FOCUS 11: Giornalini di "classe"?

31 01 2007

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Giornalini di classe?

Accanto alla miriade di progetti che pullulano nelle nostre scuole non dovrebbero mancare progetti finalizzati alla realizzazione di riviste e giornali.

Da Freinet a Don Milani, dai ciclostilati ai blog, il giornalino è lo strumento ideale per rompere l’isolamento, comunicare notizie, approfondire problemi, creare comunità.

Negli ultimi anni la logica dei progetti imperversa ormai anche nelle nostre scuole. Per ottenere finanziamenti, acquisire strumentazioni e poter contare sulla collaborazione di esperti, gli insegnanti hanno imparato a elaborare progetti più o meno coerenti con i vari POF. Si redigono progetti di ogni tipo: per il teatro, il cinema, la multiculturalità, l’educazione stradale, l’attività sportiva…

IO credo che accanto a tutte queste iniziative ogni scuola dovrebbe pensare a progetti finalizzati alla realizzazione di giornalini scolastici. Sfruttando le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, infatti, il caro e vecchio giornalino può ancora rappresentare un eccellente strumento di comunicazione, socializzazione e didattica.

Lavorando assieme ad un giornalino si possono perseguire rilevanti obiettivi.
Un giornalino di classe (o di plesso, o di scuola…) avrebbe intanto l’evidente effetto di pubblicizzare le varie iniziative che fioriscono fra le mura scolastiche. E già questo sarebbe un notevole risultato.

Nelle nostre scuole, infatti, esiste un grande fermento di idee, sperimentazioni ed esperienze didattiche che troppo spesso non hanno la giusta visibilità a causa di una scarsa abitudine a documentare e pubblicizzare le proprie attività. Un giornalino ben realizzato è un modo intelligente di documentare il proprio percorso professionale, di comunicare efficacemente con i cittadini e, soprattutto, di mettere in rete le proprie conoscenze, esperienze e competenze.

Quasi inutile sottolineare inoltre la grande valenza didattica di un’iniziativa tesa a progettare, realizzare e pubblicare giornalini scolastici (cartacei e on-line). Per raggiungere lo scopo docenti e studenti devono imparare a lavorare in gruppo secondo la logica “costruttiva” dell’apprendimento cooperativo (cooperative learning) e dell’imparare facendo (learning by doing). I ragazzi possono così sperimentare con sempre maggior consapevolezza le tecniche della mediazione sociale aumentando le loro capacità di socializzare, cooperare ed assumersi delle responsabilità.

La realizzazione di un giornalino, ancora, si impone anche come significativo momento di aggregazione di competenze. Per intraprendere una moderna attività giornalistica, infatti, occorre appropriarsi criticamente di varie tecniche:

  • tecniche di ricerca (on line e off line),
  • tecniche di scrittura (scrittura giornalistica e web writing),
  • tecniche di acquisizione ed elaborazione immagini (per la stampa e per il web),
  • tecniche di desktop publishing (layaut e template),
  • tecniche di pubblicazione e diffusione dei contenuti (stampa, pagine web, blog…).

Un giornalino scolastico, infine, impedirebbe agli insegnati di improvvisare estemporanei giochi di ruolo per i propri alunni. Quante volte infatti noi docenti, di fronte ad una verifica o ad una esercitazione, abbiamo imposto ai nostri ragazzi consegne tipo: “Fingi di scrivere una lettera ad un amico che non vedi da tempo e…”; “Immagina di essere un giornalista del… ed elabora un articolo su…”.

Con un giornalino, invece, potremo calare gli studenti in una situazione comunicativa reale, più impegnativa ma anche assai più stimolante.

Potremo così chiedere ai nostri studenti di scrivere per il giornalino di classe con consegne tipo:

  • scrivi un articolo che affronti le problematiche sollevate dalla recente occupazione;
  • elabora un reportage sui luoghi di ritrovo della tua compagnia;
  • redigi la cronaca dell’incidente capitato a…;
  • realizza un servizio fotografico sui murales del tuo quartiere;
  • stila la recensione sul film che hai visto…;
  • realizza un’intervista a…;
  • conduci un’inchiesta sul tempo libero dei tuoi compagni di classe;
  • scrivi una lettera al direttore…”;
  • eccetera.

Queste attività da giornalista (fotoreporter, critico, grafico…) reale non solo porta un grande valore aggiunto all’attività didattica in chiave di motivazione (si lavora con più entusiasmo quando ci si rivolge ad interlocutori reali potenzialmente numerosissimi e non al solo docente), ma abitua anche i ragazzi a progettare l’atto comunicativo in chiave di target (il ragazzo che scrive l’articolo sa che non si rivolge ad un interlocutore astratto e fittizio, ma ad un pubblico vero e facilmente identificabile: i miei compagni di classe, di scuola, di età…).

Senza contare che in questo modo il feedback non è affidato solo al giudizio univoco dell’insegnante, ma alla valutazione di un pubblico reale che può apprezzare più o meno il lavoro.

Quest’ultima riflessione vale soprattutto per i giornalini on line (e per i blog) dove il lettore può commentare immediatamente l’articolo e spesso può addirittura votarlo.

Mille e uno motivi, dunque, per pensare ad un “progetto giornalino” per la propria scuola.

Altre rflessioni sui “giornalini” di classe le puoi trovare sul numero zero di S.MO.O.L!!!





FOCUS 10: Il docente nostromo

31 01 2007

Ovvero: come imparare/insegnare a nuotare fra flutti digitali.

Nel web c’è di tutto e di più. Usare Internet è facile. Usare bene Internet è difficile. La navigazione può diventare un’impresa frustrante e il naufragio è più probabile dell’approdo. Per questo il docente deve trasformarsi in abile nostromo e dimostrare ai suoi ragazzi che la navigazione – prima di essere spavalda e spregiudicata – deve essere finalizzata e consapevole.

Internet è la concretizzazione della dimensione onirica di Borges: l’illimitata biblioteca di Babele, l’immenso giardino dei sentieri che si biforcano all’infinito, un’eterna infilata di specchi deformanti. è il “diluvio universale delle informazioni” (R. Ascott). Un diluvio che non si placherà mai e che continuerà ad alimentare un oceano perennemente instabile.

Ai nostri figli, ai nostri studenti “dovremo insegnare a nuotare, a stare a galla, forse a navigare” (P. Lévy).

Un buon insegnante deve dunque diventare un bravo nostromo. Deve sapersi procurare gli indirizzi web da digitare correttamente nell’apposito spazio dei browser. Deve sapersi destreggiare fra gli indici tematici di Yahoo e le keyword di Google. E, in attesa del web semantico promessoci dall’inventore del web (Tim Barnes-Lee, L’architettura del nuovo web, Feltrinelli) un buon insegnante deve aiutare gli alunni a non affogare sotto i flutti di saperi sbriciolati e a riallacciare i fili di questa colossale matassa cognitiva (F. Frabboni).

Perché il primo e più importante motore di ricerca è l’insegnante stesso.

Per i nostri alunni, dobbiamo essere noi Virgilio (o, al limite, Beatrice!). E se non abbiamo abbastanza competenze dell’oltretomba virtuale, continuiamo pure a fare gli scout del mondo reale. Soprattutto a certi livelli, un’indicazione precisa per andare a reperire informazioni sull’eroe del paese presso la Biblioteca Comunale è più intelligente e potenzialmente assai meno dannosa che indirizzare il ragazzo nei vischiosi meandri del cyberspazio senza fornirgli le opportune coordinate spazio-culturali.

Se invece vogliamo diventare delle cyberguide, non ci resta che studiare e allenarci. E magari cominciare a navigare sotto costa, al riparo di portali generosi.

Ed ogni docente, nel suo sito (portale) di riferimento, dovrebbe creare – o contribuire a svilupparsi – una selezione di siti ad alto valore didattico. Siti ricchi, attendibili, didatticamente utili, consigliati e sperimentati dai membri della community.

Un modo illuminato per difendere e diffondere l’idea di una ricerca critica e consapevole. Perché “non è dal volume di dati di cui l’uomo dispone che un’epoca deve trarre un sentimento immeritato di superiorità, ma dalla misura in cui l’uomo sa plasmare e padroneggiare le informazioni che possiede” (Goethe).





FOCUS 9: docenti sotto torchio (omaggio a Freinet)

31 01 2007

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Talvolta gli spiriti liberi, anche se soli ed osteggiati, possono cambiare uno scampolo di mondo e anticipare gli eventi.

Negli anni trenta, un maestrino francese pallido e nemmeno troppo in salute, si mise in testa di cambiare la scuola. E lo fece in modo provocatorio trasformando la classe in una stamperia. Recuperò da qualche amico un vecchio torchio per stampare e lo mise a disposizione dei suoi ragazzi assieme ai caratteri mobili di piombo, all’inchiostro, alla carta e a tutte le altre tecnologie di uso comune in una tipografia.

I bambini si trasformarono così in giornalisti e tipografi stampando il loro giornalino. Uscivano dalla classe assieme al loro maestro ed andavano in caccia di notizie. Intervistavano il sindaco, il prete, il dottore, il poliziotto. Studiavano scienze cercando fiori e piante rare che poi descrivevano in dettagliate schede a stampa. Decine e decine di documenti diventavano poi giornali che venivano distribuiti ad altri ragazzi e ad altre scuole.

Quei ragazzi diventarono dei pionieri dell’apprendimento attivo e il loro maestro, Célestin Freinet, nonostante i ripetuti scontri con l’ottuso conservatorismo delle autorità, diventò famoso. Il suo esempio fece proseliti e la tipografia entrò in diverse scuole. Fino all’arrivo di Hitler e del governo di Vichy che cacciò Freinet e censurò il suo metodo: troppo democratico per piacere ad un regime totalitario.

Nelle classi di Freinet, infatti, erano spesso i più disagiati a trarne il maggior profitto: i ragazzi del popolo, i più emarginati, quelli che non combinavano un tubo con la didattica tradizionale, diventavano degli ottimi studenti davanti ai caratteri tipografici.

Freinet, in anticipo sui tempi, aveva capito l’importanza del creare, del fare e che una riforma dell’insegnamento non si può attuare senza una trasformazione degli strumenti e delle tecniche.

Internet e il computer possono sostituire la tipografia di Freinet?

Probabilmente sì. Anzi: rispetto alla tipografia il computer amplifica enormemente le possibilità di intervento e offre infinite possibilità di creare un ambiente di apprendimento attivo dove i ragazzi diventano protagonisti del loro percorso educativo. Sempre con la guida illuminante del docente.

Trasformare per qualche tempo un ambiente scolastico in una moderna tipografia digitale è uno dei tanti modi possibili per “creare, all’interno delle scuole, delle situazioni in cui i ragazzi seguono le loro passioni col cuore, portano avanti progetti a cui sono veramente interessati, fanno scoperte prendendo da Internet le informazioni di cui hanno bisogno, lavorano insieme, realizzano cose difficili. L’insegnante li consiglia, li guida. E, quindi, l’insegnante deve abituarsi all’idea di rispettare gli alunni in quanto persone che imparano, di riconoscere che essi producono le loro stesse conoscenze, che la vecchia aspirazione che molti pedagoghi avevano avuto che i ragazzi possano imparare sperimentalmente facendo cose che per loro sono veramente importanti, alla fine, possiamo immaginare di realizzarla in questo modo. Questo discorso riguarda le vecchie concezioni ben radicate su come vorremmo che i ragazzi imparassero, e la tecnologia rende possibile la realizzazione dei sogni dei vecchi pedagoghi” (Seymour Papert).

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Per approfondire: C. Freinet

Figlio di contadini, quando Freinet fa la sua prima esperienza di maestro in un paesino di montagna, ha ventitre anni ed è reduce dalla guerra, da cui è tornato con i polmoni lesi dai gas asfissianti (il che inizialmente lo sollecita all’elaborazione di tecniche che gli permettano di “spolmonarsi meno”).

Accoglie l’ispirazione dalle correnti dell’educazione nuova ma la trova troppo teorica e “sterilizzata”, troppo legata a un’immagine dell’infanzia che non fa differenza fra il bambino benestante di città e quello povero e scalzo di molti paesini sperduti; per meglio dire, a un immagine che non tiene conto del secondo e che ritaglia tutto sulla figura del primo.

Occorre perciò una “pedagogia popolare” che riconosca validità culturale agli interessi infantili popolari, senza pretendere di esprimerli e sostituirli subito con gli interessi previsti dalla ricerca teorica e imposti dai programmi ufficiali.

Ciò pone a Freinet i primi problemi: “Come interessare Giuseppe alla lettura e alla scrittura che lo lasciano indifferente, mentre era interessatissimo, secondo le stagioni, alle lumache che custodiva vive nelle sue scatole mal chiuse, ai suoi insetti e alle sue cicale che cantavano nel momento meno opportuno?”, e così via.

Il giovane maestro decide allora di tagliar corto, mette da parte i testi e elabora delle “tecniche” pedagogiche, fondamentalmente riducibili a tre:

  1. il “testo libero”, che sostituisce la tradizionale composizione in cui il bambino è costretto a svolgere un enunciato dettato dall’insegnante, invece di esercitarsi a esprimere correttamente ciò che in quel momento interessa più vivamente il singolo o la classe;
  2. il “calcolo vivente”, consistente nel motivare l’apprendimento e l’esercizio aritmetico partendo dalla soluzione dei problemi matematici posti dalla vita di classe;
  3. e la “TIPOGRAFIA SCOLASTICA”, la più nota delle sue tecniche, data da un “complessino” (caratteri a stampa, piccola pressa, compositoi, rullo per inchiostro ed altri attrezzi), utilizzabile anche per l’apprendimento iniziale della lettura e della scrittura (che risulta così più motivato e organizzato collettivamente) e per la stampa di un giornalino scolastico, il cui contenuto sia elaborato però con il criterio del testo libero.

I testi stampati si possono spedire ai compagni di classi omologhe di altre sedi, anche lontane, e si può sollecitare una risposta, così che si possa impiantare una “Corrispondenza Interscolastica” molto stimolante…

Ovviamente queste tecniche, diversamente combinate, possono dare luogo ad altre soluzioni didattiche, rispondenti a diverse esigenze poste dall’ambiente e dagli allievi.

Per Freinet è soprattutto importante che ognuna delle tecniche non solo impegni attivamente i soggetti, ma che le attività abbiano sempre sufficienti motivazioni: oltre che alle attività, Freinet dà molto rilievo all’aspetto comunicativo e cooperativo.

Soprattutto il momento cooperativo qualifica la “pedagogia popolare”, rielaborando egli in forma molto personale i presupposti simili della scuola del lavoro come l’aveva concepita la corrente d’ispirazione socialista, che sottolineava l’importanza del lavorare assieme come clima e come necessità tecnica.

Da ciò, naturalmente, una linea pedagogica che fa a meno per quanto possibile dei libri, dei programmi e in genere della trasmissione di cultura già strutturata, per rifondare un processo di apprendimento naturale (…) dove è necessaria la guida del maestro non meno di quella del gruppo dei “cooperatori”.

Da: Santoni Rugiu Antonio, Storia sociale dell’educazione





FOCUS 8: Libro, libri o… (secondo Freinet)

31 01 2007

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Riporto un piccolo estratto da C. Freinet, Nascita di una pedagogia popolare, La Nuova Italia, Firenze 1976, pp. 75‑76

Qui si manifesta apertamente il nuovo orientamento della nostra pedagogia: con il ma­nuale scolastico è il libro che crea, sempre artificialmente, l’interesse. Questo secondo noi è un grande errore: il libro non deve servire nella scuola a soddisfare e approfondire l’interesse del fanciullo. Noi abbiamo permesso a questo interesse di manifestarsi apertamente: come lo sfrutteremo ora per i nostri fini educativi? È necessario che i vari studi intrapresi rispondano e si adattino all’attività infantile, invece di chiedere a questa di piegarsi all’ordine scolastico. Ma fino a oggi, non esiste nulla che sappia usar bene queste possibilità, che permetta al bam­bino di ritrovare, nel materiale scolastico o nelle letture speciali, stimoli per attività intellet­tuali o manuali che consentano al fanciullo di espandersi liberamente per tutto il tempo del­la scuola secondo le sue necessità.

Noi abbiamo riunito nella nostra “biblioteca di lavoro” i li­bri che ci è stato possibile procurare. Ma purtroppo i manuali scolastici sono per ora i soli li­bri a nostra portata: comunque essi hanno perduto, almeno, il loro carattere specifico di ma­nuali e non hanno per noi il difetto di mancare di elasticità e di non rispondere per intero al­le nuove necessità. Bisognerà suggerire l’edizione, o intraprenderla noi stessi, di strumenti di lavoro adatti ai nostri bisogni.

Lo schedario scolastico, di cui noi abbiamo lanciato l’idea e che forse cercheremo di rea­lizzare, sarà il nostro principale mezzo didattico: moderno, estensibile e perfezionabile a pia­cere, esso ci permetterà di mettere, al momento voluto, tra le mani degli alunni, i diversi do­cumenti, letteratura, scienze, geografia, storia, ecc., che rispondano all’interesse dominante. Questo schedario dovrà essere compilato da una bibliotechina composta di vari opuscoli mo­nografici compilati secondo un nuovo criterio; fino ad oggi però tutto è ancora da realizzare a questo proposito.

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Nota al testo: Freinet polemizza qui contro un uso dei manuale scolastico che serva a indirizzare il lavo­ro: i libri, infatti, devono essere strumenti a disposizione di chi apprende, e non di chi insegna. Pertanto la biblioteca e lo schedario assumono la funzione di “cassette degli attrezzi” a cui gli allievi possono liberamente e funzionalmente attingere a seconda delle necessità. Freinet ri­tiene che la classe debba essere soprattutto un laboratorio in cui si mettono a punto cono­scenze e riflessioni personali che sarà poi compito della tipografia condividere con altri gruppi.

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Possiamo buttare al macero il manuale scolastico?

Le Nuove Tecnologie rendono più realizzabile il sogno di Freinet di una “bibliotechina” aperta ed elastica da mettere a disposizione dei ragazzi?

Pensi sia realizzabile l’idea di laboratorio didattico alla Freinet? In che modo?

Quali sono le “cassette degli attrezzi” che metteresti a disposizione dei tuoi studenti?

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Per approfondire:

Célestin Freinet (1896 – 1966) è un pedagogo francese che mette a punto una pedagogia originale – rigorosa – basata sulla “libera espressione dei ragazzi”. Egli propone percorsi di apprendimento basati su una pianificazione rigorosa del lavoro e sull’uso sistematico di tecniche e tecnologie (roduzione di testi liberi, tipografia, individualizzazione del lavoro, corrispondenza scolastica, lavori cooperativi, eccetera).





FOCUS 7: Seymour Papert

31 01 2007

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Seymour Papert (Pretoria, Sudafrica 1 marzo 1928) è un matematico sudafricano.
Dopo aver lavorato con Piaget si trasferisce negli anni ‘60 al MIT per lavorare con il gruppo che si occupava di Intelligenza Artificiale e in particolare con Marvin Minsky. Papert introduce il concetto di costruzionismo.
Infatti, secondo Papert, il processo di apprendimento è un processo di costruzione di rappresentazioni più o meno corrette e funzionali del mondo con cui si interagisce. Rispetto al costruttivismo, il costruzionismo introduce il concetto di artefatti cognitivi, ovvero oggetti e dispositivi che facilitano lo sviluppo di specifici apprendimenti.

L’essere umano, a prescindere dall’età, ha bisogno di avere a disposizione materiali concreti affinché la conoscenza acquisita sia tanto più vicina alla realtà.

Papert parte dall’osservazione di attività di alcune civiltà africane in cui i bambini costruivano case in scala o manufatti in giunco. Secondo Papert, la mente ha bisogno di materiali da costruzione appropriati, esattamente come un costruttore: il prodotto concreto può essere mostrato, discusso, esaminato, sondato e ammirato.

La lentezza dello sviluppo di un particolare concetto da parte del bambino non è dovuta alla maggiore complessità o formalità, ma alla povertà della cultura di quei materiali che renderebbero il concetto semplice e concreto. Il bambino apprende così con l’aiuto di artefatti cognitivi. In particolare, Papert sostiene l’uso del computer come supporto all’istruzione e ambiente d’apprendimento che aiuta a costruirsi nuove idee. Il computer viene così usato come macchina per simulare. Realizza anche il LOGO, un programma di computer per bambini delle scuole elementari, dimostrando tra l’altro l’utilità del computer come supporto per l’apprendimento anche per i più piccoli. LOGO è, infatti, uno strumento che consente ai bambini di utilizzare il computer per fare qualsiasi cosa vogliano fare: della musica, dell’arte, dei giochi, delle ricerche storiche. È un modo per dare ai bambini, e anche a chiunque altro, agli adulti come ai bambini, il controllo del computer.

In quest’ambiente, il docente si trasforma in animatore della comunità, promotore di attività in cui i bambini progettano e imparano esplicitando e discutendo teorie sul mondo con cui interagiscono.

La classe funziona come comunità di pratiche scientifiche in cui i bambini comunicano e condividono le loro idee, giuste o sbagliate che siano. Si discute ed ognuno apprende dall’altro. Le idee proposte possono essere valide, altre un po’ meno, ma comunque tutti gli allievi partono da uno stesso piano: ogni idea ha la stessa dignità.

Nelle didattiche proposte da Papert, ha grande importanza la gestione dell’errore: la sua idea è che l’unico modo per imparare in modo significativo sia quello di prendere coscienza dei propri errori. Compito dell’insegnante è quindi anche quello di guidare il bambino nel caso di errore.

(Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Seymour_Papert )

Per approfondire:

costruzionismo

“Le metafore della trasmissione e della costruzione sono i temi pervasivi di un grande e più variegato movimento pedagogico entro cui colloco il costruzionismo e sottolineo questo fatto col gioco di parole contenuto nel suo nome. Per molti pedagoghi e tutti gli psicologi cognitivisti, la mia parola evocherà il termine costruttivismo, il cui uso pedagogico attuale si fa in genere risalire alla dottrina di Piaget secondo cui le conoscenze non possono essere semplicemente ‘trasmesse’ o ‘convogliate già pronte’ ad un’altra persona. Persino quando ci sembra di trasmettere informazioni con successo comunicandole a voce, se si potessero vedere in atto i processi mentali dell’interlocutore si constaterebbe che questi ‘ricostruisce’ una versione personale delle informazioni che stiamo cercando di “convogliare”. Il costruzionismo ha anche la connotazione di “set da costruzioni”, dove il termine set è da prendersi in senso letterale, come il set del Lego, estendendo la definizione fino a comprendere i linguaggi di programmazione considerati come ’set’ da cui si possono creare i programmi, e cucine come ’set’ in cui si preparano non solo torte ma anche le ricette e le forme della matematica pratica. Uno dei miei punti fermi centrali matetici è che la costruzione che ha luogo “nella testa” spesso si verifica in modo particolarmente felice quando è supportata dalla costruzione di qualcosa di molto più concreto: un castello di sabbia, una torta, una casa di Lego o una società, un programma di computer, una poesia, o una teoria dell’universo. Parte di ciò che intendo dire col termine ‘concreto’ è che il prodotto può essere mostrato, discusso, esaminato, sondato e ammirato. Perché è lì ed esiste.” (S. Papert)

Vedi anche:

costruttivismo (psicologia)
costruttivismo (filosofia)
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Una sintesi chiara ed efficace della evoluzione della progettualità didattica nell’ultimo mezzo secolo (dal comportamentismo al cognitivismo e al costruttivismo – cognitivismo di seconda generazione) ce la regala A. Calvani: Costruzionismo, progettazione didattica e tecnologie.

Ecco, ad esempio, come Calvani introduce il paragrafo dedicato a Costruttivismo e didattica:

“Il costruttivismo in realtà non ha al momento una didattica “forte” da proporre; piuttosto coagula esigenze. E’ soprattutto caratterizzato da un’esigenza di rifiuto d’una figura di insegnante come fornitore di informazioni, di rifiuto del distacco della scuola dalla vita, del carattere “inerte” della conoscenza che gli alunni dovrebbero acquisire; al fondo c’è una carica oppositiva al modello corrente di scuola, che richiama l’opposizione alla scuola emersa all’inizio del secolo (Dewey e “scuole attive”) o la critica degli anni sessanta al sistema scolastico, pur senza la componente ideologico-sociale che caratterizzava quegli anni.
La parte propositiva si riduce a raccomandazioni alquanto generali. Alcuni orientamenti ricorrenti si possono così sintetizzare (con Jonassen 1994). Gli ambienti di apprendimento di taglio costruttivistico dovrebbero:
- dare enfasi alla costruzione della conoscenza e non alla sua riproduzione;
- evitare eccessive semplificazioni rappresentando la naturale complessità del mondo reale;
- presentare compiti autentici (contestualizzare piuttosto che astrarre);
- offrire ambienti di apprendimento assunti dal mondo reale, basati su casi, piuttosto che sequenze istruttive predeterminate;
- offrire rappresentazioni multiple della realtà;
- alimentare pratiche riflessive;
- permettere costruzioni di conoscenze dipendenti dal contesto e dal contenuto;- favorire la costruzione cooperativa della conoscenza, attraverso negoziazione sociale.”

Interessanti le conclusioni:

“L’approccio sperimentale (comportamentistico- cognitivista) ha avuto il merito di sottolineare la possibilità di una strutturazione ordinata, razionale del percorso di apprendimento, con un consapevole perseguimento di obiettivi definiti operazionalmente. Il suo punto di debolezza consiste nella difficoltà di frammentazione di apprendimenti complessi, nel riduttivismo a cui può portare e nel rischio costante della perdita di significatività per chi apprende.
Il paradigma costruttivistico sposta l’attenzione sul contesto di apprendimento. Non rinuncia alla capacità progettuale, ma pone in primo piano il soggetto che apprende, la imprevedibilità stessa dell’atto acquisitivo, la necessità di fornire al soggetto una molteplicità variegata di appigli e sostegni, l’importanza della negoziazione interpersonale e della cooperazione. Il suo rischio maggiore è la dispersività e la possibile diversificazione eccessiva nei risultati tra i fruitori del processo.”

Molto utile, poi, l’allegato confronto schematico fra UD e Progetti:

Modello “per unità didattiche”

Si afferma negli anni ‘60-80; si rifà a modelli mutuati soprattutto dal comportamentismo e dal cognitivismo

Ha un taglio oggettivista e razionalista: si assume che le conoscenze e le competenze da acquisire siano delimitabili, rappresentabili, riducibili in parti più semplici.

Il percorso didattico è derivato in primo luogo dagli obiettivi, strutturato secondo un approccio top-down: ha carattere sistematico e sequenziale

L’apprendimento si svolge generalmente in forma astratta, decontestualizzata

La valutazione si avvale di un frequente uso di test in ingresso, in itinere, alla fine.

Ci si può avvalere di tecnologie più specifiche come l’istruzione programmata, tutoriali, C.A.I, I.C.A.I., mastery learning.

Si intende principalmente salvaguardare il principio dell’uguaglianza: portare tutti alla stessa meta

Modello “per progetti didattici”

Nasce negli anni ‘20. Decade negli anni ‘60. Torna in auge negli anni ‘80

Ha un taglio costruttivista ed ermeneutico

Il percorso non è né predefinito né lineare, ha natura partecipata e flessibile

Gli obiettivi si sviluppano sulla base dei bisogni emergenti nel contesto didattico
Si valorizza principalmente:
l’autonomia progettuale
le strategie metacognitive
l’apprendere in contesto
la costruzione negoziata del significato
la ricorsività poliprospettica
la cooperazione/distribuzione/alternanza di ruoli

Il concetto di valutazione si allontana dal concetto di misurazione “obiettiva” (tramite test ecc.) a favore di forme di autovalutazione (dossier, portfolio), di valutazione “situata”, di valutazione “intersoggettiva” (triangolazione, pluralità di osservatori)

Ci si può avvalere di tecnologie quali l’ipertestualità e gli ambienti di comunicazione e cooperazione di rete. Ha particolare risalto il concetto di “sharing” (condivisione-distribuzione delle risorse)

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FOCUS 6: Il ruolo dell’insegnante (secondo Papert)

31 01 2007

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Perché non partire da questo breve estratto di una vecchia (1998) intervista a S. Papert?

Quale è la Sua opinione sull’uso delle nuove tecnologie nella didattica?

Quando parliamo di nuove tecnologie nella scuola è importante chiarire se si parla di una prospettiva a lungo termine – cosa succederà tra dieci o venti anni- o se si parla di cosa accadrà domani. Usiamo questa metafora: immaginiamo delle persone dell’Ottocento che abbiano viaggiato nel tempo per vedere come si fanno le cose al giorno d’oggi . Tra loro c’è un chirurgo, e immaginiamo il chirurgo dell’Ottocento in una moderna sala operatoria: egli sarebbe del tutto disorientato, non avrebbe la più pallida idea di che cosa stia succedendo, con tutti quegli strumenti elettronici che suonano. Penserebbe che il paziente è morto, non saprebbe nulla dell’anestesia. Questo è quello che io chiamo un ‘mega-cambiamento’: noi assisteremo ad un mega-cambiamento nell’educazione; e cambierà tanto quanto sono cambiati i trasporti o le telecomunicazioni. Ci inganniamo se crediamo che ci saranno solo pochi, piccoli, cambiamenti. Quali sono i grandi cambiamenti? Io penso che la scuola si fondi sul modello di una linea di produzione in cui si mettono delle conoscenze nella testa delle persone. Si comincia con la prima fase e poi si passa alla seconda fase e si distribuisce un poco di conoscenza alla volta. Si passa dalla prima alla seconda alla terza, e tutto questo è necessario perché si pensa che gli insegnanti debbano insegnare un po’ per volta. Adesso i ragazzi non hanno più bisogno di acquisire nozioni in questo modo, e con la moderna tecnologia dell’informazione possono imparare molto di più facendo, possono imparare facendo ricerca da soli, scoprendo da soli. Il ruolo dell’insegnante non è quello di fornire tutte le parti della conoscenza ma di fare da guida, di gestire le situazioni molto difficili, di stimolare il ragazzo, forse, di dare consigli. Ma questa è un’immagine della scuola del tutto diversa. Io penso che il vero problema sia come agiamo oggi avendo in mente questa prospettiva a lungo termine, perché non possiamo cambiare la scuola dall’oggi al domani, non si può realizzare un mega-cambiamento dall’oggi al domani; si possono solo fare piccoli cambiamenti. Ma dobbiamo smettere di pensare che questi piccoli cambiamenti facciano fare pochi progressi al sistema così come lo conosciamo. Bisogna pensare ai piccoli cambiamenti come passi verso il grande cambiamento che avverrà. Dobbiamo sapere in che direzione sta andando, e poi come prepararlo.

E io penso che il miglior modo per farlo è quello di creare, all’interno delle scuole, delle situazioni in cui i ragazzi seguono le loro passioni col cuore, portano avanti progetti a cui sono veramente interessati, fanno scoperte prendendo da Internet le informazioni di cui hanno bisogno, lavorano insieme, realizzano cose difficili.

L’insegnante li consiglia, li guida. E, quindi, l’insegnante deve abituarsi all’idea di rispettare gli alunni in quanto persone che imparano, di riconoscere che essi producono le loro stesse conoscenze, che la vecchia aspirazione che molti pedagoghi avevano avuto che i ragazzi possano imparare sperimentalmente facendo cose che per loro sono veramente importanti, alla fine, possiamo immaginare di realizzarla in questo modo.

Questo discorso riguarda le vecchie concezioni ben radicate su come vorremmo che i ragazzi imparassero, e la tecnologia rende possibile la realizzazione dei sogni dei vecchi pedagoghi.

http://www.mediamente.rai.it/biblioteca/biblio.asp?id=259&tab=bio

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E la domanda che dobbiamo porci, allora, è appunto questa:

Come possiamo, nel nostro piccolo, creare, all’interno delle scuole, delle situazioni in cui i ragazzi seguono le loro passioni col cuore, portano avanti progetti a cui sono veramente interessati, fanno scoperte, lavorano insieme, realizzano cose difficili?

Parliamone





Di che cosa parliamo sabato?

22 01 2007

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Sabato 3 febbraio, parliamo di????
Si accettano proposte….

NB: come sapete per un po’ di giorni mi allontano dal computer (Auschwitz – Birkenau); quando rientro leggerò volentieri i vostri suggerimenti, così sabato potremmo anche organizzare un quasi dibattito.





Onore a Nero d’Avola

22 01 2007

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Mi pare il caso di dare la dignità di post anche a questo commento di “Nero d’Avola”, che riprende l’intrigante sfogo di Anna (vedi precedente post).

“Io non sono d’accordo sull’affermazione che di una lezione bellissima (attenzione: secondo la percezione degli alunni, non secondo quella dell’insegnante) resti soltanto il 2% o comunque una misera percentuale…

Facciamo un’ipotesi: una lezione intorno ad un canto della Commedia (tanto per restare nell’esempio che ha fatto sabato il prof.). Bene, se la lezione è stata bellissima, probabilmente è vero che pochi giorni dopo gli studenti non solo non ricorderanno molte sfumature, ma forse non ricorderanno neanche più bene di cosa parlava quel canto, però gli sarà certamente rimasto “il gusto” di tuffarsi in quel mondo che Dante è riuscito a creare… E’ la mia esperienza personale: al liceo ho avuto una brava insegnante di lettere, e mi incantavo ad ascoltarla (ed era racchia! non pensate subito…). Poi quando studiavo a casa, le stesse pagine che nella sua voce erano musica, io le cominciavo a leggere e dopo 20 righe dovevo tornare da capo perchè mi ero distratto, e ricominciavo così per tutto il pomeriggio. Ero uno studente svogliato, come la maggior parte di quelli che ci troviamo di fronte noi tutte le mattine. Beh, è poi successo che in seguito (ormai da adulto) ho ripreso con gusto Dante, Manzoni, Ariosto, Cesare, Marco Polo, rileggendoli anche più di una volta ed includendoli fra le letture da comodino o da spiaggia. Sono sicuro che se non avessi passato quei momenti fatati (gli unici in grado di scuotere la mia apatia adolescenziale) oggi avrei ritenuto abominevole la lettura dei Promessi Sposi o del De Bello Gallico.” (Nero d’Avola)

Allora: al di là di tutte le elocubrazioni didattico-pedagogiche, la magia dell’apprendimento è legata solo al fascino (professionale) del docente, come nel caso della prof di lettere di Nero?





Anna e il rischio di…

22 01 2007

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“… Ma una cosa è stata detta che ha squaciato il pomeriggio accendendo un tono quasi poetico, come i fiori del sito senza copirigt, la parola RISCHIO: il rischio di chi accetta di apprendere mettendo in discussione le sue convinzioni; il rischio di chi insegna (o cerca) accettando di sentirsi dire: “ma a che serve?”, accettando di fare lezioni bellissime e di verificare che è rismasto solo il 2%. Il rischio che non corre chi legge la lezione…, chi non accetta il confronto con i suoi alievi…, chi lavora sui contenuti anzichè sulle competenze.” Anna D.

Grazie, Anna… Hai condensato in poche, evocative parole quella che io credo sia l’essenza del nostro lavoro (e della vita).





FOCUS 13: blog & dintorni

21 01 2007

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Nell’ultimo incontro con i “miei” studenti del sabato (!?) si è disquisito di passaggio dell’arte dei blog. E girovagando fra i blog… ho incontrato questa bella definizione di blog…

Il bell’esercizio di sintesi (1.997 battute) è di Paolo Valdemarin.

Un blog è un piccolo sito web su cui puoi scrivere quello che vuoi. Non bisogna essere tecnici per scrivere su un blog, ci sono dei programmi facili da usare che costano poco o niente. Puoi usare un blog come un diario, puoi usarlo per informare i tuoi amici su quello che fai, puoi usarlo come un giornale personale, puoi metterci le tue foto, puoi usarlo per promuovere e vendere i tuoi prodotti, puoi anche proteggerlo con una password e usarlo per comunicare solo con chi vuoi tu.

Ma avere un blog è solo metà della storia, l’altra metà e leggere i blog. Siccome ce ne sono moltissimi (in tutto il mondo, e anche in Italia), passando di blog in blog troverai rapidamente persone con dei punti di vista diversi sule cose che più ti interessano. A me è capitato di incontrare più persone intelligenti e interessanti attraverso i blog che in qualunque altro ambiente (e io non sono per niente uno facile da accontentare). Grazie al tuo blog potrai partecipare alle conversazioni con tutte queste persone. Esistono strumenti e tecnologie che sono in grado di leggere tutto quello che viene scritto su tutti i blog e di ricostruire queste “conversazioni sparse”: è facile sapere chi parla di cosa.

Ogni volta che scrivi su un blog, quello che scrivi si chiama “post”: un blog è una serie di “post”, e di solito il più recente è in cima alla pagina e i più vecchi sono sotto. Il post più difficile da scrivere è il secondo. Nel primo di solito si scrive “prova”, per vedere se funziona, ma nel secondo bisogna scrivere qualcosa di interessante, che quasi di sicuro nessuno leggerà. Bisogna continuare a crederci per un po’, incredibilmente la magia si ripete sempre, e dopo un po’ ci saranno un po’ di lettori che non solo leggeranno quello che scrivi, ma magari ogni tanto lasceranno un commento, arricchendo quello che hai scritto con opinioni e approfondimenti.

Usa il tuo blog per condividere il tuo punto di vista, i siti che vedi, le notizie che senti, il modo in cui il mondo cambia dall’esclusivo punto di vista del tuo lavoro, della tua esperienza, della tua capacità di interpretare le cose. Usa il più possibile i link: sono quelli che hanno reso unico il linguaggio del web. Linka altri siti, altri blogger, altre fonti, più manderai via la gente che verrà a visitare il tuo sito, più questi torneranno.

Quando avrai aperto il tuo blog nuovo e scritto il secondo post, mandami una mail. Mi interessa. Veramente.”

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Questo esercizio stiloso di Paolo è da applausi. Ma io devo provare a darvi una pillola più compatta (vedi item…); dunque:

Blog
un blog è un diario on line dove puoi pubblicare facilmente contenuti (testo, immagini) che possono generalmente essere commentati dagli internauti.

Visto che ci siamo proviamo con altre 2 pillole funzionali al vostro appuntamento del 17 (porta bene?);

e-learning
sistema di formazione a distanza che si svolge attraverso una cosiddetta piattaforma (Learning Management System o LMS) che integra vari strumenti per gestire i corsisti, distribuire contenuti didattici, promuovere – monitorare e valutare – diverse attività (compiti, forum, chat, diario, quiz, sondaggi, wiki, glossari…). Una delle piattaforme open più usate è Moodle.

Social Network
Siti che consentono la pubblicazione e la condivisione di contenuti (testi, immagini, musica, filmati…) e che promuovono la nascita di relazioni fra utenti e fra gruppi di utenti. Fra i più significativi: MySpace, Secondlife, FaceBook, Flickr, YouTube…

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