagogie di ispirazione – approssimo per brevità – costruttivista (costruzionismo, cooperative learning, lerning by doing, comunità di pratica, comunità di conoscenza…) e che non abbia fatto balenare l’idea che le nuove tecnologie rendessero possibili i sogni di antichi pedagoghi (Don Milani, Freinet, Papert…); qual è la reale consistenza quantitativa e qualitativa delle attività didattiche ispirate a tale afflato di “neo-attivismo”?
Nell’ultimo decennio (e un po’ di più) decine e decine di studiosi di chiara fama ci raccontano di come il nuovo universo tecnologico (telecomandi, cellulari, videogiochi, mp3, social network…) abbia trasformato il cervello – passatemi la semplificazione – dei nostri ragazzi (next gen, net gen, multitasking, sisomo…) che hanno quindi modalità di interfacciarsi con la realtà del tutto nuove ed atipiche; qualcuno mi sa indicare numeri significativi di docenti che stiano cercando di modificare le proprie strategie didattiche alla luce di queste trasformazioni culturali (e probabilmente psicologiche, neurologiche, antropologiche)?
Può darsi che alla fine scopriamo semplicemente che le nostre scuole sono rimaste il regno dell’istruzionismo, dell’auditorium (io parlo e tu ascolti), della comunicazione unidirezionale (lezioni frontali spesso aggravate da powerpointivite), dei banchini allineati e coperti dentro aule allineate e coperte popolate da alunni (spesso poco allineati e molto coperti) che sempre meno s’interfacciano con vecchi docenti (allineati? Coperti?).
E non è detto che ciò sia necessariamente un male. (Ma se non lo è, diciamocelo chiaramente: così nei prossimi convegni …)
…anche se so benissimo che il blog non è adatto alle discussioni in quanto cristallizza posizioni che in un dibattito live sarebbero più sfumate – o più accese – ma comunque facilmente argomentabili e modificabili a seconda dei feedback (verbali e non) degli interlocutori…
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Categorie : Tecnologie Educative, blog
Consigli ai naviganti…
11 04 2007Un rapido post per un fugace ma caloroso consiglio: se avete letto le pagine precedenti non potete perdervi la replica di Gianni Marconato il quale ribadisce che “Abbiamo pensato di bypassare, attraverso le tecnologie, la vera questione con cui si deve confrontare un insegnante: l’apprendimento. Cosa è, come si sviluppa, come si può attivare, favorire, sostenere…
Nessuna carenza didattica, nessun buco pedagogico può essere colmato con una tecnologia”
Leggetevi il resto del post (ed anche gli altri interessanti post del suo blog, compresi quelli taggati “tavola”)…
Poi ci ritroveremo qui per sviluppare il discorso. Perché qualche piccola curiosità mi rimane…
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Categorie : consigli ai naviganti
Il lato oscuro della luna digitale
10 04 2007Da un po’ volevo esternare questa sensazione: girando per convegni dedicati alle nuove Tecnologie Educative (TE) sono sempre più numerosi ed insistenti i personaggi – presunti esperti – che insistono a vendere il bicchiere mezzo vuoto.
Uno dei casi più emblematici è quello di Antonio Calvani che ho avuto modo di conoscere personalmente negli anni ruggenti delle illusioni tecnologiche.
Ecco: negli anni novanta AC pareva un infatuato delle TE ed investiva noi neofiti con entusiastici afflati sull’opportunità di aprire le scuole alle TIC, agli ipertesti, alla rete, alle comunità di pratica e di conoscenze…
Poi, nei primi anni del nuovo millennio, AC ha cavalcato l’ondata modaiola dei learning object e delle relative piattaforme (possibilmente proprietarie) che avrebbero dovuto ridisegnare in positivo l’universo della formazione.
Ora il buon AC – come decine di altri simili che hanno avuto fama e fortuna vendendo teorie senza mai sporcarsi veramente le mani nella faticosa pratica della didattica quotidiana – non perde occasione pubblica per sottolineare i rischi di una concezione totalizzante e messianica delle TE.
Capisco la frustrazione di tali pontificatori: hanno predicato per anni rivoluzioni costruzionistiche che sono naufragate banalmente nelle sabbie mobili di una scuola sempre più ciecamente istruzionistica, hanno ottenuto finanziamenti per faraoniche sperimentazioni che hanno partorito sterili topolini, hanno infiorettato di slide microsoftiane ed inglesismi raffinati onanistici convegni holliwoodiani dedicati al nuovo verbo digitale, hanno…
Ed ora, di fronte al vuoto di scuole che anziché aprirsi al mondo invocano il metal detector per impedire l’accesso ai marchingegni elettronici, di fronte a piattaforme ultrafighette che servono solo per distribuire pillole pavloviane a migliaia di aspiranti postini, di fronte a certi strizzacervelli taroccati che fanno audience vendendo le apocalittiche tesi sull’autismo digitale…
… di fronte a tutto ciò, dunque, i nostri bravi predicatori prendono le distanze dalle loro stesse promesse messianiche ed indossano l’aureola un po’ più cool dei tecnoesperti disincantati che mettono in guardia noi alchimisti del web sui pericoli che incontra la net gen.
Si chiude così perfettamente la parabola di AC che, avendo esordito con “Dal libro stampato al libro multimediale” ora parrebbe in procinto di scrivere “Dal libro multimediale al libro stampato”.
Con estremo gaudio di tutti quei colleghi (che sono poi quasi tutti i colleghi) che in questi venti anni sono rimasti sulla riva ad aspettare i nostri cadaveri tetragonamente inchiodati al motto: “Dal libro stampato al libro stampato”.
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Categorie : Tecnologie Educative, e-learning